Forse ricorderete la polemica scoppiata qualche mese fa intorno alla questione delle croci di vetta, cioè dei simboli religiosi posti sulle sommità delle montagne. Anzi, la non polemica, invero generata innanzi tutto dalle dichiarazioni di due personaggi politici di infima specie che hanno travisato e strumentalizzato il senso originario del dibattito scaturito dalle presentazioni del volume Croci di vetta in Appennino di Ines Millesimi.
Tuttavia, al netto delle recenti stupidaggini dei personaggi citati, il dibattito sul tema non è certamente nuovo: già da tempo se n’è discusso, elaborando dal confronto una posizione ampiamente condivisa per la quale si ritiene di preservare le croci esistenti, considerate testimonianze della cultura popolare, evitando nuovi manufatti soprattutto se imponenti, come certuni proposti di recente e obiettivamente inaccettabili sotto ogni punto di vista (al proposito mi viene in mente la croce di 18 metri che si voleva piazzare in vetta al Monte Baldo nelle Prealpi Gardesane, per citare un caso significativo).
È comunque un dibattito che periodicamente riemerge sulla superficie del pour parler mediatico e, come molte altre, spesso soffre di polarizzazioni tanto rigide quanto insulse: ma, a prescindere da queste, risulta comunque interessante e per molti versi emblematico riguardo la relazione culturale e antropologica della nostra società con la natura rispetto al momento storico nel quale il dibattito emerge. Che oggi si anima di una sensibilità, ampiamente diffusa, contraria al piazzamento di qualsiasi manufatto antropico negli ambienti naturali incontaminati (non solo croci, dunque), tanto più se in luoghi referenziali come le vette delle montagne.
Per tutto quanto fin qui rimarcato, c’era sicuramente il bisogno (e la convenienza, per molti versi) di mettere nero su bianco alcuni punti fermi intorno al tema, variegati e quanto più possibile autorevoli. Di questo compito si sono fatti carico la già citata Ines Millesimi – forte della sua esperienza al riguardo – e Mauro Varotto curando Sacre vette. I simboli sulle cime (Cierre Edizioni, 2024), volume che raccoglie numerose testimonianze sul tema, assolutamente prestigiose e qualificate, le quali nel complesso compongono del tema stesso il più articolato approfondimento disponibile.
Con i due curatori che introducono il testo (Millesimi) e ne tirano le somme finali (Varotto), in Sacre vette si possono leggere e considerare le opinioni di figure importanti come Luigi Casanova, Marco Cuaz, Ciro De Florio, Fausto De Stefani, Antonio “Toni” Farina, Marco Albino Ferrari, Oscar Gaspari, Pietro Giglio, Fabienne Jouty, Pietro Lacasella, Jon Mathieu, Ines Millesimi, Antonio Mingozzi, Fulvio “Marko” Mosetti, Claudia Paganini, don Paolo Papone, Giovanna Rech, mons. Melchor Sánchez De Toca, Marco Valentini. Il quadro complessivo, come detto, offre punti di vista sia di origine confessionale che laica e, parimenti, posizioni di sostegno alle croci tanto quanto di dissenso, seppur l’indirizzo condiviso è quello già indicato poco fa: la vetta di una montagna possiede una propria “sacralità” il cui senso trascende la mera interpretazione religiosa e confessionale e rimanda alla più intima cultura umana alla base della nostra relazione con il mondo che abitiamo. Dunque, forse, più che una semplice diatriba “croci sì/croci no” l’elemento fondamentale in discussione è il rapporto uomo/natura il quale nella (e sulla) vetta, luogo geograficamente minimo ma culturalmente enorme, trova uno dei più emblematici punti nodali.
Tale evidenza è peraltro manifestata, in modo particolare e assai suggestivo, dalla galleria fotografica che compone l’altra parte del volume, in ogni caso ben correlata a quella testimoniale dei contributori citati: in essa le fotografie di Fausto Zoller presentano i manufatti di matrice religiosa – croci soprattutto, ma non solo – che occupano 34 cime delle Dolomiti oltre i 3000 metri di quota (su 86 vette complessive che superano quella linea altitudinale). A parte la bellezza delle immagini, anche Zoller in questo modo accompagna il lettore in una riflessione sulle impronte antropiche in natura e sulla cultura, soprattutto vernacolare, che ha dato modo che venissero lasciate lassù.
Bisogna notare che, salvo alcuni casi, le croci dolomitiche sono di dimensioni e fogge relativamente contenute e a volte fatte di legno; lo stato pessimo nel quale alcune si trovano è un altro elemento interessante riguardo il valore attuale della loro presenza sulle cime e, a mio modo di vedere, su quale possa essere la vera “sacralità” considerabile di esse. A tal proposito, tra i contributi nel volume risultano particolarmente significativi quelli di Toni Farina e Antonio Mingozzi, centrati sul progetto del “Monveso di Forzo – Montagna Sacra” il quale forse rappresenta, oltre alle finalità proprio di riflessione sui temi dell’invasività umana in natura e del senso del limite, una delle più efficaci e emblematiche manifestazioni del concetto di “sacro/sacra” e della sua accezione riferita a una montagna rispetto al presente e al futuro, senza bisogno di croci ma pienamente in grado di rimarcare l’elaborazione attuale del concetto, l’idea di alterità della vetta e il senso necessario della relazione umana con le montagne e la natura.
Sacre vette è un libro estremamente interessante e utile, come detto: uno strumento culturale ben funzionale alla comprensione articolata e approfondita di quel “mondo nel mondo” così speciale e altrettanto necessario (non solo per chi ne è frequentatore abituale) rappresentato dalle montagne. Che restano (lo affermo al netto della retorica di fondo) non solo «scuola di vita» ma anche palestra di libertà e conseguente libero pensiero nonché ambito ideale alla manifestazione dello spirito – qualsiasi cosa ciò possa significare.