Una delle cose più deleterie che siano accadute alle nostre Alpi, al netto delle fenomenologie di natura variamente socio-antropologica che ne hanno caratterizzato negativamente la storia degli ultimi due secoli, è stata la loro trasformazione in baluardi naturali di confine in base alla dottrina cartesiana sulla quale si è incentrata la geopolitica europea dal Settecento in poi. Prima di ciò, le Alpi sono sempre state una “cerniera” tra popoli, culture, saperi, tradizioni, economie, hanno sempre unito le genti alpine e gli stessi stati nazionali puntavano a contenere il più possibile nei propri territori i gruppi montuosi nella loro interezza. Anzi, quelle fenomenologie degradanti prima citate in effetti sono state la conseguenza anche di tale suddivisione geopolitica cartesiana dei monti alpini, per non parlare delle varie guerre successivamente scoppiate tra paesi di opposti versanti – la Prima Guerra Mondiale su tutte.
Dunque, la morfologia pur ostica di vette, creste e dorsali delle Alpi mai ha diviso le comunità alpine, e praticamente ogni passo valicabile, anche a quote elevate, era sede di una via di transito, carrabile, mulattiera o sentiero che fosse. Ecco, se si “ribalta” la suddetta morfologia, anche visivamente, alle dorsali elevate verso il cielo corrispondono i fondivalle delle innumerevoli vallate alpine lungo le quali scorre quasi sempre un corso d’acqua più o meno importante; e alle mulattiere valicanti i passi corrispondono i ponti che superavano e superano quei corsi d’acqua, a loro volta unendo le sponde ovvero le genti che vi abitavano e che da quelle valli transitavano. Sono altrettante piccole “cerniere” alpine, quei ponti, e di grande importanza, al punto che attorno al loro secolare valicamento si sono condensate infinite storie, vicende, narrazioni culturali d’ogni genere ma tutte quante affascinanti e sovente emblematiche riguardo la stessa storia delle Alpi in generale.
Lorenzo Berlendis è nato proprio in una valle prealpina – la Val Brembana, nelle Alpi Orobie – ricca di ponti importanti che valicavano il sovente impetuoso Brembo, e molti altri ponti, anche e soprattutto culturali, Berlendis ne ha valicati a iosa, in primis come membro di Slow Food e coordinatore di gruppi tecnici su mobilità dolce, progettazione partecipata degli spazi urbani, valorizzazione di territori e saperi delle comunità locali. Dunque egli sa bene come un ponte non sia solo un manufatto meramente atto a superare depressioni e avvallamenti ma, come detto, una piccola/grande cerniera tra territori e genti: il suo ultimo libro Le vie dei ponti. Percorsi tra memoria e gusto, storia e arte. Dalle Orobie bergamasche ai Grigioni, attraverso la Valtellina e la Val Bregaglia (Altraeconomia, 2025) è costruito attorno a queste fondamentali cerniere che, nello specifico, uniscono sponde e versanti di una delle regioni più emblematiche delle Alpi, quella tra Lombardia e Grigioni circoscritta dal sottotitolo del libro. Una regione da sempre transitata come poche altre, collegamento millenario tra Nord Europa e Mediterraneo nella quale gli scambi tra le varie comunità sono sempre stati intensi al punto da potervi estrapolare una certa unitarietà antropologica, costruita e testimoniata da innumerevoli fatti storici e elementi culturali: il cibo ad esempio, tema sul quale Berlendis è assai ferrato in forza della sua lunga collaborazione con Slow Food.
Così, partendo dalla sua Valle Brembana e dal ponte San Nicola, a San Pellegrino Terme, Berlendis accompagna il lettore in un lungo e affascinante viaggio verso nord, valicando i corsi d’acqua della regione alpina citata su ponti più o meno secolari, strategici, emblematici, a volte architettonicamente notevoli e altre volte assolutamente semplici, viaggiando – materialmente e immaterialmente – attraverso sponde, versanti, territori e paesi, luoghi di varia natura e importanza, opere d’arte, cibi, pietanze, prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento alpini, personaggi passati e presenti, vicende, storie, aneddoti, memorie, ovvero percorrendo una rete storica di relazioni tra genti alpine, per molti aspetti pienamente metromontana, che per lungo tempo ha intessuto la vitalità economica, sociale e culturale di queste montagne e ne ha costruito l’identità, come detto non dissimile al di qua e al di là dei vari versanti.
È un viaggio bellissimo e sovente emozionante, quello che Berlendis propone in questo suo libro il quale, un po’ come i territori citati e esplorati in esso, possiede diverse anime: autobiografica, di diario di viaggio, guida per il turismo lento e consapevole, saggio storico-geografico, vademecum enogastronomico e culinario… Tutti aspetti variamente peculiari e identitari per ogni territorio trattato nel libro, condensati attorno al ponte o ai ponti in loco ma, come detto, pure aspetti nei quali si possono ritrovare numerosi elementi comuni che rimarcano una koinè regionale piuttosto evidente, pur con i vari distinguo che caratterizzano e rendono singolarmente unica ogni valle alpina, anche la meno antropizzata e più sperduta.
È un tema messo in evidenza dal libro, questo, che trovo profondamente affascinante, anche perché rimanda direttamente all’elemento di cerniera proprio delle Alpi e con ciò alimenta un sentimento di comunanza alpina tra le genti delle montagne nonché di relazione tra di esse e le loro specificità culturali. A tal riguardo, per dirne una, trovo bellissimo che tra due pietanze tradizionali e identitarie come i capù bergamaschi e i capuns grigionesi, al netto delle inevitabili differenze di materia prima, vi siano molte affinità di matrice culturale e non solo lessicale per nulla casuali, anzi. Essere comunità, ovvero costruire comunità su tali aspetti referenziali e condivisi oltre che sulla quotidianità vissuta collettivamente in un paesaggio che a sua volta possiede una specifica unitarietà (anche in questo caso non soltanto geomorfologica), è uno degli elementi fondamentali per elaborare il miglior futuro possibile per le montagne e le loro genti, in questo tempo presente così travagliato da mille criticità e altrettante variabili poco o nulla controllabili tra le quali quella climatica è tra le più importanti ma appunto non l’unica.
Nell’assenza pressoché generale della politica istituzionalmente detta, alle genti alpine non resta che costruire nuovi “ponti” tra esse stesse, i propri territori, le montagne sulle quali vivono, abitano e lavorano, per recuperare non solo il senso pieno e la sostanza compiuta di comunità alpina ma pure il doveroso peso politico, per troppo tempo smarrito e quanto mai indispensabile per gli obiettivi prossimi futuri appena citati. A ben vedere un libro come Le vie dei ponti assume anche questo ulteriore valore, da aggiungere agli altri di cui ho scritto: di stimolo alla costruzione di comunità e di identità condivisa di matrice culturale e dunque di rigenerazione della rete metromontana di relazioni che ha caratterizzato la storia delle Alpi centrali e deve tornare a contraddistinguerne la realtà. Uno stimolo, peraltro, manifestato in ogni singola pagina del libro attraverso una scrittura e uno stile letterario raffinati e intriganti, che rimandano al Mario Soldati viaggiatore lungo il Po – guarda caso un altro corso d’acqua di genesi alpina e, dunque, altri ponti che ne incernierano le rive – ma non per questo meno attuali e sensibili alla contemporaneità.
Insomma, libro consigliatissimo, Le vie dei ponti. Se i viaggi sono i viaggiatori, come diceva Pessoa, a volte lo sono – o lo diventano – proprio perché quei viaggiatori hanno sottobraccio un libro come questo.