Edward Abbey, “I sabotatori” (Meridiano Zero)

cop_i-sabotatoriOk, è scientificamente provato che la razza umana, dopo aver ingannato chiunque capovolgendo la classifica che la metteva all’ultimo posto tra quelle viventi sulla Terra in quanto a intelligenza e con ciò arrogandosi il diritto di comandare su tutto e su tutti, sta distruggendo il pianeta sul quale vive. Dunque, che fare? Discutere con i personaggi fautori di questa distruzione? Come parlare ad un muro. Cercare con azioni politiche di fermare lo scempio? Propugnabile, se non fosse che molto spesso i politici si fanno corrompere da quelli. Quindi?
Beh, un altro sistema ci sarebbe ma non si può dire, pena l’accusa certa di sovversione, dunque piuttosto che dirlo meglio scriverlo: forse ha pensato questo Edward Abbey quando mise per iscritto il testo de I sabotatori (Meridiano Zero, 2001, traduzione di Stefano Viviani, prefazione di Franco La Polla; orig, The Monkey Wrench gang, 1975), romanzo che potrebbe pure passare per manuale d’azione, per così dire, sulla questione; e non sto affatto esagerando, visto come questo testo, e l’influenza intellettuale di Abbey stesso, almeno in parte, effettivamente influenzò alcuni movimenti piuttosto oltranzisti dell’ambiente ecologista angloamericano, Earth Firts! in primis.
Appunto, ecologia, difesa dell’ambiente “attiva”. I sabotatori – anche il titolo è fin da subito programmatico – è la storia di una piccola e raffazzonata banda di “ecologisti radicali” la quale un bel giorno decide che l’uomo lì intorno alle loro terre sta veramente esagerando con la sua totalitaria antropizzazione, cancellando la bellezza e l’anima di un territorio tra i più selvaggi e incontaminati di tutta l’America, quello tra Utah e Arizona – il territorio del Grand Canyon, della Monument Valley e di altri posti paesaggisticamente e turisticamente celeberrimi. Della banda fanno parte un medico tanto apprezzato e per ciò benestante ma dotato di animo rivoluzionario – l’ideologo del gruppo; la sua aiutante-amante supersexy ma non così fedele come egli desidererebbe; un mormone non praticante, a parte che per il dettame della poligamia (3 mogli nel raggio di 100 km.); un ex membro delle forze speciali, reduce del Vietnam e abbastanza psicopatico, almeno quanto rozzo. I quattro si trovano più o meno casualmente (ma forse no) a discutere di come contrastare l’avanzata di ruspe, bulldozer, camion e quant’altro di distruggente quella Natura ancora intatta e meravigliosamente traboccante di bellezza, e niente affatto casualmente convengono che esiste solo un solo modo veramente efficace per bloccare quell’armata letale. E non si tratta di petizioni, preghiere, cortei, concerti o che altro.
Così comincia una scorrazzante avventura tra canyon, altipiani, foreste, fiumi e laghi a caccia di strade, ponti, cantieri, dighe e quant’altro abbia ferito quelle terre meravigliose, con in testa il comune chiodo fisso della madre di tutte le sciagure umane: la diga di Glen Canyon, il cui invaso (secondo più grande bacino artificiale degli Stati Uniti) ha sommerso uno dei più bei canyon d’America e, a valle, rovinato l’ecosistema per centinaia di chilometri. Ma, ovviamente, qualcuno non è d’accordo con i piani d’azione dei quattro sabotatori, e non tarderà a dissentire, in modo non del tutto pacifico, con le loro intenzioni…
I sabotatori è un romanzo che sfiora le 400 pagine – nell’edizione da me letta – quasi tutte ricolme di vicende parecchio vivaci, eppure si mantiene leggero e velocissimo nel fluire della narrazione. Abbey non insiste mai troppo nell’inserimento di parti teorico-politiche, per così dire, a sostegno delle ragioni della sua banda di ecosabotatori – nonostante poi, come detto, abbia partecipato da bravo filosofo (discepolo di Thoreau, inutile rimarcarlo) alla determinazione ideologica di base di alcuni dei movimenti ecologisti nati negli anni ’70 – ma resta sempre ancorato al filo rosso narrativo romanzesco, peraltro già piuttosto fremente, lo ribadisco. Mi sono chiesto, durante la lettura, se l’autore si rendesse conto che un testo del genere potesse in qualche modo risultare così tanto politicamente scorretto – e in modo anche parecchio pratico: si vedano le descrizioni di come preparare delle cariche esplosive per far saltare un ponte! – da ingenerare emulazioni forse comunque inevitabili tanto quanto potenzialmente pericolose (una delle regole dei quattro sabotatori è di non arrecare alcun danno a persone o animali: ma una cosa è la fantasia letteraria, ancorché realistica, un’altra è la realtà effettiva e la mente della gente reale!), oppure se al contrario fosse proprio quello che sperava di ottenere. Così come mi sono chiesto se il finale della storia – per certi versi prevedibile, ma ovviamente è una mia opinione personale – sia quel che potrete leggere (se non avete già letto il libro, naturalmente) per controbilanciare in qualche modo la carica anarcoide e sovversiva delle pagine precedenti, al punto che Franco la Polla nella prefazione cita la recensione del National Observer che sentenziò: “(Il romanzo) vi farà venir voglia di far saltare una diga!” – e comunque quel finale non è del tutto antitetico al resto del libro, a ben vedere: Abbey avrebbe contraddetto sé stesso, in caso contrario.
Di sicuro, forse più che la vicenda stessa narrata, i personaggi che ne sono protagonisti, le loro azioni e tutto ciò che alla loro storia fa da corollario, trovo che un forte e illuminante stimolo a favore dell’ecologismo attivo ovvero alla difesa del territorio naturale dall’assalto della cementificazione selvaggia e di tutto il resto, Abbey l’abbia messo nelle meravigliose descrizioni del paesaggio in cui I sabotatori è ambientato. Descrizioni vividissime, ricchissime di dettagli e di suggestioni particolareggiate d’ogni cosa – le rocce e i sassi, la vegetazione, le foreste e i loro alberi, gli animali, il cielo, l’aria, i rumori e i profumi… – che realmente immergono il lettore nel paesaggio stesso al punto da schierarlo inevitabilmente dalla parte di chiunque voglia difenderne la sublime bellezza, in qualsiasi modo lo si faccia. Sotto certi aspetti credo – mi auguro, quasi – che proprio questa peculiarità così letteraria, più che politica, del romanzo abbia potuto ispirare i numerosi movimenti di difesa del territorio che rimandano la propria “cultura” al libro di Abbey, così come mi auguro che ispiri in tal senso chiunque lo legga al di là di qualsivoglia mira ecologista e/o ambientalista – quand’anche legga I sabotatori anche solo per puro divertimento, perché forse non l’ho ancora detto: è pure un romanzo parecchio divertente. E, come disse quel mai troppo elogiabile (a mio modo di vedere) principe russo, sempre e comunque una risata li seppellirà – quelli che vorrebbero distruggere la nostra casa terrestre per le loro bieche mire di potere e guadagno e chiunque altro del genere. La risata resta uno degli atti di sabotaggio del potere migliori a nostra disposizione, e se un libro come I sabotatori lo può sollecitare, tanto meglio!

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