Colin Wilson, “Aleister Crowley: la natura della Bestia” (Edizioni Ghibli)

Aleister Crowley. Basta la parola anzi il nome – parafrasando un vecchio e celebre slogan della pubblicità – per identificare, secondo molti, una delle figure più geniali dell’Otto-Novecento e, secondo molti altri, una di quelle più maledette.

Ma chi fu realmente Edward Alexander Crowley (vero e completo nome di Aleister)? O, forse sarebbe meglio dire, cosa fu realmente? Un genio oppure un pazzo. Uno dei personaggi più carismatici e rivoluzionari del secolo scorso, o uno dei più esecrabili, da cancellare dalla storia del tempo. Un grande occultista, un mistico, un mago – rosso o nero – oppure un bugiardo, cialtrone, millantatore. Un anticonformista antisistema anticlericale o proprio per questo, secondo alcuni, un conformista radicale che ha fatto di tutto per far credere di non esserlo affatto. Un erotomane che con la bella scusa della magia sessuale tantrica s’è portato a letto innumerevoli donne (e non pochi uomini) oppure un idealista fermamente convinto dei prodigi scaturenti da quelle pratiche di antica origine induista. Un acerrimo nemico di qualsiasi religione, che tuttavia ne ha fondata una propria, Thelema. Uno spiritista che parlava con angeli, demoni e altri esseri soprannaturali oppure un ciarlatano la cui unica dote è stata quella di saper ingannare chiunque gli capitasse a tiro… e potrei continuare ancora a lungo.

Insomma, fu moltissime cose, Aleister Crowley, buona parte delle quali tutt’oggi alquanto divisive nella considerazione del pubblico, che al suo cospetto puntualmente si schiera con nettezza o da una parte o dall’altra, quasi mai a metà. Di sicuro certe cose le fu senza che vi sia possibilità di confutazione: ad esempio – cosa che pochi sanno – Crowley si distinse come un notevole alpinista, autore di grandi arrampicate componente di spedizioni “futuristiche” negli obiettivi e nelle modalità agli ottomila himalayani per come ne tentarono l’ascesa mezzo secolo prima di quelle che poi ne conquistarono effettivamente le vette, al punto che la spedizione italiana del 1954 al K2 riuscì a conquistare la montagna salendo una via, il poi denominato “Sperone Abruzzi”, che fu proprio Crowley a intuire e indicare come la migliore nella propria spedizione del 1902. Fu una persona di riconosciuta grandissima intelligenza e perspicacia, doti usate sia in bene che in male ma che lo cavarono d’impiccio innumerevoli volte nel corso della propria avventurosa vita. Fu uno dei più grandi contestatori del tempo e del mondo nel quale viveva, nemico di qualsiasi conformismo, perbenismo, moralismo diffuso, soprattutto se di matrice religiosa; di contro non fu affatto un satanista, come molti lo hanno accusato di essere, tant’è che negò più volte l’esistenza di Satana al pario di quella di Dio; al riguardo, il soprannome di “Bestia 666” che si diede non fu che una mera provocazione – peraltro in ciò assolutamente efficace, per l’appunto. E fu una persona dotata pure d’una irrefrenabile libertà, vitalità, creatività, energia, voglia di fare e di lasciare un segno importante del proprio transito terreno, nonostante la tossicodipendenza da eroina e cocaina che non riuscì mai a debellare – ma che al suo organismo, molti hanno testimoniato, cagionava conseguenze limitate pur con l’assunzione di dosi che avrebbero abbattuto all’istante qualsiasi altro essere umano.

Ecco, anche riguardo ciò che fu, Crowley fu ed è ancora oggi una figura estremamente controversa agli occhi e al discernimento pubblici. Colin Wilson, rinomato scrittore e romanziere britannico, in Aleister Crowley: la natura della Bestia (Edizioni Ghibli, 2015) traccia del personaggio una biografia tanto attenta quanto laica, sicuramente non encomiastica – anzi, non lesina osservazioni critiche, anche taglienti, soprattutto riguardo gli aspetti umani di Crowley – ma per questo probabilmente più obiettiva di altre e, d’altronde, nella quale Wilson rimarca il valore assoluto di Crowley quale “outsider” tra i più grandi del secolo scorso, riconoscendone il valore positivamente sovversivo rispetto a quel suo tempo e alla società dell’epoca tanto quanto al nostro tempo e alle sue dinamiche socioculturali, che in molti aspetti non sono poi meno moraliste di quelle di centoventi anni fa.

Crowley fu un grande rivoluzionario, a modo suo, la cui importanza è peraltro riscontrabile (e appare indiscutibile, con buona pace dei benpensanti) in quello che a tutti gli effetti rappresenta il suo può grande retaggio lasciato ai posteri: l’influenza sulla cultura popolare e sull’immaginario collettivo, riscontrabile pressoché ovunque anche se ampiamente ignorata dal grande pubblico: nella musica, soprattutto rock (anche di quella più celebre: Beatles, Led Zeppelin, David Bowie, Iron Maiden…), nella letteratura (anche di quella più “alta”: Sciascia, Eco, Pennac, Maugham, Pratchett e Gaiman…), nel cinema, nelle serie televisive, nei fumetti e persino nei videogiochi. Probabilmente, come detto, chiunque ha avuto a che fare con qualcosa riconducibile a Crowley, in tal senso vera e propria presenza pervasiva “occulta” – e non solo occultistica – degli/negli ultimi centocinquant’anni del nostro mondo. Nonché, last but non least, uno dei principali miti dello scrivente: il che non significa che personalmente possa concordare con tutto ciò che combinò Crowley in vita ma, questo di sicuro, significa che lo ritengo una delle più grandi e affascinanti ispirazioni funzionale all’elaborazione di un’esistenza quotidiana nel nostro mondo il più possibile libera, indipendente, immunizzata nei riguardi delle tante ipocrisie che dominano la nostra civiltà, creativa, fantasiosa e, a suo modo, “magica”. Cosa che la vita è, se vissuta con intelligente consapevolezza del suo senso: e credo che anche in questo Crowley risulti assolutamente utile e ispirante.

Dunque, al di là del bene e del male, evviva Aleister Crowley, figura che merita di essere conosciuta e analizzata, con questo libro di Colin Wilson o qualsiasi altro modo che sia obiettivo e rispettoso della vita e delle opere del personaggio, senza subire l’onta d’alcun giudizio, che risulterebbe comunque parziale e probabilmente imperfetto.