Giuseppe Culicchia, “Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità” (Einaudi)

cop_misonopersoCredo che se avessimo la capacità di comprendere quanto di ciò che quotidianamente pensiamo, diciamo e facciamo è infarcito di luoghi comuni – in bene e in male, sia chiaro, anche se tempo soprattutto la seconda – avremmo pure la lucidità di restarne sconcertati. E se un tempo il luogo comune, quantunque spesso scaturente dalla più fantasiosa (quando non retriva) suggestione popolare, poteva contribuire alla saggezza popolare diffusa anche trasformandosi in proverbi, oggi pare che in esso si condensi la più superficiale incultura, quella che di frequente risulta alquanto antitetica ad una ordinaria meditazione intellettuale e, semmai, ben più affine a moti di pancia alquanto bifolchi i quali hanno trovato un nuovo e perfetto locus communis (la locuzione latina da cui deriva la definizione moderna) nel web e nei social.
Se tuttavia la capacità e la lucidità citate in principio di questo scritto non le possediamo – o ignoriamo di possederle – non potremo non apprezzare il notevole aiuto che in tal senso ci porge Giuseppe Culicchia con la sua ultima opera Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità (Einaudi, 2016) il cui sotto (o secondo) titolo appare fin da subito come il vero input programmatico del libro, sia perché ne spiega indubitabilmente la forma – un vero e proprio dizionario con, in rigoroso ordine alfabetico, centinaia di parole alle quali si associano altrettanti luoghi comuni oltre che svariati aneddoti autobiografici e non che l’autore racconta – e sia perché rimarca in modo ugualmente inequivocabile da cosa quei luoghi comuni derivano ovvero cosa denotano di chi li usa.
Leggere Mi sono perso in un luogo comune è dunque un po’ come compiere un viaggio nel profondo della nostra superficialità contemporanea, cosi infarcita di sempre più abbondanti leggende metropolitane, di scempiaggini televisive e mediatiche in genere, di populismi politici a volte demenziali e altre volte inquietanti, di nuove forme del classico vox populi vox dei che tuttavia di divino non hanno proprio più alcuna traccia, anzi. Se una volta, come detto, il luogo comune funzionava da suggestivo intercalare tra le parole di chi non aveva molto altro (o non sapeva che altro) da dire, oggi, nell’era dell’informazione totale e sempre disponibile, i luoghi comuni diventano non di rado la prova lampante della presenza del famigerato analfabetismo funzionale nonché, più in generale, del sopore sempre più profondo nel quale tanta gente ha costretto la propria testa dacché convinta ormai di poter ragionare per “pacchetti di pensiero” bell’e pronti, specie di opinionismi all inclusive che basta ripetere pappagallescamente – ovviamente senza premunirsi di capire cosa contengano, cioè cosa ci mettano in testa – per sentirsi parte del mondo, gente che ha qualcosa di importante da dire, che può dedicarsi con passione all’attività di raccatta-likes sui social networks commentando ogni cosa con qualsivoglia (appunto) luogo comune. E amen se tali frasi fatte gettate a badilate nell’arena siano – quando va bene – fuori luogo e – quando va male, cioè quasi sempre – prova inconfutabile di gran stupidità (come Culicchia rimarca subito nel citato sottotitolo del libro): ormai l’esserlo o meno (stupidi) non è così importante, dato che è stato ampiamente dimostrato che, almeno in Italia, più lo si è e lo si rimarca pubblicamente, più si hanno chances di carriera e di notorietà!
Ma forse anch’io, in questo modo, mi sto affidando a meri “luoghi comuni”… E forse lo era pure, in un certo senso, che prima della lettura pensassi a Mi sono perso in un luogo comune come a un libro di natura essenzialmente comica, mentre non lo è affatto. O meglio: lo è, nella forma in cui si presenta – in effetti il libro appare pure come una parodia ironica del dizionario classico – tuttavia nella sostanza non lo è proprio, e ciò anche per quanto ho affermato fino a questo punto. Dacché c’è da ridere, sulla stupidità dei tanti luoghi comuni che disseminiamo a destra e a manca, ma mica poi tanto, visto la loro palese natura inquietante e potenzialmente deviante ben rappresentata dall’irrazionalità di molti di essi: ad esempio (cito aprendo il libro a caso), alla voce Negozi, “Deprecare la loro progressiva scomparsa a causa del proliferare dei centri commerciali. Recarsi a fare la spesa ogni sabato al centro commerciali più vicino perché conviene” (pag.146); oppure, alla voce Single, “Conducono una vita interessante e piena di relazioni. Sono disperatamente soli e darebbero qualsiasi cosa per avere una vita di coppia” (pag.191). Tutto e il contrario di tutto, appunto: quanto di più lontano dalla forma primigenia del luogo comune, citata all’inizio di questo scritto, e di più vicino (anche qui, prima immagine che casualmente mi balza in mente) all’andare a sbattere contro un muro mentre si insegue un Pokémon Go!
D’altro canto, mi affido di nuovo a un “luogo comune” – che tuttavia troverete colto tanto quanto pragmatico, mi auguro) – e dico che Culicchia non poteva non rendere Mi sono perso in un luogo comune un libro “da ridere”, perché non c’è nulla che sappia svelare in modo approfondito e inequivocabile una verità come la risata – esattamente nel modo in cui nulla come la risata può pure seppellire (bakuninianamente, ovvio) le più stupide, rozze e degradanti di quelle verità. Risate sovente sarcastiche – quando non amare – da ridere come davanti a uno specchio: ciò che alla fine, ribadisco, è Mi sono perso in un luogo comune forse più d’ogni altra cosa. Ma, quando leggete, non date la colpa a tale specchio se vi rende un’immagine così grottesca: semmai è il suo merito maggiore, questo.