Arno Camenisch, “Anni d’oro” (Keller Editore)

Siamo abituati a pensare e ritenere che siano le grandi città i “centri” del mondo contemporaneo, quelli da cui e attorno ai quali, nasce, scorre e fluisce ogni cosa che conta e tutto il resto che vi orbita intorno, inesorabilmente. All’apparenza non può che essere così: nelle città ci abita la maggioranza della gente, hanno sede i poteri politici, amministrativi e finanziari, generano tendenze, mode, costumi, attraggono ogni cosa che può avere un valore. Sono le città a osservare il mondo attorno a loro, insomma.

E se invece, per certi versi e non così secondari, accadesse che sia un piccolo villaggio di montagna a osservare il mondo, con una vista lunga a sufficienza da arrivare alle grandi città, ai loro abitanti e a ciò che vi accade? Improbabile, se non fosse che lassù, ai piedi delle alte vette alpine, l’aria è pura e più rarefatta, più salubre anche per la mente, che ad osservare le cose che si ritrova davanti magari riesce a coglierle in maniera più nitida che se osservate dalle città, cin tutto il loro caos, la vitalità fin troppo brulicante, le innumerevoli distrazioni, convenzioni, devianze… e nonostante una certa tipica ruvidità montanara, a volte meno urbana, meno compita tuttavia più avveduta e saggia.

Ecco, Arno Camenisch il “centro” del mondo l’ha trovato dalle sue parti, tra le montagne del Canton Grigioni, e questo centro ha a sua volta un centro speciale, la Surselva – una delle zone più belle e autentiche delle Alpi svizzere, sua terra natìa. Qui sono ambientati molti dei suoi romanzi incluso quest’ultimo Anni d’oro (Keller Editore, 2023, traduzione di Elisa Leonzio; orig. Goldene Jahre, 2020), storia assolutamente camenischiana ovvero forgiata in quello stile narrativo, letterario e linguistico (che anche nella traduzione italiana si può ben intuire) che ha fatto dello scrittore grigionese uno dei più peculiari non solo per il panorama svizzero contemporaneo nonché esponente di spicco di quella autentica e probabilmente unica (come genere) letteratura di montagna che trova ineguagliabili origine, anima e spirito tra le montagne elvetiche.

Anni d’oro racconta una vicenda semplice che più semplice non si può: due donne che gestiscono da cinquant’anni, anzi, cinquantuno (leggete e capirete) un piccolo chiosco con pompa di benzina all’ingresso di uno dei villaggi di montagna della Surselva, lungo una delle strade che salgono al passo dell’Oberalp. Un posto come tanti altri davanti al quale, tuttavia, in mezzo secolo ha fatto in tempo a passarci davanti mezzo mondo, forse anche qualcosa di più: vip e personaggi famosi di ogni sorta così come tizi dei più strani, protagonisti di eventi di qualsiasi genere, gente del posto e forestieri da tutti gli angoli del mondo, sportivi impegnati in competizioni, personaggi a volte ambigui e altri irreprensibili, nel mentre che il pianeta rotola lungo le cronache di cinque decenni a partire dall’emozionante conquista della Luna, nell’anno in cui le due donne aprono l’attività.

Le due donne, durante un’ennesima giornata di apertura del chiosco e con intorno il meraviglioso paesaggio montano della Surselva a fare da perfetta quinta spirituale, si lasciano andare ad un appassionato recupero di ricordi dalla memoria personale e condivisa, per tirare fuori innumerevoli storie che in fondo non sono che la storia delle due, del oro lavoro lì, della quotidianità sempre uguale e sempre differente, ne rappresentano spesso il senso, le emozioni, la soddisfazione, a volte l’inquietudine ma comunque sempre la base di una vita che solo apparentemente si sviluppa ai margini del mondo, lontana dalla civiltà nel senso pieno del termine. Come accennavo all’inizio: e se fosse il contrario? Se la “forma” del mondo venisse elaborata altrove – nei luoghi che apparentemente “contano”, per così dire – ma la vera sostanza di esso, e del nostro stare al mondo, potesse essere meglio colta, compresa e meditata al di fuori, ovvero proprio in un ambito, in una dimensione ben più tranquilla e funzionale alla riflessione come quella montana?

Tra numerose vivaci memorie, considerazioni sincere, piccole perle di pragmatica e qualche inevitabile afflato nostalgico, Camenisch racconta un piccolo mondo solo all’apparenza antico (rimando fogazzariano, sì) ma in realtà sospeso nel tempo dunque atemporale, che prende forma dallo scorrere incessante della vita che tra le montagne sursilvane si manifesta esattamente come altrove nel mondo, in quantità magari diverse ma qualità e senso similari ma in più godendo della naturale salubrità dei monti, tra i quali non si è migliori di altri come a volte si crede – o si vuole far credere – e non si è più saggi, più avveduti o meno dissennati che in città. Ma dove, forse, la visione sanificante del paesaggio montano, con la sua estetica primordiale e “primigeniamente” antropologica, può aiutare a rimanere – in tutti i sensi, materiali e immateriali – coi piedi per terra pur restando più vicini al cielo.

È sempre bello leggere Arno Camenisch: Anni d’oro non è forse il suo romanzo più brillante e coinvolgente ma, insomma, la media con lui è molto alta e una storia così, comunque particolare rispetto a innumerevoli altre, è a sua volta e a modo suo un prezioso frammento di delizia letteraria.