La montagne sono un grande libro sulle cui pagine fatte di rocce e terra gli uomini che le vivono hanno inscritto nel tempo la loro storia con un alfabeto tanto materiale, fatto dei segni e delle opere compiute e lasciate sul terreno, quanto immateriale, composto dal modus vivendi, dalla cultura, dai saperi elaborati lungo quel tempo e, dunque, dal dialogo con il Genius Loci dei monti vissuti e frequentati. Le Alpi, poste al centro dell’Europa e della sua geografia umana, un grande libro lo sono in modo particolare e peculiare, forse unico al mondo, essendo d’altro canto la catena montuosa più antropizzata del pianeta. Sono un libro fittamente inscritto, un palinsesto composto da innumerevoli storie e narrazioni affascinanti, affiancate e sovrapposte ma che per lungo tempo sono rimaste senza “lettori”, come un corposo volume lasciato nella trascuratezza sullo scaffale geografico e antropologico europeo. Finché qualcuno, un giorno, decise di aprirlo e leggerlo le sue pagine a forma di montagne da salire e “conquistare”.
Enrico Camanni, figura tra le più prestigiose e importanti della cultura di montagna italiana, racconta questa scoperta, questa “lettura” della catena alpina nel suo ultimo lavoro “Le Alpi in 30 montagne” (Laterza, 2025) e il grande racconto della relazione tra le vette alpine e le genti che le hanno vissute (nel senso più variegato del termine) lo suddivide in trenta capitoli e altrettante montagne peculiari, appunto, più o meno celebri e celebrate, iconiche, spettacolari ma anche dure, ostiche, a volte assoggettanti e spietate. Comunque dei cairn fondamentali, dei marcatori referenziali morfologici imprescindibili non solo per la geografia alpina ma anche, in senso socioculturale, per la geografia umana, delle genti che hanno abitato e abitano le Alpi. La cui storia, inscritta sui territori montani nello spazio e nel tempo, piena di racconti diversi l’uno dall’altro eppure simile nei contenuti e nella sostanza antropologica, si può ben dire che sia stata finalmente scoperta e letta proprio dagli alpinisti, dai primi conquistatori di quelle montagne che un paio di secoli fa hanno cominciato a risalire le valli alpine attratti dal prestigio di legare il proprio nome a quello delle vette raggiunte ma pure da ciò che vi era sulle pendici: le meraviglie ambientali, quelle naturalistiche e variamente scientifiche, la civiltà alpestre locale, apparentemente rustica eppure custode di saperi e culture ancestrali. Una civiltà che tuttavia, salvo rare eccezioni, permaneva rinchiusa tra le alte e inquietanti pareti, costantemente intimorita e minacciata dalla Natura predominante che spesso “osservava” i montanari dall’alto delle vette con gli occhi rosso fuoco e le sembianze orrorifiche di mostri e demoni d’ogni sorta.
Eppure, tutte quelle creature spaventose che dimoravano tra le alte cime, i ghiacciai e le foreste più ombrose già i primi alpinisti – quasi sempre colti se non aristocratici figli del progresso tecnologico e industriale che dalla fine del Settecento stava rivoluzionando le città – le scacciarono rapidamente, mettendo di fronte le genti alpine a un ribaltamento culturale rapido e profondo. Come si legge nella presentazione del libro, «Se fino all’Ottocento la storia delle Alpi è stata prevalentemente storia di valli e valligiani, tutto cambia con l’arrivo dei viaggiatori e degli alpinisti di città, spinti dalla sete di conoscenza e dal desiderio di conquista. Dalla civiltà della valle si passa alla moda della vetta. Alla stoica convivenza con i rigori della montagna subentrano la conquista delle cime e lo sfruttamento dei paesaggi e delle risorse idriche. Le Alpi cambiano significati e destini, e il passaggio avviene in un tempo troppo breve per essere compreso dai protagonisti: pochi decenni, il soffio di una generazione.» Infatti le Alpi in meno di due secoli passano dalla piena ruralità alla mondanità eccessiva, da ambito di cultura e civiltà millenarie a spazio ludico-ricreativo al servizio delle mode e del costume turistico del momento. Tuttavia, nonostante tali trasformazioni non di rado problematiche e alienanti, le montagne restano sempre quelle: un grande libro di storie meravigliose e affascinanti da leggere, a volte riscoprire e conoscere, che Camanni racconta da par suo ovvero in un modo al solito profondo, sensibile, coinvolgente e con uno stile mirabile che fa della lettura un piacere raro.
Nelle pur poche pagine dedicate a ciascuna montagna alpina (inevitabilmente poche, per ovvie ragioni editoriali, dacché ognuna delle trenta montagne raccontate possiede storie che riempirebbero volumi a decine), Enrico Camanni offre di ogni vetta e ogni valle uno sguardo storico-spaziale vivido e articolato, che coglie le Alpi da un punto di osservazione speciale sulla loro bellezza, sull’evoluzione storica recente, sulla complessità che le rende così affascinanti e delicate. Tutte peculiarità, queste, sovente trascurate o dimenticate e ciò ancor più oggi, quando il turismo che sale sulle Alpi si è fatto viepiù massificato, pervasivo, impattante non solo ambientalmente ma pure con la sua imposizione come economia monoculturale preponderante e – a parole – irrinunciabile.
Ma anche sulle Alpi la storia procede con movimenti circolari, anzi, a “spirale”, con un continuo andare e tornare che sembra richiamare l’eterno ritorno nietzscheano: nelle ultime pagine del libro Camanni, riportando e contestualizzando la propria narrazione al presente, denota che in forza degli eccessi turistici contemporanei si sta generando e rafforzando un fenomeno socioculturale collettivo ad essi contrario, un “altro” turismo più consapevole, più sensibile alle specificità della montagna e al suo paesaggio – inteso come somma degli elementi naturali e del fattore umano mediata culturalmente, come recita la relativa Convenzione Europea. Un turismo che «funziona dove è stato preservato il territorio e se ne sono favorite la cura, la salvaguardia, la bellezza. Agricoltura e turismo vanno a braccetto non solo perché i turisti comprano e consumano volentieri i prodotti locali, abbattendo i costi di distribuzione, ma anche perché una corretta agricoltura vuol dire paesaggio di qualità. Soprattutto nei mesi estivi, quando il pietoso velo del manto nevoso non copre i disordini delle infrastrutture, ma anche in quelli invernali, perché il riscaldamento climatico sta sconvolgendo le stagioni.»
Posto ciò, e come accennavo, Camanni rimarca che «in qualche modo il cerchio si chiude, perché le patologie del nuovo – cioè della «modernità» – chiedono sempre più spesso di essere curate da quell’ingrediente del passato che rispondeva alla filosofia e alla necessità del limite». Il “limite” già: quello che i montanari d’un tempo elaboravano per paure e suggestioni o che veniva loro imposto dalle criticità ambientali, poi quello che gli alpinisti hanno concepito e costantemente superato, prima in senso alpinistico e poi turistico, fino alle devianze del pensiero “no limits” alla base di certa fruizione sportiva contemporanea della montagna, e ora quello che si sta tornando a percepire, vedere, comprendere nonché, ancora con molte deprecabili eccezioni ma in modo crescente, rispettare. Le 30 montagne simbolo delle Alpi raccontate da Camanni oggi non so più solo cairn geografici e culturali ma diventano anche presenze potenti che ci fanno riflettere sulla nostra presenza nelle terre alte e sul valore della relazione culturale che dobbiamo elaborare e sviluppare con i paesaggi montani. In fondo, come scrive Camanni proprio nelle righe finali del libro, «la montagna vivrà grazie allo scambio e alla circolarità delle idee. Oppure i boschi se la riprenderanno.»
“Le Alpi in 30 montagne” è un libro bellissimo di un autore imprescindibile. Da leggere assolutamente.