Negli ultimi tempi il dibattito intorno all’energia idroelettrica si è particolarmente (ri)animato: prima nel complesso delle discussioni sulla necessità della transizione energetica funzionale al contenimento delle emissioni in atmosfera e all’abbandono dei combustibili fossili, poi, in forza degli anni recenti particolarmente siccitosi, ancora di più. Così, da cassetti di enti locali e società dell’energia sono riemersi vari progetti più o meno datati e aggiornati alle convenienze del momento di nuove dighe e invasi, dai quali ricavare una maggiore produzione di energia ma pure “magazzini” di acqua pronta in caso di nuove emergenze idriche. Per tale motivo si sono pure rianimate le discussioni intorno agli aspetti più critici della realizzazione di nuovi laghi artificiali: il loro punto di partenza ineludibile è stata l’importante storia idroelettrica italiana del Novecento, quando tra le montagne del paese, e soprattutto tra le Alpi, si sono realizzate centinaia di grandi dighe che hanno assicurato l’energia per la galoppante crescita industriale del paese e, al contempo, hanno permesso di colonizzare in modi variamente importanti molti spazi in quota, industrializzandoli e assoggettandoli alle necessità della civiltà umana.
Questo è stato uno degli aspetti fondamentali che ho trattato nel mio libro Il Miracolo delle dighe: la trasformazione di numerosi paesaggi di montagna e le modalità attraverso le quali tale fenomeno è avvenuto ed è stato assimilato tanto geograficamente quanto antropologicamente, visto come quei grandi muraglioni e gli altrettanto grandi laghi alle loro spalle hanno spesso cambiato radicalmente l’aspetto di un luogo, variandone pure la percezione e l’elaborazione culturale in chi vi abbia interagito. Questa trasformazione ha comportato in alcuni casi eventi dall’impatto drammatico sulle genti che abitavano i luoghi divenuti sedi delle grandi dighe: innanzi tutto la sommersione di intere borgate, a volte abitate da centinaia di persone, situate nell’area destinata a ospitare le acque dei nuovi bacini. È una storia invero poco raccontata o, per meglio dire, poco ricordata: nel mio libro l’ho toccata raccontando la storia, a mio parere assai emblematica e per ciò scelta, di uno di questi paesi scomparsi, la borgata Chiesa in Valle Varaita, oggi sommersa dalle acque del lago di Pontechianale.
Di questa realtà ne dà invece un quadro più completo e ricco di casi e relative narrazioni Fabio Balocco nel suo ultimo libro, Sotto l’acqua. Storie di invasi e di borghi sommersi (Lar Editore, 2024), seppur limitando la sua analisi all’arco alpino occidentale tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta ma comunque tracciando un resoconto di quanto accadde al riguardo assolutamente significativo, anche grazie ai dialoghi riportati nel libro con alcuni testimoni di ciò che avvenne nei propri territori quando vennero sottoposti alla costruzione degli invasi.
Inevitabilmente, visto il mio libro e la ricerca che vi è alla base, ho letto Sotto l’acqua costruendo una costante relazione tra il testo di Balocco e il mio, apparentemente diversi seppur basati sullo stesso tema. Ove io mi sono concentrato sulla trasformazione geoantropologica dei paesaggi idroelettrificati, come detto, Balocco si è dedicato al portato sociologico e umanistico della costruzione delle grandi dighe e a ciò che dovettero subire le popolazioni che loro malgrado si trovarono ad avere case, stalle, laboratori e ogni altra cosa facente parte della quotidianità “dentro” il volume previsto dell’invaso in costruzione, e dunque che furono costrette a andare altrove.
Ovviamente quelle vicende vanno contestualizzate al tempo storico nel quale avvennero: cinicamente si potrebbe pensare che il sacrificio “domestico” subìto da qualche centinaia di poveri montanari che vennero scacciati dalle loro case e terreni fu necessario per assicurare a milioni di altre persone l’energia necessaria al progresso delle loro vite quotidiane e in generale del paese, ma è certamente un punto di vista tanto obiettivo quanto opinabile per molti aspetti. D’altro canto veramente in quel trentennio, tra la metà degli anni Trenta e la metà degli anni Sessanta (cioè fino alla catastrofe del Vajont e allo shock totale che provocò al paese ma pure al settore industriale idroelettrico), si può considerare l’epoca d’oro delle opere idroelettriche in Italia: la gran parte delle 530 grandi dighe italiane fu realizzata in quegli anni, nei quali pareva che ogni piccola o grande valle tra due dorsali montuose potesse essere ritenuta adatta a ospitare un bacino, senza preoccuparsi troppo di quanto già conteneva – case paesi strade stalle baite e esistenze memorie storie ricordi culture… eccetera. L’industria era affamata di energia, nei suoi stabilimenti si stava (ri)costruendo il paese che ambiva a diventare “potenza economica” e parimenti si sviluppava il nuovo benessere economico della popolazione italiana: quei poveri montanari si ritrovarono praticamente soli a difendere le loro cose, e le istituzioni, forti di quella spinta nazionalpopolare che poco dopo si sarebbe ritrovata ad alimentare il “boom economico”, lo sapevano bene e in certi casi se ne approfittarono, rendendo indiscutibili e intoccabili i progetti idroelettrici a scapito di quei montanari.
Ma ribadisco: ogni vicenda storica deve essere necessariamente contestualizzata al momento nella quale avviene, deve risultare sincronica allo spazio e al tempo dei quali per molti versi diventa manifestazione, nel bene e nel male. Balocco, con il suo libro, evidenzia questa cosa indirettamente – dato che racconta di vicende dello scorso secolo – ma chiaramente, anche perché se i fatti della storia sono sincronici al tempo, le esperienze di vario genere che da esse derivano risultano invece diacroniche, diventano testimonianza atemporale e memoria viva, si trasformano in conoscenza e consapevolezza preziose che stanno alla base del presente – devono starci – affinché con esse nella contemporaneità si possa elaborare il miglior futuro possibile. Dunque, per tornare al dibattito contemporaneo sull’opportunità o meno di realizzare nuove grandi dighe e invasi, nel presente e ancor più per il futuro l’esperienza dell’epopea dighistica italiana, con le sue meraviglie e con le sopraffazioni che la contraddistinsero (e tra le seconde c’è proprio il tema raccontato da Balocco dei paesi sommersi e delle comunità cancellati spesso con l’arroganza del potere politico), ci dice che quell’epoca è cronaca di un passato oggi non più proponibile, che i progetti che vengono presentati in questi anni recenti, supportati sull’onda delle motivazioni delle quali i media danno notizia e che suggestionano l’opinione pubblica, in molti casi risultano non solo insostenibili ma pure sostanzialmente impraticabili. Se nel 1963 il Vajont mise drammaticamente la parola «fine» alla frenesia costruttiva dighistica, da allora a oggi le montagne sono cambiate in modi anche maggiori rispetto ai secoli precedenti, sia per l’avanzare costante dell’antropizzazione negli spazi montani, sia per la diffusione di una sensibilità verso i temi ambientali che fino agli anni Settanta praticamente non esisteva, e sia perché il cambiamento climatico in corso, con i suoi effetti di crescente gravità, ha aggiunto ulteriori variabili e criticità alla realtà degli ambienti naturali. In breve, costruire una grande diga oggi tra le montagne italiane, pur con le buone motivazioni della transizione energetica o della generazione di riserve di acqua potabile, non è più come farlo solo sessant’anni fa. Anche qui, come si usa dire, è cambiato il mondo e sommergere oggi un tratto di territorio montano, più che nel passato, significa privarci di una porzione di ecosistema e di patrimonio di biodiversità che potrebbe risultare fondamentale già domani, posto che nel resto dello spazio antropizzato purtroppo imperano il consumo di suolo e lo spreco di risorse naturali – basti pensare allo stato pessimo delle reti idriche italiane, a proposito di acqua!
Non a caso, mi viene da pensare, Balocco racconta nell’ultimo capitolo del libro un caso di diga che doveva essere costruita e invece non si realizzò: come a voler rimarcare il cambio di prospettiva – storica, antropologica, culturale, politica – e a suggerire che il tema della produzione idroelettrica non può essere affrontato con la sufficienza che oggi si intuisce in molti progetti presentati (me ne sono occupato di diversi, in questi mesi, dunque ho piena contezza di questa realtà). Ciò non significa che su nuove dighe e nuovi invasi debba calare una sorta di divieto permanente, ma che il tema deve e dovrà essere affrontato in modi assolutamente articolati e ponderati. Come d’altronde forse hanno già fatto alcune delle maggiori società dell’energia, che da tempo si dicono contrarie – per ragioni soprattutto economiche, nella loro visione della questione, ma tant’è – alla realizzazione di nuove grandi dighe. In un modo sommerso da fin troppe problematiche, è bene che non si metta pure di nuovo l’acqua a generarne ulteriori.
Sotto l’acqua è un libro che, pur nella sua brevità, fornisce al lettore importanti elementi per generare un punto di vista più strutturato e consapevole sul tema in questione nonché molti spunti suggestivi e preziosi sulla storia recente dell’antropizzazione dei territori montani. D’altro canto il tema è altrettanto importante: ogni elemento utile alla sua ponderazione è quanto mai necessario.