Se non si può considerare il tipico paesaggio americano senza considerare il Grand Canyon, o la storia dell’America senza considerare gli indiani nativi, oppure il più popolare american dream senza considerare Hollywood o la Route 66 – e, per ogni caso citato, qualsiasi altro simbolo identificativo dell’America di ieri e di oggi – a mio parere non si può considerare la letteratura contemporanea americana, e ancor più la capacità narrativa e rappresentativa generale della realtà di cui è capace, senza considerare Chuck Palahniuk.
Palahniuk, di quella realtà americana contemporanea, è la voce della parte più socialmente oscura e deviata. E non in senso noir, orrorifico, scandaloso o che altro: almeno non nel senso classico. Se vi è una coscienza di superficie, per così dire, ovvero quella che forma e genera la sostanza “positiva” dell’America di oggi, che si rifà in gran parte ancora al suddetto american dream, ai personaggi alla Obama o alla Jobs, alla libertà, al rock di Elvis, al “God bless America” e così via, c’é di contro una incoscienza di fondo che serpeggia al di sotto di quella superficie, l’altra faccia della medaglia USA: quella delle mai del tutto sopite tensioni razziali, della povertà avanzante, dei fondamentalismi più o meno religiosi o dell’imperialismo travestito da democrazia esportata. Ecco, c’è l’una cosa e c’è l’altra, e poi c’è un mondo di mezzo nel quale convergono elementi di entrambe le cose, le quali scontrandosi a volte in maniera violenta creano una meta-coscienza mutante, che vive tanto di positività quanto di negatività, di bontà e pure di malvagità, di realtà concreta quanto di utopia distorta, e di molta dell’ipocrisia che da ciò può derivare. L’America è ancora un posto da sognare e da ammirare, oppure è diventato un luogo falso e simulatore? Beh, esattamente nel dubbio che sta in mezzo a questi due estremi, c’é Chuck Palahniuk. E da lì egli scrive le sue storie, i suoi libri, scrive le sue visioni che non di rado prendono la forma delle più inopinate e inesorabili verità. Le scrive in modo surreale, ironicamente tagliente, duro e spietato, sfilacciando continuamente la già esile linea di confine tra realtà e fantasia, e instillando ineluttabilmente nel lettore il dubbio su quale veramente sia, nella narrazione degli eventi, la verità, e quale la cosa astratta, inventata, impossibile.
Anche Ninna nanna (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, traduzione del sempre affidabile Matteo Colombo; uscito in origine nel 2002) rispetta questo peculiare stile palahniukiano, nonostante l’input assolutamente banale, ovvero poco originale: un libro di filastrocche per bambini, del quale vi sono qualche centinaia di copie sparse per gli USA, ne contiene una che provoca la morte dell’individuo a cui viene letta. Carl Streator, giornalista d’animo inquieto e passato cupo, lo scopre, e si prefigge di rintracciare tutte le copie del libro maledetto ed eliminarle, per il bene dell’umanità. Ma, in tal modo, egli viene a conoscenza della filastrocca mortale, e ancor più del potere affascinante e terribile di “donare” la morte alle creature viventi… Tuttavia scoprirà anche di non essere il solo a detenere un tale potere, e di come, nella società contemporanea, il confine tra la vita e la morte è molto spesso soltanto tracciato dal risultato di una sgangherata somma di convenienze e di opportunità.
Leggi quell’idea di partenza, e per l’appunto ti dici: beh, da Palahniuk mi aspettavo di più. Ma, in effetti e come per altre opere dello scrittore di Portland, non è detto che il punto finale della storia concluda qualcosa di correlato a ciò che è stata la sua origine, e in ogni pagina ci si può aspettare veramente di tutto. Inoltre, in Ninna nanna non manca una buona sfilata di tipicissimi personaggi palahniukiani, improbabili tanto quanto ammissibili (dacché la realtà supera sempre la fantasia, soprattutto a riguardo di ciò che l’umanità offra in quanto a “tipi strani”, non è vero?!): una sexy immobiliarista post-punk specializzata in case infestate, una giovane aspirante strega molto meno candida di quanto sembri, un ecologista dalla coscienza più “inquinata” della Terra che vorrebbe salvare, un paramedico necrofilo… E un sacco di specie arboree allogene, infestanti il terreno così come – similitudine altrettanto palahniukiana – il Grande Fratello mediatico infesta la mente dell’americano medio. E come il canto della dolce morte, la filastrocca omicida con cui i personaggi del romanzo hanno a che fare, infesta le loro stesse menti, e le coscienze ancora di più.
Forse non il miglior Palahniuk (personalmente ho preferito, ad esempio, Soffocare), ma qui il livello di partenza è talmente alto! Poi certo, lo avrete ormai capito: i libri dello scrittore americano sono parecchio particolari, a molti potrebbero andare poco o tanto indigesti, ma di sicuro leggerli rappresenta una bella e inconsueta esperienza. Non provarla, come ho detto all’inizio, significa non potersi dire buoni “intenditori” dell’America di oggi, e della sua letteratura ovviamente ancor di più.
Eppure Palahniuk continua a essere snobbato dai “lettori forti”, nei laboratori di scrittura creativa poi, non lo vogliono neanche sentire nominare.
Ciao Luca, e grazie del commento!
E’ vero quello che scrivi… Oddio, a mio modo di vedere, che venga aborrito dai laboratori di scrittura creativa è un altro punto a suo favore… E per il fatto che venga invece snobbato dai lettori forti, beh, mi viene da ipotizzare che la sua scrittura così sfaccettata, “obliqua” e così poco incline al “e vissero tutti felici e contenti” (anzi!), freni il consenso di massa sulle sue opere… Ma forse, anche in tal caso, ciò è un bene per la qualità di quanto Palahniuk scrive, dunque per chi come me l’apprezza tale quale è ora.
Grazie ancora! 🙂