Marco Albino Ferrari, “Assalto alle Alpi” (Einaudi)

Da gran appassionato di etimologia quale sono, trovo sempre interessante trovare il senso “pratico” – dunque non solo quello prettamente semantico – delle parole che utilizziamo, perché la loro origine sovente può svelare o suscitare comprensioni di esse più articolate di quanto si potrebbe ritenere di primo acchito.

Dunque, «assalto» – sostantivo derivante dal verbo assalire – è un termine che nella sua forma attuale si origina dal latino medievale assaltus composto da ad e da saltus, “salto”, che indica il moto verso l’alto, il salire – così adsaltus/assalto è il saltare sopra o addosso, il che rimanda chiaramente ad un impulso aggressivo, di sopraffazione. Di contro, il “salire” contenuto nella parola, se inteso in chiave montana, fa pensare subito all’ascensione di una cima: un’attività in genere praticata per passione e divertimento, dunque apparentemente nulla di veemente. Tuttavia, fino a qualche anno fa nei resoconti alpinistici si poteva leggere di frequente l’espressione «assalto finale alla vetta» e, parimenti, si usa spesso ancora oggi il termine “conquista”, entrambi i quali di nuovo rimandano a qualcosa di bellicoso: infatti l’alpinismo “eroico” di qualche decennio fa si compendiava nell’idea della “lotta con l’alpe” espressa dall’alpinista torinese Guido Rey e tutt’oggi presente, come motto, sulla tessera dei soci del Club Alpino Italiano.

Insomma, tutta questa curiosità etimologica intorno alla parola “assalto” nasce – lo avrete ovviamente già capito – dal titolo del più recente libro di Marco Albino Ferrari, Assalto alle Alpi (Einaudi, 2023), in particolar modo riflettendo sulla scelta per esso di un vocabolo così forte e dalle accezioni bellicose, appunto. Scelta che d’altro canto apparirà motivata a qualsiasi frequentatore delle nostre montagne che alle vette e ai loro paesaggi sappia dedicare uno sguardo sensibile e attento: come denota la presentazione del volume,  «Le Alpi sono minacciate da modelli di sviluppo del passato. Sul piano materiale, dal varo di nuove infrastrutture turistiche pesanti; sul piano immateriale, attraverso vecchi stereotipi idealizzanti, che riducono la montagna a luogo salvifico di pura “bellezza”.» “Minacciate”, già, altro termine che porta alla mente una dimensione di intimidazione, di rischio e sopraffazione, ulteriori elementi afferenti alla belligeranza. È curioso – ma forse meglio sarebbe se scrivessi inquietante – pensare che il moto verso l’alto, il salire indicato dall’etimologia originaria del termine «assalto», nella frequentazione alpinistica “classica” delle montagne, e al netto della retorica che lo accompagna, conserva un’accezione positiva, mentre la frequentazione contemporanea delle terre alte, quella determinata dai modelli turistico-commerciali diffusi, conferisce al termine un senso del tutto negativo. Gioco forza, invero.

Trovo che questo sia un “testacoda lessicale” emblematico, senza dubbio, che Ferrari nel suo libro racconta perfettamente e con un’articolata e olistica visione del tema e dei fatti che lo compongono. Non a caso a fare da filo rosso alla narrazione di Assalto alle Alpi è proprio una salita verso l’alto, verso le montagne, nella sua accezione contemporanea – la seconda che ho indicato lì sopra e di nuovo per certi aspetti rimandante a una dimensione bellicosa: quella che negli anni Sessanta del secolo scorso portò alla nascita dal nulla di Viola St.Gréé, in alta Valle Mongia sulle montagne tra il cuneese e la Liguria, quando l’ingegner Giacomo Augusto Fedriani, giovane imprenditore rampante e ex campione di sci, prese a effettuare numerose ricognizioni aeree della zona per individuare dal cielo – verso cui saliva con il proprio aeromobile: sempre un moto verso l’alto, appunto – i versanti più adatti per installarci degli impianti di sci, sull’onda di quanto di innovativo si stava realizzando in Francia sulle cui montagne nascevano le prime stazioni di ski-total, località inventate dal nulla e completamente asservite ai bisogni dell’industria sciistica e dei suoi turisti. A Viola St.Gréé si costruirono 2 seggiovie, 11 skilift, 2 manovie ma soprattutto un gigantesco complesso alberghiero, la Porta della Neve, tra i più grandi d’Europa, sorta di centro commerciale con supermercato, negozi, piscina, bar, sale conferenze, ristoranti e annessi alloggi d’ogni genere, il tutto collegato alle partenze degli impianti e alle piste da sci. Per qualche anno il luogo visse tempi d’oro, lo frequentavano i VIP e ci si svolgevano gare sciistiche internazionali, ma Viola St.Gréé era ed è a poco più di 1000 m di quota e al massimo gli impianti giungevano a 1800 m.: già a fine anni Ottanta cominciarono i problemi economici e gestionali, poi il cambiamento climatico fece il resto. Oggi la mirabolante Porta della Neve è un gigantesco rudere, un monumento a un’era di presunta prosperità sciistica che pare preistoria e invece è cronaca di solo pochi decenni fa, spazzata via da un cambiamento tanto repentino quanto inesorabile ma, per molti aspetti, reso tale proprio da quel modello turistico verso la cui pericolosità – in primis nei confronti delle montagne – il boom economico rendeva tutti quanti (o quasi) ciechi.

Come dicevo, il caso di Viola St.Gréé viene presentato da Marco Albino Ferrari come emblematico riguardo l’assalto – veramente bellicoso e aggressivo in numerose sue manifestazioni – che l’industria dello sci da quegli anni del secolo scorso ha portato un po’ ovunque sulle montagne, “bombardandole” (passatemi il termine, ma è per restare nella metafora bellicosa) di centinaia e centinaia di impianti di risalita, hotel, seconde case, cemento, strade, parcheggi, asfalto e, negli ultimi lustri, tubi, cannoni e bacini per l’innevamento artificiale. In questo modo anche il monumentale sfacelo di Viola St.Gréé si è riprodotto in centinaia di località sciistiche, veramente dando l’idea, in molti casi, di tanti campi di battaglia d’una guerra che moltissime località hanno perso: tralicci arrugginiti e abbattuti, rottami metallici, cavi abbandonati, edifici cadenti e pericolanti, strade ormai inutili, piste dimenticate il cui spazio il bosco sta riconquistando e, non da ultimo, l’economia locale andata a rotoli.

Ma l’«assalto» alle montagne non è portato solo con le “armi” di ferro dei tralicci funiviari o di cemento delle opere edilizie: Ferrari spiega bene come in verità la belligeranza del turismo montano utilizza un arsenale vario e assortito, a partire dalle proprie strategie di fondo ovvero dai modelli di sviluppo turistico, di matrice ormai del tutto consumistica, che ancora vengono pervicacemente sostenuti e praticati da troppe amministrazioni locali sulle rispettive montagne nonostante la realtà che stiamo vivendo – non solo in senso climatico – e la lunga lista di fallimenti e di chiusure di comprensori sciistici elencata da una documentazione ormai corposa. Basti pensare a quanto sta accadendo per i giochi olimpici di Milano-Cortina 2026: la pista di bob di Cortina, ad esempio, un vero e proprio atto di prepotenza aggressiva nei confronti del luogo, del paesaggio e della sua comunità, oltre che delle casse pubbliche visto il costo esorbitante previsto per l’opera. Ma le Alpi, e le montagne in genere, vengono assaltate anche attraverso il marketing e gli immaginari distorti e alienanti che crea, da certo green washing che utilizza le montagne in quanto simbolo facile di “natura selvaggia” e “wilderness” (cose inesistenti sulle Alpi, la catena montuosa più antropizzata del pianeta), dalla cosiddetta “destagionalizzazione” turistica che viene spesso presentata come un modo virtuoso per spalmare i turisti anche al di fuori dei periodi di alta stagione e così accrescere i benefici a favore dell’economia locale ma che poi troppo spesso si palesa invece come un sistema per riprodurre meramente gli stessi modelli turistici massificanti e impattanti lungo l’intero arco dell’anno, dunque un buon motivo per infrastrutturare ancor più pesantemente le montagne – penso alla proliferazione di ciclovie in quota, per dirne una – e poi ancora da certa architettura del tutto fuori contesto rispetto alle caratteristiche locali (con tutto ciò che ne consegue, come «l’irruzione cromatica nell’omogeneità di materiali endogeni» cagionata dai «colorini» di tante seconde case – pagina 79 – costruite da immobiliaristi privi di alcuna sensibilità nei confronti dei luoghi), dalla conseguente urbanizzazione basata su modelli prettamente metropolitani (strade a più corsie, mega-rotatorie, parcheggi multipiano, eccetera) e anche da certe “armi” apparentemente secondarie ma non meno aggressive per le montagne: ad esempio la questione dei “pascoli di carta” che per lungo tempo ha contribuito alla devastazione di ampie porzioni pascolive montane sottratte al lavoro e alla cura degli allevatori locali tramite una frode “agevolata” da leggi comunitarie poco attente alle conseguenze di ciò che regolamentavano.

Detto tutto ciò, come se ne può uscire da un tale intenso guerreggiare portato alle Alpi, continuamente foraggiato tramite i soldi pubblici stanziati da una politica ahinoi sempre troppo poco attenta e ancor meno competente? Nella seconda parte di Assalto alle Alpi, significativamente intitolata Prime luci, nella notte fonda, Marco Albino Ferrari indica diverse vie attraverso le quali ripristinare il necessario equilibrio tra uomini e montagne e per arginare la cultura dell’eccesso alla base dei modelli turistici vigenti. La principale è promuovere un senso diffuso della misura, sulle montagne: come denota Ferrari, abitare una vallata alpina significa fare i conti con un territorio che è limitato per definizione, che può offrire solo una quantità di risorse limitata. Di contro, la montagna non è solo turismo, lo dimostrano bene le esperienze delle tante famiglie giovani che tornano o scelgono di trasferirsi nelle terre alte: servono diverse tipologie di interventi per incentivare il ritorno della vita in montagna, ad esempio favorire la ricomposizione fondiaria dei terreni che, nel passaggio di padre in figlio, si sono sempre più ridotti di dimensioni fino a ridursi a microparticelle che singolarmente non sono sufficienti per vivere. Occorre intervenire per favorire le aziende che nascono in montagna per iniziativa dei giovani, ma soprattutto una visione complessiva che metta insieme tutte queste azioni. E a monte occorre una politica che finalmente torni a dimostrarsi competente, attenta e sensibile verso i territori montani e le loro comunità residenti, quelle che lì restano anche quando la neve sulle piste non c’è più e le seggiovie hanno smesso di girare, parimenti come quando le scuole e gli ambulatori medici vengono chiusi, i trasporti pubblici tagliati, le strade secondarie poco o nulla manutenute, i corsi d’acqua esondano eccetera. Inutile continuare a lamentarsi dello spopolamento delle montagne, a fronte di ciò.

È urgente agire, dice Ferrari, senza lasciare che tutto rimanga come è adesso e ha ovviamente ragione per millemila motivi. Altrimenti il rischio è veramente quello che l’Assalto alle Alpi denunciato fin dal titolo del libro si lascia dietro un gran cumulo di macerie e rottami ma non solo cementizi o metallici, anche e soprattutto culturali, economici, ambientali, sociali, umani. Un’eventualità che non possiamo permetterci, in nessun modo.