Francesco Careri, “Walkscapes. Camminare come pratica estetica” (Einaudi)

walkscapesRespirare, gesticolare, muovere gli occhi, emettere suoni vocali, camminare… tutte cose naturali, per l’essere umano, e dunque automatiche, spontanee, istintive ovvero inconsce in senso lato, cioè delle quali non possediamo granché coscienza. Giustamente, d’altro canto, per come appunto siano gesti primari del nostro essere ciò che siamo e del vivere quotidiano che viviamo.
Eppure, dietro quel loro valore primario e ovvio si può celare qualcosa di ben più approfondito; qualcosa che ci riporta in modo diretto, e del tutto filosofico, all’origine stessa di ciò che siamo e della civiltà che abbiamo creato e sviluppato nei millenni. Il cammino, ad esempio: solo un semplice deambulare su due arti qui e là sulla superficie del pianeta? Oppure dietro la pratica del camminare c’è molto, moltissimo di più?
Domanda retorica, chiaramente – l’avrete senza dubbio capito nel momento stesso in cui ve l’ho posta e l’avete letta – e tuttavia dalle risposte molteplici, incredibilmente articolate e frequentemente sorprendenti, nonché illuminanti. Risposte che Francesco Careri struttura nel suo volume Walkscapes. Camminare come pratica estetica (Einaudi, 2006, prefazione di Gilles A. Tiberghien), arrivando addirittura a postulare che il camminare possa essere una pratica estetica, dunque per molti versi affine all’espressività artistica. Un’esagerazione? Niente affatto.
Careri inizia il suo cammino saggistico-letterario attraverso il principio stesso della civiltà umana, quando il camminare fu per gli uomini del Neolitico non solo una forma di esplorazione e quindi di conoscenza del mondo che si trovavano intorno e dal quale dovevano trarre la propria sussistenza ma, a ben vedere, la prima forma di architettura – quantunque indeterminata e solo “abbozzata” – della storia, cioè di modificazione effettiva del territorio, di imprinting antropico attraverso tracce evidenti e presumibilmente durature nel tempo – i sentieri, appunto, le linee impresse sul terreno indicanti i movimenti, i transiti umani, le attività, la vita. In fondo il termine ἀρχή (árche), che con τέκτων (técton, “ingegnere”, “costruttore”) forma etimologicamente la parola “architetto” (dalla quale deriva “architettura”), aveva nel greco antico anche il significato di “partenza”: un termine parecchio legato al movimento, al viaggio che, appunto, millenni fa era quello intrapreso col camminare. Anche per questo non è per un semplice caso, rivela Careri, se da quella prima forma architettonica primaria è nata l’esigenza di marcare il terreno con qualcosa di architettonicamente più concreto e solido, pur tuttavia strettamente legato al nomadismo di quei primi uomini: così vennero innalzati i menhir, la forma architettonica originaria della civiltà umana. Da ciò si deduce dunque che la caratterizzazione stanziale della civiltà umana da un certo punto della sua storia in poi non è da intendersi come antitetica rispetto alla forma nomade ma, in verità, conseguente alla stessa, se non – per così dire – sorprendentemente figlia di essa. Dai menhir, poi, da quei primi pilastri la cui erezione sul territorio imponeva la nascita anche della primaria scienza ingegneristica, è nata ogni altra forma architettonica umana, che non a caso ha sempre avuto come elemento peculiare la colonna e non solo in funzione di sostenimento degli edifici ma, sotto molti punti di vista, come richiamo dei suddetti primi manufatti marcanti antropicamente il paesaggio naturale, i quali per tutto ciò rimarcavano pure un evidente valore estetico rappresentato proprio dalla modificazione del paesaggio e del territorio in forza del volere dell’intelletto umano e della sua visione – fisica e metafisica – del territorio stesso.
Ma in tal senso si può fare (per restare in tema) un altro passo oltre: il camminare come esercizio di studio e conoscenza nonché, dunque, di rappresentazione del paesaggio, diviene pratica del tutto assimilabile a quella artistica con, se possibile, un valore aggiunto: ove l’arte esprime la propria rappresentazione del mondo e della vita su un supporto funzionale a ciò – la tela dipinta, il masso scolpito, eccetera – il camminare consente all’uomo di essere egli stesso il “media” per la propria pratica estetica, così che la traccia del suo cammino lasciata sul terreno e nel paesaggio è tranquillamente assimilabile ad un’opera artistica con spiccate specificità estetiche. Senza contare l’espressività ricavabile dall’analisi e dallo studio di quelle tracce nel paesaggio – segni che raccontano secoli se non millenni di storia, vita, attività, eventi, aspirazioni e ideali degli uomini che li hanno inizialmente tracciati e poi percorsi.
Più avanti, con l’affermazione dell’arte variamente definibile come “concettuale”, nel corso del Novecento, proprio gli artisti hanno saputo riconoscere quelle ancestrali specificità estetiche del camminare. Careri offre così al lettore un dettagliato excursus tra correnti artistiche e relativi esponenti che durante il secolo scorso hanno variamente interpretato il camminare come considerabile “pratica artistica”: dai dadaisti e i surrealisti ai lettristi, ai situazionisti fino alla più contemporanea Land Art. In particolare, di quest’ultima corrente artistica, Careri introduce la ricerca e la tematica di due degli esponenti principali, Robert Smithson e, soprattutto, Richard Long, la cui celeberrima opera A line made by walking, del 1967, rappresenta l’ideale trait d’union tra la pratica del camminare nella sua accezione originaria e l’espressività artistica contemporanea.
Per finire, Francesco Careri ci porta “a zonzo” in un luogo ideale del camminare nel tempo presente, la città di Zonzo, appunto – luogo immaginato dal gruppo Stalker, collettivo di artisti e architetti del quale l’autore è tra i fondatori e che si definisce “laboratorio di arte urbana”: recuperando e attualizzando le visioni artistiche e concettuali delle citate avanguardie novecentesche, che per prime hanno portato la pratica estetica del camminare nel contesto urbano, il gruppo Stalker cammina nella città contemporanea alla ricerca di quelle aree che si aprono tra le conurbazioni cittadine come zone di pausa, sorta di non luoghi naturali in mezzo ai sempre più frequenti non luoghi urbani ma in cui – nei primi, intendo dire – la mancanza di identità è solo apparente e semmai indotta dalla relativa mancanza di interesse da parte dei residenti la città stessa. In verità, è proprio in quelle aree trascurate – campi non più coltivati, boscaglie residuali, alvei di corsi d’acqua, zone edificate poi abbandonate e in rovina, eccetera – che spesso si conserva la più autentica identità urbana ovvero l’impulso alla modificazione e trasformazione cittadina, dal cui studio ricavare per di più tutta la complessità del territorio metropolitano contemporaneo e gli strumenti per la sua decifrazione – complessità che si può cogliere solo grazie all’attraversamento di queste aree, al camminarci dentro, appunto, riscoprendo dunque il senso e l’essenza primigenia della pratica del camminare. Una pratica tanto elementare quanto assolutamente fondamentale.
Libro illuminante, quello di Francesco Careri, consigliato non solo a chi abbia interesse verso le tematiche trattate ma a chiunque voglia comprendere meglio il mondo in cui viviamo in senso generale, comprendendo per di più come anche dalle piccole e più ovvie azioni si possano ricavare profonde, preziose e feconde saggezze. Da leggere, insomma.