Max Cavallari, “Acquaintance. Search and Rescue in the Mediterranean Sea”, (Seipersei)

Ormai lo sappiamo tutti cosa accade da almeno due decenni a questa parte nel Mar Mediterraneo a seguito dell’immigrazione dalle coste africane.

O forse no, non sappiamo affatto cosa accade, consapevolmente o meno. Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che il Mediterraneo – il mare nostrum da sempre, come avevano ben capito i Romani – sia diventato una gigantesca fossa comune sommersa nella quale negli ultimi dieci anni sono finiti 28.000 morti, più di 2.500 nel corso del 2023.

Non si può spiegare, in una parte di mondo che si definisce civile, avanzata e paladina dei diritti umani. Se non che, appunto, non abbiamo ancora capito nulla di quanto accade, non vogliamo capire, non sappiamo farlo, così che la realtà dei fatti ci scivola addosso e con essa quei numeri, le notizie dei media al riguardo, le immagini, le testimonianze. È una manifestazione contemporanea di quella «banalità del male» postulata da Hannah Arendt nel suo celebre libro: ci siamo così assuefatti – o ci siamo voluti assuefare – alle immagini e alle notizie pur spaventosamente tragiche sui naufragi nel Mediterraneo riportare dai media che non ci facciamo più caso, come fossero cose normali dunque banali, appunto, trascurabili.

Non so dire se, per evitare tale forma di degrado morale e culturale collettivo, sia necessaria una nuova narrazione degli accadimenti del Mediterraneo – al netto di tutte le sovrascritture politiche, ideologiche, strumentali, propagandistiche. Tuttavia posso certamente affermare che Acquaintance – Search and Rescue in the Mediterranean Sea, il libro del fotografo Max Cavallari (Casa Editrice Seipersei, 2023, con un’introduzione di Valerio Nicolosi) che racconta la sua esperienza a bordo della nave SAR “Humanity 1” della Ong tedesca United4Rescue nel Mediterraneo, durata 40 giorni con 180 migranti recuperati in mare, è un’opera testimoniale che offre una narrazione diversa di quanto sta succedendo e assolutamente originale nel senso più virtuoso del termine.

Lo è a partire dal titolo: “Acquaintance” in lingua inglese significa conoscenza ma, nonostante sia un lemma anglosassone, contiene il comprensibilissimo riferimento al termine acqua in italiano – l’elemento fondamentale della parte di mondo raccontata nel libro – e poi perché l’altra parte del termine, “-intance”, ricorda “instance” ovvero istanza, una parola che ha molti significati che di nuovo rimandano alla narrazione contenuta nel libro e alle istanze, alle richieste, alle suppliche alle aspirazioni dei migranti che decidono di compiere il lungo e pericoloso viaggio verso le coste europee in cerca di un’altra vita, possibilmente migliore, probabilmente più libera di quella da cui fuggono.

Inoltre diversa e originale lo è, la narrazione per immagini del libro, perché Max Cavallari decide di fissare nei suoi scatti quasi solamente l’umanità che vive la nave, le persone a bordo, i membri dell’equipaggio e i migranti raccolti in mare. Dei primi mostrando sempre i volti e le espressioni, dei secondi quasi mai: non solo per una forma di rispetto verso il loro dramma ma anche perché fino a che le persone restano sulla nave – tutte quante, chiunque esse siano – sono tutte uguali, tutte parti di quel micro-mondo in navigazione sul mare che è l’imbarcazione, tutti precari nella propria quotidianità fino a che la nave non torna a riva e attracca in un porto. Intorno c’è la vastità del “nostro” Mediterraneo: in effetti un mare piccolo, quasi più un grande lago che mai ha rappresentato un vero e proprio confine ma sempre è stato uno spazio di viaggi, transiti, scambi commerciali, sociali, culturali, ma che la mancanza di gestione politica del fenomeno migratorio, e a monte quella di una sua comprensione di natura umanistica, sociologica e antropologica (secondo me la causa principale dell’incapacità di gestione politica), ha reso negli ultimi lustri una sorta di oceano dalle rive lontanissime, inquietante, pericoloso, sovente letale.

Quelle che ne sono uscite, dall’obiettivo di Cavallari, sono così immagini delicate eppure potentissime, evocative, struggenti, commoventi, che effettivamente raccontano molto di più di quanto si potrebbe pensare di primo acchito e soprattutto sanno raccontare cose che altre immagini più “ordinarie” narrano senza farne soggetto degli scatti, ma inopinatamente con maggior forza di quelle: proprio perché lavorano direttamente nella mente e nell’animo del lettore del libro, quasi come se sapessero accompagnarlo a bordo della “Humanity 1” in quei giorni di missione umanitaria.

Di tutte le immagini così potenti che formano il libro, ce n’è tuttavia una che mi ha particolarmente colpito, a pagina 79. Vi è ripresa una parte del ponte esterno nella nave nella semi-oscurità notturna, coperta da grandi teli impermeabili per la pioggia o gli spruzzi delle onde del mare agitato; sul pavimento si intuisce la presenza di quelli che sembrano dei sacchi di merci lì ammassati durante il trasporto, come si potrebbero vedere in un qualsiasi magazzino. Ma in ciascuno di quei “sacchi” c’è un essere umano, avvolto nella propria coperta per difendersi dal freddo della notte (tenete contro che la missione si è tenuta tra ottobre e novembre del 2022). In essa da un lato diventa concreta la sensazione di “carico residuale” ovvero dell’espressione utilizzata (biecamente) da alcuni politici per indicare i migranti a bordo delle navi SAR, proprio come fossero merci; ma dall’altro lato, e subito dopo, l’operatore della nave ripreso dall’obiettivo di Cavallari il quale cammina con attenzione lungo il ponte per non calpestare le persone lì sdraiate riporta subito alla nuda e cruda realtà delle cose: sono proprio esseri umani, quelli, necessariamente ammassati sul ponte per mancanza di spazio e che sono lì perché quel ponte, in quel momento, rappresenta la salvezza dopo il rischio mortale vissuto in mare, l’unica loro speranza, l’unica ragione di vita e di futuro.

Libro bellissimo e potente, lo ribadisco ancora, del quale peraltro ho avuto la fortuna e l’onore di poter disquisire direttamente con l’autore in un incontro bello e intenso nell’ambito di Book City Milano 2023, nel quale Max Cavallari ha “portato ancora più a bordo” me e i presenti, se così posso dire, della “Humanity 1” durante quei giorni di missione e di salvataggi, durante quei momenti di realtà contemporanea e di verità storica in divenire che ancora, evidentemente, non vogliamo capire.

Leggetelo – o meglio, osservatelo e analizzatelo, Acquaintance. Lo merita assolutamente.