Siamo su una nave – siamo, sì, tutti quanti noi – il cui equipaggio da qualche tempo la timona in acque sempre più agitate, al punto che lo scafo sta subendo diversi danni e comincia a imbarcare acqua, con un chiaro e crescente pericolo di affondamento. Molti se ne rendono conto e cercano di lanciare l’allarme, altri invece sostengono che non ci sia nulla da temere, basta tenersi un po’ più saldamente alle balaustre, il mare non è così agitato come dicono e in fondo si è pagato il viaggio e si ha diritto a navigare con tutti gli agi possibili. In ogni caso l’equipaggio non sta variando la rotta seguita, anche se gli ufficiali di bordo spesso sostengono di fare molta più attenzione di prima, acclamati per ciò da certi passeggeri. Fatto sta che, con il passare del tempo, i danni alla barca si stanno ampliando e la possibilità di sistemarli si fa sempre più ostica ma la nave continua a navigare tra i marosi montanti e va, va come nulla fosse e potesse accadere, va, va…
Be’, fino a quando potrà andare, secondo voi, prima di rischiare di colare definitivamente a picco? Probabilmente fino a che ci si renderà finalmente conto del pericolo incombente; ma se ciò non dovesse accadere, se per vari motivi non ci si dovesse o non si volesse rendere conto della situazione in divenire, la sorte infausta della nave sarebbe segnata. Inesorabilmente, già.
Ecco: quella nave è il nostro pianeta, il mare sempre più minaccioso è la realtà nella quale “navighiamo” e viviamo, l’equipaggio inerte è chi comanda il mondo e la rotta evidentemente errata è la gestione del suo ambiente e del clima; infine, come accennato, i viaggiatori a bordo siamo noi, il genere umano. Che per buona parte non sta capendo che è prossimo ad affondare, su quella sua nave, e nonostante gli allarmi e qualche timore conseguente non sta facendo e chiedendo di fare più di tanto, per risolvere la questione ed evitare l’inabissamento.
Perché alla fine il problema forse fondamentale è proprio questo, la mancanza di cognizione e comprensione, dunque di relativa azione. È la nostra mente ferma, congelata in un eterno e irreale presente mentre nel reale autentico i ghiacciai scongelano e fondono e tutto il resto dell’ambiente naturale, sottoposto agli effetti sempre più pesanti della crisi climatica, si degrada, muta, si altera diventando minaccioso e viepiù inospitale per noi e per le altre creature viventi. L’ultimo libro di Matteo Motterlini, filosofo della scienza e figura di notevolissimo prestigio scientifico-accademico già autore di numerosi volumi sulla mente e i comportamenti umani di fronte alle realtà del mondo contemporaneo, riassume i concetti appena espressi nel proprio tanto suggestivo quanto emblematico titolo: Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025, pag.272), precisando poi ancora meglio nel sottotitolo il nocciolo fondamentale della questione, «Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico». La mente di creature che si sono definite “Sapiens” ma che di frequente, e nel caso della crisi climatica – peraltro antropogenica – in modo particolare, dimostrano di non esserlo granché, così sapienti.
Ormai più di trent’anni fa il mai troppo compianto Alexander Langer pronunciò quelle celeberrime (ma evidentemente ancora parecchio incomprese) parole sul rapporto tra noi e l’ecologia del pianeta, già allora suscitate da quanto stava diventando sempre più evidente in tema di cambiamenti climatici: «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. Ma come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?» Dopo trent’anni, appunto, persi senza aver trovato una risposta valida alla domanda di Langer e senza aver maturato la consapevolezza necessaria sulla questione (come afferma anche Motterlini a pagina 179 del libro), ormai dobbiamo non più parlare di «conversione ecologica» ma di sopravvivenza biosistemica planetaria, anche perché la “sostenibilità” ecologica che sovente pensiamo (e ci vantiamo) di aver raggiunto è in verità solo un placebo per le nostre menti ignoranti – cioè che ignorano la realtà effettiva delle cose, ovvero della quale non ne vogliono sapere granché per quanto scomodo e fastidioso sia, saperne.
Motterlini, nel suo libro, articola una approfondita analisi del rapporto mentale e intellettuale, dunque soprattutto culturale e scientifico, tra noi, la nostra mente, e il mondo nell’era della crisi climatica i cui effetti si fanno ogni giorno di più pesanti e devastanti. Una mente, quella umana, che nonostante quel titolo di “Sapiens” (il quale, se posso dire, vale tanto quanto oggi valga quello di “sostenibile”, che infatti viene usato e abusato ovunque quando si vuol far credere che una cosa sia sostenibile anche se palesemente non lo è… ecco, lo stesso vale per “Sapiens”, purtroppo) è in verità un organo che per diversi aspetti è rimasto fermo a millenni fa (d’altro canto l’essere umano ha vissuto molto più nella preistoria che nelle epoche recenti e più avanzate, conservandone i retaggi) e che subisce numerose distorsioni cognitive, i cosiddetti bias, verso le quali non dimostra di possedere strumenti capaci di gestirli se non di risolverli, peraltro spesso nemmeno essendone conscio. Posto ciò, è paradossale constatare come noi “Sapiens”, capaci di costruire un mondo ipertecnologico e supermediatizzato, vista la quantità di informazioni circolanti e disponibili (che crediamo essere una manifestazione di libertà e democrazia quando invece lo è di un «pluralismo impazzito e frastornante» – pagina 198 del libro), ci si dimostri sempre più spaesati, istupiditi e inermi di fronte a questioni fondamentali come quella climatica, tali perché realmente in grado di metterci a rischio di sopravvivenza. Addirittura, riusciamo a negare i dati scientifici che provano lo stato di fatto delle cose, senza peraltro avere titoli e prove per farlo, oppure, nel migliore dei casi, facciamo finta che nulla sia e, nonostante buoni propositi vari e assortiti, perseveriamo il modus vivendi collettivo pretendendo anzi di accrescere il benessere e le gratificazioni conseguenti – una «economia della dopamina», come scrive Motterlini. Ecco, a tale proposito: sempre più fossilizzati sul presente e incapaci di pensare al domani, rendiamo definitiva e devastante la contrapposizione tra “economia” e “ecologia”, due termini in origine gemelli e complementari per come entrambi contengano la radice “eco” cioè οἴκος/oikos, “casa”, il nostro pianeta, la vera unica casa che abbiamo e abitiamo tutti insieme. Una contrapposizione che rende altrettanto evidente quella tra “sostenibilità” e “sviluppo”, in verità termini e concetti antitetici nella realtà che stiamo vivendo: non è un caso che «sviluppo sostenibile» sia un’altra di quelle definizioni così usate e abusate, in primis dalla politica, da aver ormai smarrito la propria credibilità di fondo.
Tuttavia queste mie osservazioni intercettano solo una piccola parte di ciò che compone la dissertazione di Motterlini nel libro. Che è potente, intrigante, a volte irritante (ma come lo è uno specchio che dimostra quanto possiamo essere brutti, se non ci sappiamo rassettare a modo) e ancor più illuminante. Un libro imperdibile, insomma, di quelli che dovrebbero essere letti da più persone possibili (qualcuno ha scritto, non ricordo dove, che sarebbe da far leggere nelle scuole: be’, potrebbe sembrare un’affermazione artificiosa e superficiale ma non lo è affatto e non potrei essere più d’accordo!) che contiene tra le sue pagine un grido d’allarme forte e chiaro, un conseguente e inevitabile atto d’accusa verso la dominazione antropica del pianeta ma che rappresenta pure un «manuale pratico per intervenire» in maniera rapida e radicale, innanzi tutto sulla nostra mente ancor prima che sull’ambiente, e dunque un manifesto tanto programmatico quanto formativo, che vuole farci rendere conto delle cose grandi e meravigliose che la civiltà umana potrebbe realizzare se sapesse ritrovare il più sensato equilibrio e la relazione consapevole e profonda con il mondo che abita e con l’ambiente naturale del quale è e sarà sempre parte. D’altro canto, nel dire queste ultime parole ho usato le forme verbali del congiuntivo e del condizionale ma in verità si tratta di un dovere (e pure un diritto, a ben vedere), un obbligo ovvero una necessità inderogabile definitivamente supportata dai dati scientifici oltre che dal fatto che dobbiamo infine dimostrarci veramente “Sapiens”, se vogliamo continuare a vivere e abitare al meglio il nostro pianeta.
Infatti ecco come Motterlini chiude il testo di Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai, a pagina 213:
«Ogni decisione che riguardi la crisi climatica deve bilanciare il rischio di una possibile catastrofe futura con il costo delle misure preventive. La necessità di agire con responsabilità ci impone di basarci sulla conoscenza migliore che abbiamo – che è quella che ci offre la scienza.
A questo punto abbiamo due strade.
La prima: non ci fidiamo della scienza. Esitiamo, rimandiamo, usiamo il dubbio come alibi per restare immobili. Ma se la scienza ha ragione – e tutto lascia pensare che ce l’abbia – pagheremo il prezzo più alto: un clima fuori controllo, ecosistemi collassati, incendi, siccità, crisi alimentari, milioni di sfollati climatici. Senza possibilità di ritorno.
La seconda: scegliamo di fidarci. Cambiamo rotta, riduciamo le emissioni, accettiamo qualche sacrificio nel nostro stile di vita in cambio di città più vivibili, aria più pulita, foreste, oceani e ghiacciai preservati. Poi, magari, scopriamo che la scienza aveva un po’ esagerato. E allora?
Allora avremo salvato il pianeta.
Per errore.»
Di errori ne abbiamo fatti fin troppi, noi umani, nel corso della nostra storia – guerre, devastazioni, crimini, atrocità e, non ultimo, ciò che abbiamo cagionato al clima. Ecco, almeno stavolta vediamo di “sbagliare” nel modo più corretto e vantaggioso possibile, per noi e per il nostro mondo.
Lo ribadisco: Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai è un libro imperdibile. Da leggere, studiare, meditare e dal quale imparare per poi farsi influenzare.