Vittorio Peretto, “Manifesto di un ecogiardino”

Cos’è un giardino, se non la più compiuta definizione materiale elaborata dall’uomo nei riguardi della Natura da lui abitata? Ma forse non solo materiale: «Per fare un giardino ci vuole un pezzo di terra e di eternità.» scrisse Gilles Clément, uno dei maggiori teorici del giardino in quanto espressione della presenza umana nel mondo (qui trovate la mia “recensione” del suo Manifesto del Terzo Paesaggio), evidenziando anche la presenza di un elemento immateriale, quasi “sacro” nell’azione dell’uomo che crea un giardino – citando indirettamente, Clément, Martin Lutero il quale sosteneva che «Ogni giardino è un libro di Dio».

Ma nel mondo di oggi, nel quale l’uomo che troppo spesso si crede “dio” e per questo si permette di fare tutto ciò che vuole, sovente senza comprendere il portato delle proprie azioni e così cagionando al mondo danni profondi e ignobili, c’è bisogno di fermarsi un attimo e ripensare la nostra presenza rispetto all’ambiente naturale che ci circonda, fin da quelle pratiche che, appunto, ne rappresentano la manifestazione più diretta. Da questi principi – e da molto altro – nasce Manifesto di un ecogiardino, di Vittorio Peretto (Hortensia/Platform Network, 2023), agrotecnico, architetto paesaggista, artista e fondatore dello studio di progettazione ambientale Hortensia Garden Design, opera come altre “tradizionalmente” pubblicata in prossimità del Natale che accompagna il lettore alla scoperta e alla conoscenza di una peculiare «postura nel mondo», ovvero di un cambiamento di prospettiva, responsabile e interessato, che possa agevolare la transizione da “antropocentrico” a “ecoantropocentrico”.

Ma cos’è, un buona sostanza, un ecogiardino? Nella concezione di Peretto è uno spazio da condividere con la Natura e in cui il progettista fa un passo indietro per far si che gli esseri viventi vegetali e animali, che ne fanno parte, possano esprimersi liberamente nella loro intrinseca intelligenza. È un progetto concepito con tre priorità ambientali: resistenza, resilienza e basso consumo idrico, messe al servizio dell’associazione di esseri viventi che anima biologicamente uno spazio naturale. In tal senso, per avvicinarsi a un ecogiardino occorre studiare la comunità di piante, insetti e animali che si trova sul posto, prendere consapevolezza delle loro interrelazioni e provare a immaginare come si evolverà quell’ecosistema locale nel tempo. Bisogna valorizzare la vegetazione spontanea già presente, se esiste: il luogo, con la sua storia e i suoi primi abitanti fornirà il primo spunto per il progetto.

In pratica, la progettazione di un ecogiardino si concretizza nell’atto di «imparare a disimparare», riconoscendo nuovamente alla Natura e ai suoi meccanismi vitali la libertà primigenia di dare forma, sostanza e anima a un luogo, lasciando che sia essa a insegnare all’uomo come poi potrà interagire con quell’ecosistema, diventando parte equilibrata e coscientemente attiva dell’associazione tra gli esseri viventi che abitano l’ecogiardino. Questo è il fondamentale cambio di prospettiva che Peretto racconta nel libro, la rinascita della consapevolezza di essere parte di un tutto nel quale nulla può e deve essere disarmonico e soggiogante: una consapevolezza che dovrebbe risultare naturale nell’Homo Sapiens proprio perché tale, “sapiente” in forza dell’esperienza culturale millenaria di abitazione del mondo e interazione con i suoi territori, e invece troppe volte l’uomo ha dimenticato e calpestato.

Perché dunque non cominciare il cambiamento proprio dagli spazi che più di altri sono stati soggiogati alla visione antropocentrica e anti-ecosistemica dell’uomo, quindi dai giardini urbani, da quelli che circondano i condomini delle nostre città, spesso gli unici frammenti di Natura in ampi spazi del tutto cementificati? È ciò che Peretto ha cominciato a fare nella sua città, Milano proprio in forza di quanto ha scritto nel suo Manifesto, che non solo è bello e affascinante da leggere ma diventa un autentico e prezioso vademecum, teorico e pratico, per riconnetterci con il mondo e la Natura che abbiamo intorno partendo da una pratica sovente sottovalutata e ritenuta meramente ricreativa ma, appunto, ben più emblematica di ciò che superficialmente appare e didattica riguardo la nostra presenza sul pianeta.