John Muir, “Andare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggia” (Piano B Edizioni)

Vi sono personaggi che, come si suol dire, “hanno fatto la storia” e la loro vita, le opere e le idee hanno influenzato in maniera evidente il nostro pensiero moderno e contemporaneo, venendo per ciò riconosciuti da tutti come figure fondamentali. Personaggi come Nietzsche, Martin Luther King o Gandhi, per intenderci.

Ve ne sono poi altri, di personaggi, che ugualmente hanno influenzato in maniera importante la nostra idea del mondo risultando fondamentali per la civiltà occidentale, ma per vari motivi non sono così conosciuti dal grande pubblico. John Muir è uno di questi: se oggi tutti quanti, in un modo o nell’altro, riconosciamo la necessità di salvaguardare il più possibile l’ambiente naturale e la sua importanza per il benessere diffuso, è in gran parte grazie a lui, scozzese emigrato negli Stati Uniti che seppe intuire e “inventare” il conservazionismo ambientale, elaborare l’idea contemporanea di riserva naturale, fondare il Sierra Club, tutt’oggi una delle associazioni di difesa dell’ambiente più grandi e importanti del mondo nonché scrivere libri e testi vari che hanno fatto da fondamenta alle moderne scienze dell’ambiente.

Andare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggia (Piano B Edizioni, 2020, traduzione di Caterina Bernardini, introduzione di Alessandro Miliotti) è certamente uno di questi libri, nel quale sono raccolti – come denota il sottotitolo – alcuni degli scritti di Muir dedicati alle sue esplorazioni della spettacolare e allora ancora del tutto selvatica natura delle montagne della Sierra Nevada, tra le quali si trova la celeberrima valle dello Yosemite che Muir elesse a propria “heimat” e per la cui protezione lottò strenuamente.

Da subito spicca la bellezza assoluta del titolo del libro, che ovviamente è un’affermazione di Muir che risale al 1889 ma il cui valore attuale è immutato se non accresciuto e fa capire benissimo quanto avanti fosse Muir nel pensiero e nella visione del mondo, non solo di quello naturale:

Migliaia di persone stanche, esaurite, iper-civilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è come tornare a casa; che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane non sono utili sono in quanto fonti di legname e di acqua per irrigare – ma come fonti di vita.

Era il 1889, ribadisco: già da qui capirete bene perché “John of the Mountains” – come veniva chiamato – debba essere considerato una figura fondamentale per il pensiero occidentale. Un’altra sua affermazione è diventata celeberrima e un caposaldo di chiunque lotti per uno sviluppo equilibrato della presenza umana nell’ambiente naturale:

Non cieca opposizione al progresso, ma opposizione a un progresso cieco.

Di nuovo capirete come un pensiero così visionario e potente ma al contempo così realista e costruttivo risulta fondamentale per i nostri tempi: se venisse osservato, come il buon senso della nostra civiltà contemporanea dovrebbe imporre, oggi avremmo a che fare non solo con una natura più tutelata e meno distrutta dalle opere umane ma in generale con un mondo di sicuro migliore, o se preferite meno peggiore, di quello che ci troviamo a vivere. Al riguardo mi vengono in mente i molti progetti di infrastrutturazione delle nostre montagne che tendono a considerarle come un bene da sfruttare per ricavarci più tornaconti possibile senza curarsi minimamente del valore del loro ambiente, del paesaggio, delle peculiarità naturali né tanto meno di quanto siano «fonti di vita», come diceva Muir, cioè ambiti fondamentali per il benessere dell’uomo contemporaneo. Se i promotori di quei progetti distruttivi leggessero i libri di Muir e ne conoscessero la vita, credo proprio che il loro atteggiamento nei confronti delle montagne sarebbe radicalmente diverso.

Ecco, a proposito di lettura: in Andare in montagna è tornare a casa si possono leggere una decina di saggi dedicati dallo scrittore scozzese-americano ai suoi vagabondaggi tra le montagne della Sierra Nevada, ai suoi incontri con i loro abitanti animali, a episodi che ne hanno caratterizzato la storia e a variegate considerazioni di natura scientifica – dacché le scienze ambientali erano la base ineludibile del pensiero di Muir, altra cosa che lo rende così attuale, pur se ad esse affiancava la matrice trascendentalista del suo pensiero nei confronti della natura – ciascuno dei quali rappresenta una narrazione affascinante, coinvolgente, non di rado emozionante e sempre illuminante. Particolarmente belle sono le narrazioni dei territori e dei paesaggi della Sierra Nevada, dalle quali si evince benissimo la profonda relazione che Muir seppe intessere con tali luoghi, un legame intellettuale ed emozionale tanto istintivo in origine quanto meditato e razionale nella sostanza. Per questo prima ho usato il termine heimat per indicare il valore di questi territori per Muir e in particolare dello Yosemite: “heimat” come luogo nel quale dimorano i propri affetti e per i quali ci si sente a casa, appunto. In effetti la base dell’idea conservazionista di Muir stava proprio qui: non solo nella matrice ecologica, ambientalista e potentemente politica del suo attivismo a tutela delle aree naturali ma soprattutto nella comprensione, lo denoto ancora, totalmente compiuta dell’importanza culturale, sociologica, antropologica e spirituale della natura per l’uomo moderno che già all’epoca si stava facendo irretire dalla tecnologia e dall’affarismo sfrenati, così come egli scrisse nel 1912:

Questi distruttori di templi, i devoti del devastante affarismo, sembrano possedere un perfetto disprezzo per la Natura: invece di alzare gli occhi verso il Dio delle montagne, li levano verso l’onnipotente dollaro.

Di nuovo un’affermazione che calza a pennello per molte cose di oggi, per tante opere che si realizzano o si vorrebbero realizzare anche sulle nostre montagne nelle quali è palese il disprezzo verso i territori naturali e le loro valenze socioculturali pur di inseguire interessi ben più materiali e volgari.

Insomma: John Muir va letto perché è veramente una figura fondamentale per il nostro tempo, per il mondo e per noi tutti che lo viviamo. Il suo pensiero va riscoperto e condiviso, la sua influenza deve tornare a essere preponderante, uno strumento culturale e intellettuale ineludibile per la nostra civiltà che, ormai in preda agli effetti sovente spaventosi del cambiamento climatico, si riempie spesso la bocca di termini quali “eco”, “green”, “sostenibilità” e affini ma, in concreto, ancora fa ben poco per cambiare le cose e tornare a vivere in maniera realmente equilibrata con il resto del pianeta. Ecco, anche per ciò John Muir è assolutamente da leggere: i suoi testi sono anche uno strumento di salvaguardia umana, non solo naturale.