Francesco Bonami, “Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata” (Mondadori)

cop_Bonami-CattelanMaurizio Cattelan è il più importante artista italiano vivente.
Bene, potrei chiudere anche qui la presente recensione, confidando nel fatto che, quando uno raggiunge un certo status, tutto ciò che lo riguarda inevitabilmente assume la stessa valenza – circostanza che peraltro nell’arte contemporanea è parecchio diffusa.
Tuttavia, la questione non è – e non può essere – così semplice. Innanzi tutto perché Cattelan è un artista (ribadisco, l’italiano più importante, oggi) senza essere un artista. Voglio dire, i suoi lavori sono opere d’arte, tali considerati e peraltro dotati di senso e valore assolutamente tipici di certa arte contemporanea di matrice politica (quantunque nel libro sia affermato che artista politico e/o impegnato non lo è affatto), ma più che un artista propriamente detto, Cattelan lo definirei più un agitatore artistico, un provocatore nel senso più alto del termine ovvero non colui che faccia soprattutto casino per far parlare di sé, ma che lo faccia per far parlare di qualcosa, e per istigare su quella cosa un certo brain storming collettivo e pubblico. Anche se, poi, la forte carica ironico-sarcastica di tanti suoi lavori tende a lasciare nel (grande) pubblico meno avvezzo alla contemporaneità artistica una sensazione di diletto, più che di ponderazione e di giudizio.
D’altro canto, pure questo Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata (Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011) che Francesco Bonami – a sua volta uno dei più importanti personaggi della critica artistica contemporanea italiana (e non solo), nonché mentore di Cattelan – gli dedica non è una vera autobiografia. Non perché non sia autorizzata – in fondo c’è tanto di prefazione/autorizzazione dello stesso artista, in principio del volume – ma perché in verità l’ha scritta Bonami, acquisendo la prima persona narrativa di Cattelan ovvero mettendo nero su bianco il succo di ciò che l’artista gli ha raccontato della sua vita e delle sue opere nei lunghi anni di conoscenza e collaborazione. E se anche in quella prefazione d’artista ci viene detto con l’usuale ironia cattelaniana che “guai a mettere in dubbio quello che (Bonami) dice, ma attenzione a credere a una sola parola di quello che ha scritto.”, non è difficile comprendere come l’ordinaria biografia sia mutata in auto-, cioè in qualcosa di fondamentalmente attendibile e significativa della vita dell’artista padovano, grazie alla fusione del tutto armonica tra la narrazione dei meri fatti d’arte accaduti durante la sua carriera, ricavata dai suddetti racconti privati con Bonami, e l’interpretazione di essi e delle relative conseguenze, ovvia opera del curatore/narratore.
Un saggio biografico sui generis, dunque – inevitabilmente, torno a dire, vista la specificità d’arte e di ruolo di Maurizio Cattelan, che egli stesso riconosce: “Sì, io sono un peccatore per la società che popola il mondo dell’arte. Non sono mai stato battezzato ufficialmente dalla critica militante, che ha sempre visto in me una frode a due gambe. Un’arte che fa ridere ma poi, come le barzellette, si dimentica subito.” (pag.38) Esattamente quanto affermavo poco fa, sul riconosciuto carattere più di divertissement, dei lavori di Cattelan, che di arte vera e propria, con tutte le conseguenze del caso. Egli, autoironico e parecchio intelligente ovvero furbo, ha capito questa cosa fin da subito, dagli esordi (“Nella provincia italiana «artista» equivale a scemo. Infatti tutti mi guardavano come uno scemo.”, pag.25) e ci ha giocato parecchio sopra, costruendosi un’immagine di giullare dell’arte contemporanea che non si sa mai se prendere sul serio o meno, se coi suoi lavori ci stia prendendo tutti in giro oppure no, se alla fine sia soltanto un gran furbone approfittatore, se non che poi, fermandosi un attimo a riflettere, ci si può rendere conto che, primo, l’arte contemporanea di oggi nel suo massimo fulgore espressivo è sovente proprio questo, non arte – dunque arte sublimata in forme “altre” che sfuggono dalle ordinarie catalogazioni artistiche verso una libertà comunicativa necessaria, anzi, indispensabile la sopravvivenza del loro messaggio, oltre che di loro stesse; secondo, che nel mentre di quella riflessione sui lavori di Cattelan potrebbe pure saltar fuori, quasi inopinatamente, una profondità morale e politica tanto inaspettata quanto intensa e parecchio sagace. Si prenda ad esempio un’opera come lo scoiattolo suicida – con un colpo in testa! – di Bidibibodibiboo, del 1996: di primo acchito ti viene da ridere, chiedendoti come possa essere che uno scoiattolo si suicidi con una pistola, come un essere umano; poi però ti rendi conto che l’immagine è assolutamente tragica, e arrivi a capire che, in quel modo, Cattelan vuole denunciare quanto la follia e la debolezza umana sia pandemica e devastante, al punto da arrivare a intaccare pure il regno animale e le sue creature, teoricamente prive delle nostre storture mentali e intellettuali. Oppure Him, del 2001, un Hitler in divisa nazista ma grande come un bambino che prega in ginocchio con espressione commossa e triste: per chiedere perdono di quanto commesso, secondo alcuni, per rivelare che pure il male assoluto – del quale certamente Hitler è emblema universalmente riconosciuto – faceva cose degne dei più probi e ammirevoli uomini buoni, secondo altri. Una volgare provocazione, infine, secondo altri ancora: perché, appunto, l’imprimatur di “scemo” ovvero di artista messo al bando dall’ambiente artistico Cattelan non se l’è mai tolto di dosso, e probabilmente non se lo toglierà mai.
Tuttavia, ribadisco, egli lo sa bene: nel libro afferma (o Bonami gli fa dire che) “La carriera di un artista è proprio come il filo di un equilibrista. Solo che questo filo è lunghissimo. Si sa da dove parte, ma non si sa dove arriva. L’artista ci cammina sopra e sa che una volta partito non può tornare indietro. Sa che può arrivare e sa che può cadere.” (pag.67) e da bravo artista di sé stesso, se così posso dire, ha imparato perfettamente a stare su quella corda, anzi, a starci sopra pure giocando come un saltimbanco. Alla faccia di tutti i suoi detrattori, che forse – nota personale – tali sono soprattutto perché, pur con tutto l’impegno che ci mettono ne fare arte o nello scriverne, non sono mai riusciti e non riusciranno mai a eguagliarne la genialità.
Un piccolo appunto, infine: da un libro su uno come Cattelan, scritto da un personaggio come Bonami che, a sua volta, certo non pecca di ironia e sagacia, mi sarei aspettato qualcosa di più frizzante, più pungente e, sotto certi aspetti, più mordace. Invece, il testo è assolutamente piacevole e gradevole, tranquillo, lineare, amabile. Che sarebbero doti che ogni autore desidererebbe per un proprio libro, sia chiaro. Ma da un libro su un artista che ha spezzato le gambe a papa Wojtyla con un meteorite (La nona ora, 1999)… bah, forse è che mi sono un po’ troppo auto-cattelanizzato…
In ogni caso, chiudo come ho iniziato: Maurizio Cattelan è il più importante artista italiano vivente. Credo non serva dire altro, in tal caso, sulla sua “autobiografia”.

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