Mario Rigoni Stern, “Uomini, boschi e api” (Einaudi)

Qualche tempo fa Roberto Mantovani – uno dei massimi esperti italiani di cose di montagna – pubblicava sul magazine “In Movimento” un articolo intitolato Ridateci Rigoni Stern con quale rimarcava come, a fronte della notevole produzione editoriale contemporanea dedicata alla montagna e alla Natura in generale, nella quale non mancano buoni scrittori e libri, sostanzialmente non c’è nessuno che sappia scrivere di tali temi come sapeva farlo Mario Rigoni Stern, ribadendone non solo l’unicità di stile nel panorama letterario italiano del Novecento ma pure l’insuperata dote di narrazione pura del mondo naturale e del rapporto dell’uomo con esso. “Pura” perché cristallina, genuina, obiettiva, priva di fronzoli letterari eppure profondamente poetica, sovente intima e intimistica, sublime compendio di pensieri ed emozioni messi nero su bianco dalle giuste parole – ne una di più ne una di meno, nessuna al di sopra delle righe e nemmeno al di sotto – nell’insieme di testi che si potrebbero pensare quasi minimali, asciutti o laconici ma che sanno raccontare molto di più di quanto si recepisca dalla loro lettura, proprio perché in grado attivare tanto la mente quanto il cuore e l’animo. E sempre, lo ripeto, raccontando la nuda verità, ovvero facendo scaturire da essa la poesia e la narrazione letteraria ma senza mai distaccarsi dalla visione dello sguardo e dai conseguenti moti dello spirito.

Uomini, boschi e api (Einaudi, 1a ed.1980) è uno dei titoli di Rigoni Stern specificatamente dedicati alla Natura e ciò, con il grande scrittore dell’Altopiano di Asiago, significa sempre “Natura” nell’accezione più ampia possibile del termine: quella in cui ogni elemento variamente vivente – piante, fiori, animali, insetti, rocce, acque eccetera nonché, ultimi ma non ultimi, uomini – è parte egualitaria dell’insieme naturale, in relazione reciproca dal punto di vista tanto biologico quanto spirituale. Una relazione costante, quotidiana, necessaria ancorché da molti trascurata e incompresa (o non più compresa) che Rigoni Stern descrive in una sorta di diario la cui cronologia è atemporale e semmai legata alle stagioni, al variare climatico, ai fenomeni naturali: tanti racconti che non vanno quasi mai oltre la decina di pagine, radunati in alcuni macrotemi – la guerra, il bosco e la sua vita, le api, i montanari e un ultimo emblematico testo dedicato all’emigrazione – nei quali l’autore condensa tanti momenti di relazione – appunto – con la Natura della montagna asiaghese, attraverso una narrazione generalmente autobiografica ma in cui l’io narrante si fa “portavoce” di tutto quell’ambito naturale e di ogni elemento in esso presente, sia materiale che immateriale.

In verità la guerra, uno degli argomenti più intensi della scrittura di Rigoni Stern – vuoi anche per i successi editoriali di certi suoi libri – occupa soltanto le prime pagine di Uomini, boschi e api: una presenza marginale con la quale lo scrittore sembra voler rimarcare da un lato l’importanza, se non l’ineluttabilità, di quella personale memoria spaventosa e fondamentale, ma dall’altro evidenziare come pure in quegli anni di prigionia e di sofferenza la Natura fosse per sé una presenza salvifica, una sorta di via di fuga, quasi sempre mentale, da una realtà di privazioni e di stenti.
Fuga che in fondo voleva – e ha potuto essere – preludio del ritorno a casa, a guerra finita, e della riconnessione con le proprie montagne e con un mondo col quale cercare e trovare (poste le terribili esperienze belliche vissute) una ancor maggiore armonia. Ecco, trovo che in ciò Mario Rigoni Stern sia stato grandissimo e tutt’oggi insuperato: non nel raccontare storie di uomini di montagna o in montagna ma storie di uomini e montagne, gli uni a fianco delle altre. In Uomini, boschi e api si legge di un mondo nel quale ogni cosa ha valore, ogni cosa è importante, nulla è inutile o superfluo – semmai diventa così la quotidianità degli uomini che perdono un tale fondamentale contatto con la Natura (quelli che si fanno attrarre dai negozi e nelle boutique di Asiago durante la stagione turistica ben più che da quanto le montagne intorno possano offrir loro di molto più bello e importante, ad esempio – ma Rigoni Stern non ne scrive polemicamente, cita solo rapidamente tali situazioni come se in fondo non ne fosse interessato). D’altro canto in montagna da sempre ogni cosa ha valore: se oggi la guardiamo attraverso gli occhi e gli immaginari costruiti ad hoc dalle brochure turistiche come una sorta di eden meraviglioso nel quale vivere storie alla Heidi, in verità la vita nelle terre alte è stata per secoli assai grama e anche i guadagni portati dal boom del turismo non di rado sono risultati quanto mai aleatori. Tutto in montagna aveva (ed ha) valore dacché tutto o quasi è necessario alla vita, alla sussistenza quotidiana, alla necessaria resilienza: le rocce per la costruzione delle case, il legname per lo stesso motivo e per garantirsi il calore d’inverno, i prati per alimentare gli animali attraverso il lavoro degli uomini, gli animali per alimentare gli uomini e così via. Un valore quasi mai economico, un tempo, ma pratico, gestito in modo esemplare dalla comunità dell’Altopiano ancora oggi anche se, di frequente – a volte per forzata imposizione del tempo e del vivere sociale – quel valore naturale a disposizione delle genti locali è stato via via patrimonializzato, trasformato in “bene”, in ricchezza materiale più che immateriale, perdendo buona parte della valenza antropologica.

In tal senso leggo i capitoli dedicati alle api, che Rigoni Stern allevava con passione nel giardino di casa, quasi come metaforici di un modus vivendi animale dal quale ci sia assolutamente da imparare: più volte l’autore sottolinea come l’arnia sia una sorta di superorganismo il cui cervello sia composto dalla somma delle intelligenze delle singole api che lo compongono, una società assolutamente egualitaria in quanto a valore di ogni suo membro – regina a parte, ma anche qui con logica vitale – nella quale ognuno è necessario e nessuno superfluo. Un ammirevole modello di vita sociale in armonia con il mondo col quale interagisce e d’altro canto strettamente dipendente da questo e dalla sua buona salute, alla cui descrizione – anche qui non casualmente, io credo – Rigoni Stern fa seguire i racconti dedicati ai lavori di montagna, altri esempi di un’armonia tra creature viventi (ovviamente gli uomini, in tal caso) e la Natura ma più instabile, più legata (nel bene e nel male) alla volubilità dell’animo umano o alle contingenze dei tempi e della quotidianità, eppure a sua volta fondamentale per l’equilibrio vitale di quel mondo in altura.

L’ultimo capitolo, come dicevo, rappresenta un unicum e dà forma a un finale di lettura alquanto emblematico, narrando il ritorno sull’Altopiano di un asiaghese emigrato da giovane negli Stati Uniti e là rimasto per più di cinquant’anni ma desideroso di tornare a vedere le sue montagne, la sua casa di boschi e prati, la propria Heimat assoluta e insostituibile. La cui bellezza eterna tuttavia gli verrà negata da chi, pur di famiglia e di identiche origini, non conserva più il legame con quel mondo e con la sua necessarietà antropologica.

Ma concludo qui questa mia dissertazione su Uomini, boschi e api. Non posso non denotarmi come la letteratura di Mario Rigoni Stern sia già oltre modo ricca di analisi e approfondimenti così come, a ben vedere, sia talmente intensa e profonda da rendere molte delle parole spese al riguardo sempre troppo insufficienti a trasmetterne l’intensità e la profondità. Mario Rigoni Stern è uno dei più grandi patrimoni letterari e culturali italiani per la cui comprensione serve, sempre e soprattutto, un esercizio altrettanto grande quanto semplice eppure preziosissimo: la lettura. Un po’ come, per conoscere e capire al meglio le montagne, bisogna soprattutto salirci e camminarci sopra.

Ecco: andate per monti, leggete Uomini, boschi e api, leggete Mario Rigoni Stern, sempre. Perché sempre sono esperienze pressoché uniche ed essenziali.