Sylvain Tesson, “Nelle foreste siberiane” (Sellerio)

La solitudine è una di quelle condizioni umane che, da benefica e salutare per diversi aspetti che dovrebbe e potrebbe essere, è stata resa e considerata forzatamente nociva, innegabilmente pericolosa per la nostra società contemporanea la quale invece promuove in ogni modo la condivisione costante e assoluta delle nostre singole quotidianità – i social media sono l’esempio più lampante – ma che a ben vedere, e per bizzarro paradosso, è una comunità composta da persone fondamentalmente sole – si veda sempre ciò che impone l’uso dei social sugli ormai imprescindibili devices digitali, con certe scene del tipo famigliola al ristorante, padre-madre-due figli adolescenti, tutti quanti chinati sui propri smartphone, chiusi in se stessi e nella propria microsfera digitale senza scambiarsi nessuna parola se non quando si manifesti il cameriere a chiedere cose (esperienza personale recente). Naturalmente la (non) socialità imposta e pretesa dal mondo in cui viviamo è meramente funzionale a certi interessi di chi il mondo in vari modi “governa”: non è detto che siano solamente negativi, quegli interessi, ma di sicuro la più autentica socialità tra le persone da tali meccanismi subisce spesso ripercussioni notevoli. Di contro, saper gestire degli adeguati momenti di solitudine aiuta senza dubbio a vivere meglio le situazioni di socializzazione comunitaria nonché a non temere, quando si rimane soli, di dover fare i conti con sé stessi senza le possibilità di fuga offerte dalle innumerevoli distrazioni quotidiane, cosa che – mi viene da pensare, o forse da temere – è quella che più fa credere la solitudine qualcosa di negativo quando non di spaventoso per molte persone. Tuttavia in gioco qui è lo stesso principio per il quale possiamo apprezzare molto di più i momenti di gioia se abbiamo dovuto passarne di tristi e dolorosi, cosa che rappresenta un presupposto proprio e naturale dell’animo umano; semmai è la situazione opposta a rappresentare una sorta di devianza, l’incapacità di non saper stare soli e di abbisognare costantemente di qualcuno accanto grazie al quale autoreferenziarsi: uno stato di alienazione bella e buona dalla nostra condizione ordinaria che mi sembra parecchio diffuso.

Forse anche in forza delle considerazioni che ho scritto fin qui (ovvero per altre sulle quali ho dissertato in questo articolo), nel 2010 lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson decide di andare a vivere per sei mesi – dall’inizio di febbraio alla fine di luglio – nel vuoto quasi assoluto (di cose umane) della Siberia, sulle rive orientali del Lago Bajkal, in una minuscola capanna da cacciatori. Giorno dopo giorno annota le sue considerazioni in un diario cronologicamente lineare che diventa Nelle foreste siberiane (Sellerio Editore, Palermo, 2012, traduzione di Roberta Ferrara; orig. Dans le forêts de Sibérie, 2011), testimonianza in presa diretta della sua esperienza da eremita, «un esperimento e una riflessione sulla condizione umana» come si legge in quarta di copertina.

Bisogna peraltro osservare che la regione del Lago Bajkal è in effetti fuori dal mondo ordinariamente “antropizzato” ma non è così estrema: Tesson è solo nella sua capanna (con quasi tutto ciò che gli servirà per sopravvivere) tuttavia, a qualche decina di miglia, vivono altri umani che ogni tanto va a trovare; il paesaggio in loco è sicuramente straniante (il Bajkal è celebre per gli incredibili effetti generati dalla superficie ghiacciata che ne ricopre il bacino per sei o sette mesi all’anno) ma non è privo di elementi georeferenziali abbastanza familiari (le montagne, le foreste e gli alberi, segni di passate presenze umane, visitatori occasionali…), in ogni caso l’esperienza è certamente radicale e la relazione con la Natura, per certi aspetti lì ancora primordiale, è intensa e profondamente antropologica. Tesson, che è certamente un narratore coinvolgente e raffinato, racconta una storia di grande potenza espressiva e letteraria, ricca di brani e passaggi affascinanti soprattutto ove intreccia le impressioni ricavate dalla visione del paesaggio naturale con le riflessioni variamente profonde che lo sguardo in qualche modo ispira nella sua mente. Da questo punto di vista Nelle foreste siberiane è un libro tanto concreto e appunto potente nelle sue narrazioni geografiche quanto onirico e quasi mistico nelle riflessioni che lo stesso lettore è portato a elaborare, veramente molto bello.

Di contro, un amico assai competente mi ha denotato come la lettura del libro abbia suscitato in lui la sensazione di un atteggiamento quasi superomistico di Tesson nei confronti della Natura fronteggiata; per quanto mi riguarda, più che tale sensazione, ho maturato l’impressione che lo scrittore francese non sia mai del tutto uscito dalla propria condizione di uomo urbanizzato, così da poter approfondire ancora di più la relazione con l’ambiente naturale e il paesaggio nel quale ha scelto di vivere per quei sei mesi (ma questa potrebbe non essere altro che la stessa interpretazione di quanto mi ha segnalato l’amico citato). Come se la sua visione di quanto ha intorno sia in qualche modo sempre mediata da un filtro intellettuale urbano, di uomo del mondo civilizzato che sì, per un certo tempo vive da eremita in una parte di mondo sostanzialmente selvaggia ma senza farsi veramente appropriare dallo spirito del luogo e fronteggiandolo con al fondo del proprio stare in loco la certezza, più o meno conscia, di non essere mai veramente in balìa di quella Natura e di sapere bene che comunque, dopo sei mesi, il tutto sarebbe finito e la vita ordinaria nel mondo civilizzato sarebbe ricominciata.

Sia chiaro: queste mie impressioni personali – forse fin troppo puntigliose o in fondo magari banali per quanto potrebbero certamente caratterizzare la simile esperienza di ognuno di noi che abitiamo la parte di mondo più avanzata e meno incontaminata (dalla nostra stessa civiltà, in primis), se ci ritrovassimo nelle stesse circostanze – non inficiano certo il valore e il fascino di un libro veramente intrigante e oltre modo affascinante, ricco di considerazioni assai felici e di spunti di riflessione sulla nostra presenza singolare nel mondo iperplurale nel quale viviamo ma che a sua volta è fatto di luoghi singoli, di relativi singolari Genius Loci i quali abbisognano di una relazione diretta, uno a uno cioè singolo a singolo, per poter essere pienamente compresi e vissuti, dunque di una condizione di solitudine virtuosa e benefica da saper accettare compiutamente e grazie alla quale poter maturare una socialità finalmente piena, compiuta, da manifestare tanto nel centro di una megalopoli da decine di milioni di abitanti quanto a casa nostra o nel più sperduto angolo di questo nostro pianeta.