Walter Bonatti, figura che credo non abbia bisogno di presentazioni, affermò che «Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi»: una considerazione sovente declinata in chiave alpinistica – le grandi montagne le scalano i grandi alpinisti – ma che a ben vedere può essere assolutamente valida anche in termini più pragmatici, cioè rispetto al salire sui monti per viverli e abitarci. In tal senso, le montagne acquisiscono il valore umano e culturale di chi vi risiede stanzialmente, e non solo perché per poterci vivere l’abitante ne modifica il territorio elaborando un paesaggio diverso. Di contro, proprio perché paesaggio potente, la montagna che “concede” agli uomini di salirla ne influenza in vari modi anche il carattere, dunque quel citato valore umano e la cultura che ne deriva: un paesaggio come quello montano alla fine non può non imprimersi nell’animo di chi lo frequenta stabilmente. Ciò vale anche quello più rude delle alte quote, fatto di pietre imponenti e instabili, gande taglienti, ghiaccio perenne (speriamo ancora per molto), radure sterili sferzate da venti impetuosi, ma che l’uomo ha comunque saputo in qualche modo conquistare e antropizzare facendone elemento referenziale del proprio paesaggio, dunque – per quanto rimarcato sopra – del proprio carattere peculiare. Chi frequenta le alte quote è sovente individuo di fatti più che di parole, magari rude come le pietre o freddo come il ghiaccio ma anche per questo onesto e sincero oltre che necessariamente solidarista, risoluto ma non per ciò privo di emozioni, anzi, per molti versi più sensibile all’apertura d’animo e di spirito perché intriso della vastità delle visioni e dei panorami dell’alta montagna, anche se probabilmente tale spiccata sensibilità non sarà mai vantata ai quattro venti.
Paul, Jonas e Galel sono più o meno così: uomini di montagna, uno rifugista e gli altri due guide alpine, di poche parole ma con una sensibilità d’animo che appare profonda quanto di contro elevate sono le montagne sulle quali lavorano e vagano. Ogni tanto i rispettivi impegni alpestri consentono loro di ritrovarsi alla “Baita”, il rifugio gestito da Paul, e quando ciò accade è proprio come se l’intera geografia montana che li accoglie e circonda assuma il valore dei tre, delle loro narrazioni, dei pensieri espressi con poche parole ma dotati di grande sagacia, dell’umanità che manifestano, dell’amicizia profonda che li lega anche se giammai espressa con troppo gioiosi convenevoli – in perfetto stile montanaro, insomma.
Ma c’è anche un quarto personaggio che partecipa ai convivi dei tre amici, li osserva, li ascolta e intanto osserva pure la montagna che vi sta intorno e poi li segue quando i tre tornano a valle e sbrigano le faccende ordinarie della loro quotidianità. È un personaggio indefinito che in qualche modo impersona Fanny Desarzens facendogli narrare quanto accade intorno a Galel, figura centrale del trio che per ciò dà il titolo al suo ultimo romanzo (Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2024, traduzione di Carlotta Bernardini-Jaquinta; orig. Éditions Slatkine 2022) e così assumendo in sé anche il pensiero e le immagini che il lettore genera nella propria mente sfogliando le pagine del libro e scoprendone la storia.
Desarzens, che con Galel ha vinto il Premio Svizzero di Letteratura 2023, decide di raccontare le vicende dei tre amici scegliendo una scrittura che a sua volta, per certi aspetti, sembra assumere il carattere del territorio di alta montagna: uno stile essenziale, diretto al succo delle cose, apparentemente minimale, che sembra composto dalle didascalie di tante istantanee a fissare ogni singolo momento o quasi della storia narrata, anche quelli che si potrebbero ritenere secondari, meno interessanti, eppure necessari a definire meglio quelle singole immagini e la narrazione che ne scaturisce. Come in questo passaggio, a pagina 10: «Ci si perde in mezzo a tutta quella roccia. Da sotto non si vede che ci sono delle persone, lassù. Non ti accorgi che ci sono delle persone che camminano, là in alto. E quelle persone hanno la testa bassa, si guardano i piedi. Vacillano al ritmo dei propri passi. Alcuni si girano per vedere tutto quello che hanno già fatto. E poi guardano quel che resta. Si sono fermati solo un momento ma sembrava lungo. Si dicono: non finisce più.» e così via. Come accennavo poco fa, sembra la descrizione, espressa con meno parole possibili, di tanti colpi d’occhio e dei conseguenti pensieri che la mente formula nell’elaborarli. Di primo acchito si potrebbe definire una scrittura semplice, quasi “bambinesca”, ma nel mentre che la lettura prosegue e le pagine scorrono ogni singola frase, anche la più breve, diventa il tassello di un’immagine generale nella quale alla fine si riconoscono non solo i tre personaggi principali e quelli di contorno, non soltanto il paesaggio che li circonda e non solo le vicende che animano la storia ma oltre quale si intuisce e intravede anche la parte immateriale di essa, le emozioni, le vibrazioni degli animi dei personaggi narrati, la stessa anima del paesaggio, le sensazioni che danno forma alla loro presenza tra le montagne e alimentano la relazione che essi vi intrattengono, la quale fa poi da base al legame umano che caratterizza la loro amicizia.
Montagne che, inutile rimarcarlo, sanno essere luogo accogliente come nessun altro ma che mantengono la loro natura dura, ostica, che l’uomo non può vincere e con la quale tutt’al più può scendere a patti – la vita in montagna è da secoli una delicata questione di equilibrio che, quando si spezza, inevitabilmente lo fa con danno, anche se da fuori si penserà in modo indolore. Da un certo momento in poi Galel, il più allegro dei tre amici, diventa silenzioso, meno giocoso, distaccato, come se fosse penetrato in un cono d’ombra che toglie almeno in parte la luminosità del suo carattere prima sempre manifesta. È successo qualcosa, che Paul e Jonas inizialmente non riescono a intuire, anche per come Galel resti sfuggente al riguardo, ma che poi rischia inopinatamente di rompere quell’equilibrio d’animo e di umanità che caratterizzava l’amicizia dei tre. D’altro canto anche la montagna, come disse Bonatti, non è che un cumulo di sassi: a volte solida e indistruttibile, altre volte più delicata e fragile, e quando quei sassi rotolano a valle, inevitabilmente qualche danno lo procurano. Pure in tal senso, tuttavia, l’uomo può fare molto per la montagna: soprattutto quando intuisce che quello che si può fare di buono alle montagne facilmente è qualcosa di altrettanto buono che si fa a se stessi. E questa intuizione sarà tanto più facile e semplice da cogliere quanto più l’uomo saprà mantenersi in armonia con la montagna, la sua natura e il suo carattere peculiare. L’amicizia profonda che lega Paul, Jonas e Galel non potrebbe essere tale se non fosse allo stesso modo un’amicizia intensa nei confronti della montagna, l’ambito nel quale più di ogni altro essi stanno bene, ancor più se lassù possono ritrovarsi insieme e, così facendo, rimettere in equilibrio le cose, le loro vite, il loro tempo, la rispettiva relazione con la montagna. Il paesaggio interiore condiviso che li accomuna, in pratica, e che è rappresentazione fedele come null’altro di quello esteriore.
Galel è un libro di grande forza letteraria racchiusa in un delicato involucro narrativo, capace di raccontare moltissimo di ciò che è la montagna e di cosa sono quelli che la vivono autenticamente al contempo restando del tutto lontano da qualsivoglia pur minimo accenno di retorica, quella che spesso si ritrova, a volte in quantità esagerate, nella letteratura “di montagna”, o presunta tale. Desarzens piuttosto si dimostra vicina ai grandi autori di montagna svizzeri sia nello stile che nel mood letterario: di frequente nel corso della lettura vengono in mente Camenisch, Tuor, Ramuz, anche Frisch seppur non sia propriamente incluso nella categoria degli scrittori di montagna ma il quale, nei suoi libri, ne ha scritto con mirabile espressività. Come tali autori, anche Desarzens fa parlare la montagna, più che i personaggi che ne animano le scenografie i quali si fanno portavoce del suo mondo e della sua realtà nonché, con le vicende vissute, espressioni del carattere montano più autentico e emblematico.
Per tutto questo, Galel mi sembra un libro – al netto dei temi al fondo della storia narrata – che è raro trovare nella produzione letteraria contemporanea in lingua italiana e per ciò di valore assolutamente peculiare. Probabilmente non è affine al gusto letterario diffuso (salvo rari casi) a sud delle Alpi, anche nell’ambito dei libri di montagna: ma dal mio punto di vista questo non è proprio un difetto, anzi!