Davide Sapienza, “La vera storia di Gottardo Archi” (Bolis Edizioni)

Conoscete il pittore bergamasco del Cinquecento Gottardo Archi?
Se la vostra risposta è “no”, sappiate che è certamente comprensibile. Gottardo Archi non fu certo famoso come altri artisti della sua epoca, anzi, non dipinse mai per prestigiosi committenti o per ottenere la celebrità, non fu affatto un professionista dei pennelli del tempo… non fu proprio un pittore, o meglio – se così posso dire: non fu. Eppure, le undici fantastiche tele che produsse nel corso della sua vita rappresentano un ciclo a suo modo “sconvolgente”, per come fissò nelle immagini dipinte un vero e proprio sconvolgimento urbano, sociale e culturale che subì la sua città, Bergamo, nella seconda metà del Cinquecento e che anche oggi, a quasi cinque secoli di distanza, risulta profondamente emblematico circa le trasformazioni che sta subendo la realtà contemporanea, attorno a noi ma pure, forse soprattutto, dentro di noi.

Poste tali “ponderose” premesse, una vita così significativa e al contempo tanto misteriosa abbisognava, per essere “svelata”, di un narratore altrettanto emblematico, soprattutto per la sua capacità pressoché unica di illuminare la realtà del rapporto tra l’uomo e il territorio, il paesaggio, la geografia, con tutto quello che ne scaturisce e si riversa nella mente, nel cuore e nello spirito. Ci voleva – ci vuole e c’è – Davide Sapienza, che firma La vera storia di Gottardo Archi (Bolis Edizioni, Bergamo, 2017, collana “Genius Loci”) e intesse da inimitabile par suo una “dodicesima tela” letteraria che narra tutto quanto sopra e molto di più in un racconto breve (poco più di 80 pagine di testo effettivo) ma assai intenso e all’apparenza sorprendente, rispetto alla produzione “classica” di Sapienza ma che non ci vuole molto affinché poi risulti perfettamente consequenziale ad essa.

Godendo della grande fortuna di conoscerlo, qualche tempo fa Sapienza mi disse, raccontandomi del lavoro di concezione e scrittura di questo libro (del quale allora non sapevo pressoché nulla), che La vera storia di Gottardo Archi, nonostante il contesto narrativo di primo acchito “estraneo”, sarebbe stata un’opera assolutamente e pienamente geopoetica – peculiarità fondamentale della sua produzione. Ora che l’ho letta non posso che concordare in toto con quella sua anticipazione: è una narrazione che nasce dalla geografia, dal paesaggio e dall’ambiente nel senso antropologico del termine, ovvero dalla rete di rapporti biologici e sociologici che la geografia narrata contiene. In particolare, nasce dal legame di Gottardo Archi quale uomo archetipico con il suo mondo, con la geografia nella quale si riflette e dalla quale ricava la propria identità culturale, che a sua volta diviene fonte di visione, complicità ed espressività geopoetica in relazione a quella geografia e a ogni cosa che in essa avviene, in forme spaziali tanto quanto in forme temporali. Non manca peraltro la componente geopoetica più genuina e letteraria, che “sfavilla” continuamente nello stile di Sapienza e nella capacità unica di scrivere – non “descrivere”, ma proprio scrivere – il paesaggio, di dargli una forma semiologica e di fornire ad esso il miglior codice semantico per fare che la lettura di quella scrittura del paesaggio diventi una pratica semplice e profonda allo stesso tempo, quasi istintiva eppure assolutamente colta.

Su tale base geopoetica fondamentale, La vera storia di Gottardo Archi offre un perfetto intreccio tra realtà e finzione, che si amalgamano come fossero le dimensione dello spazio e del tempo di un vissuto in comune tra narratore, protagonista narrato e lettore, e il cui equilibrio viene per giunta ottenuto anche grazie ad alcuni interessanti e divertenti di forma sostanzialmente metaletteraria, di “narrazione della narrazione” – dalla quale peraltro ne possono scaturire altre, di narrazioni. D’altro canto, a fronte di tale potenziale poliedricità narrativa e per rimarcarne la consequenzialità all’interno della produzione del geopoeta orobico (ormai non più solo “d’adozione”, posta la sua genesi monzese), nel racconto la presenza di Davide Sapienza in quanto uomo e pensatore prima che scrittore è evidente: tuttavia, a differenza di Franco Ghigini che sul Corriere di giovedì 19 ottobre lo ha “trovato” (ovvero identificato) in Gottardo Archi, io invece l’ho trovato presente un po’ in tutta la storia narrata, o meglio: mi è sorta l’impressione che Davide in questo libro sia la storia narrata, e dunque che Gottardo Archi, suo padre Vincenzo, la geografia di Bergamo, il paesaggio sullo sfondo della storia così come la Storia con la esse maiuscola e il tempo – o dovrei meglio dire l’Ultratempo – e buona parte del resto della storia narrata siano dentro Davide Sapienza, e siano dunque confluiti nelle pagine del libro in modo per così dire inevitabile, non attraverso l’esercizio della scrittura ma in qualche modo a prescindere da essa per qualche fenomeno di induzione psicoletteraria, se così posso dire.

Ma vado oltre, cogliendo un’altra caratteristica notevole del racconto che gli conferisce un’aura di inevitabile contemporaneità nonostante la scenografia temporale di quasi cinque secoli fa. Sarà per una personale e ben coltivata sensibilità verso certi temi, infatti, ma non ho potuto non concepire La vera storia di Gottardo Archi come pure un formidabile saggio di sociologia e/o di antropologia culturale in forma letteraria. In primis perché nella narrazione della vicenda di Gottardo Archi si viene affiancati e poi seguiti costantemente dal Genius Loci del luogo-città di Bergamo, entità per definizione atemporale – il Genius Loci della seconda metà del Cinquecento è lo stesso di quello odierno: formalmente non è lui a cambiare, siamo noi che nel tempo variamo il nostro rapporto con lui nonché la nostra capacità di relazionarci con lui.
Inoltre, la storia di Gottardo Archi narra in chiave “cinquecentesco-bergamasca” e in modo assolutamente illuminante quella condizione che la sociologia moderna e contemporanea ha definito “dissonanza cognitiva”, nel libro colta proprio nel suo primigenio manifestarsi e svilupparsi entro la vicenda raccontata. D’un tratto, ovvero in modo quasi improvviso, Gottardo Archi si rende conto che nel mondo che ha intorno, nel quale è nato e vive, in cui vi si riflette e viceversa il paesaggio si riflette nel suo essere, il mondo ove egli trova i propri riferimenti identitari e culturali, sta accadendo uno stravolgimento profondo che non solo cambierà i connotati urbanistici e architettonici di quel mondo ma cancellerà pure quei riferimenti identitari e culturali suddetti. Come se su una mappa utilizzata per muoversi in un certo territorio di colpo dovessero sparire buona parte delle indicazioni utili a orientarsi, a capire dove si è e in che direzione si sta andando: ci si sente rapidamente confusi, sconcertati, sperduti. E la mappa, come proprio Sapienza ha scritto in Camminando, è la prima cosa che l’uomo incide nel proprio codice genetico: perché noi esseri umani siamo ineluttabilmente legati alla Terra, al territorio in cui ci muoviamo, al paesaggio che esiste proprio perché noi sappiamo concepirlo e darne un senso, un valore, i quali poi danno un senso e un valore a noi stessi che nel paesaggio stiamo e dunque alla vita che in esso viviamo. La “dissonanza cognitiva” è proprio quella condizione per la quale, pur con la mappa geografica stesa davanti agli occhi, non sappiamo più dove siamo, non riusciamo più orientarci: ci sentiamo smarriti, paradossalmente, nello stesso “nostro” territorio, quello in cui viviamo giorno dopo giorno. Forestieri a casa nostra, in poche parole.
Fosse vissuto ai giorni nostri, forse Gottardo Archi, constatando la radicale e sgomentante trasformazione subita dal proprio paesaggio quotidiano, avrebbe potuto usare la definizione di “non luogo”. Gottardo prima di quegli accadimenti ha intorno a sé un luogo, ovvero una città dalla struttura urbana definita, un territorio che riconosce, nel quale potersi riconoscere e col cui Genius Loci sa dialogare – perché Gottardo Archi possiede la capacità di dialogare col Genius Loci cittadino, Sapienza lo ricorda più volte lungo il testo e ne fa una peculiarità fondamentale per tracciare la vicenda umana del protagonista. Peculiarità che per di più gli rende vivida l’impressione che ciò che sta accadendo alla città inevitabilmente accade anche a suoi abitanti, dunque pure a sé stesso: gli viene provocata (o inflitta) una faglia emotiva, come l’autore la definisce (pag.48), che se da un lato rappresenta una ferita dolorosa e forse pure “infetta” (e il germe infettivo è, inopinatamente, proprio la sua geografia quotidiana), dall’altra provoca un inusitato sgorgare di emozioni, di pensieri “resistenti”, di “creatività come strumento di sopravvivenza psichica” (pag.49).
Lo stesso Genius Loci cittadino subisce in qualche modo lo stravolgimento in corso, ma non perché ne vada a intaccare la presenza e l’essenza – come ho detto prima non è esso a cambiare ma cambia nel tempo il nostro rapportarsi a lui – semmai perché, molto più semplicemente ma pure più drammaticamente, viene letteralmente imprigionato nel suo contesto urbano. Non è il mondo che viene isolato dalla città, ma viceversa è la città che viene isolata; non è Bergamo che rintanandosi sul proprio colle entro le nuove e possenti mura si libera del mondo ai suoi piedi ma, paradossalmente, è così che si separa dalla libertà che resta tutt’intorno nel mondo e se ne va – o viene espulsa – dalla città. Come sceglie dunque Gottardo Archi di difendersi da questa inesorabile minaccia che sta per stravolgere la sua vita? Rifugiandosi nella creatività, appunto, che è elemento umano il quale sua volta si rifugia nella bellezza, che allora come al tempo del dostoevskijano principe Myskin e ancora di più oggi può consentire una fuga verso la salvezza, se non del corpo quanto meno della mente, del cuore e dello spirito, ancor più se si trova il modo di preservarne la più autentica e preziosa essenzialità: esattamente come decide di fare Gottardo Archi, producendo quelle sue 11 tele con le quali Sapienza “illustra” il libro, la storia della Bergamo del XVI secolo, la vicenda umana di Archi e la nostra percezione mentale e spirituale di essa. Opere artistiche che rappresentano il tentativo di sopravvivenza di Gottardo da uno spazio – e anche da un tempo – con i quali non trova più un legame virtuoso e vitale, ma che al contempo indicano a noi, a 500 anni di distanza, una simile via di salvezza dal valore e dall’efficacia immutata (e immutabile) nel tempo.

Come dite? Che con tutto ciò non vi ho rivelato praticamente nulla della storia narrata, della trama del libro? Beh, questo vi può far capire quanto poco, nel “molto” apparente, vi abbia detto fino a qui, e quanto (tanto) avrete da scoprire leggendo il libro ovvero quanto abbia da offrire al lettore. Una scoperta che credo di potervi definire “fondamentale” da compiere, come ogni scoperta che, poco o tanto, sappia rivoluzionare il vostro punto di vista sul mondo. E nel far ciò, Davide Sapienza è pressoché una certezza.

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