«Borghi», «aree interne», «luoghi del cuore»: pensate a quante definizioni utilizziamo abitualmente per identificare tutta quella (gran) parte di paese – cioè di Italia, ovviamente – che non sia città e aree metropolitane e alla quale, spesso se non sempre, ci si riferisce come se fosse una specie di paradiso sospeso nel tempo, dove c’è (si pensa/si è convinti che ci sia) natura incontaminata, aria buona, quiete, paesaggi idilliaci e, appunto, piccoli paesi nei quali siamo portati a pensare e credere che sia bello vivere, a differenza delle città iper cementificate, inquinate, rumorose, pericolose, eccetera.
Vero, sarebbe bello abitare in posti così belli… se avessero medici di base, ospedali vicini, sportelli postali e bancari attivi, scuole aperte, connessioni internet. Ma sovente non ce li hanno, oppure ce li avevano e ora non più perché la spesa pubblica non si può permettere di mantenere certi servizi in centri che hanno un millesimo degli abitanti di una città di media grandezza… però sarebbero (sono) cittadini anch’essi come quelli metropolitani, e dunque? Dunque per non sentirsi persone “inferiori” tocca loro abbandonare il «borgo» nel quale vivevano e trasferirsi dove la dignità della vita quotidiana sia meglio preservata: come si può dunque pensare che altri, giammai abituati a quella ruralità così depressa, possano trasferirsi in quei posti solo perché il bando di turno offre case a un Euro o sgravi fiscali per aprire un’attività commerciale? E poi, acquistata casa e aperta l’attività? Non vi sono banche né poste, la scuola è a 10 km e il medico di base più vicino a 20, le strade sono rimaste all’Ottocento, cinema, teatri o musei non se ne vedono nemmeno con il binocolo, internet o non c’è o c’è solo se fa bel tempo, se piove forte o nevica si resta isolati… Insomma, siamo tutti, o quasi, vittime e complici di un gigantesco inganno politico e mediatico che da decenni ha costruito un immaginario delle cosiddette «aree interne» del tutto distorto il quale, alla lunga, sta paradossalmente (ma forse nemmeno troppo) contribuendo alla loro fine, anche più rapida di quanto naturalmente sarebbe potuto accadere.
Anna Rizzo, antropologa illuminante che ormai da tempo seguo – anche se non con l’assiduità che vorrei – delle aree interne dell’Italia offre ne I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia (il Saggiatore, Milano, 2022) una disamina lucida, vibrante, lontana anni luce da ogni retorica, appassionata, intima, rabbiosa ma di quella rabbia di chi comprende l’inestimabile valore di un tesoro da troppo tempo trascurato, insozzato, dilapidato che tuttavia si vorrebbe far credere luccicante come non mai. Perché questo sono i borghi italiani: un tesoro autentico che rappresenta l’identità profonda del paese e il suo più prezioso scrigno culturale che tuttavia da decenni è stato da un lato abbandonato dalla politica, che evidentemente dal boom economico in poi ha ritenuto quelli delle aree interne “italiani di serie B” rendendoli sostanzialmente invisibili come i loro paesi – da cui il titolo del volume – e dall’altro interpretato da un immaginario artificioso e deviante che presenta i piccoli paesi italiani come tanti paradisi ad uso e consumo del turismo più superficiale e convenzionale, quello che si nutre dei soliti luoghi comuni – pizza, spaghetti, mandolino eccetera ovvero tutta la solita pletora di slogan pubblicitari in Open to meraviglia style – dietro la cui scenografica narrazione si cela invece il racconto di un inferno quotidiano fatto di mancanze, colpe, pecche, fallimenti, rovine, e di una dimensione socio-culturale che, lasciata a sua volta alla sbando per decenni, è diventata zavorra di sé stessa e ulteriore contro-viatico verso la mala sorte finale. In effetti Rizzo dice proprio questo, forse provocatoriamente ma quanto mai obiettivamente: quei paesi che da anni subiscono spopolamento, invecchiamento della popolazione, disinteresse della politica, assenza dei servizi essenziali, turismo mordi-e-fuggi ovvero altre iniziative sostanzialmente decontestualizzate dal luogo e basate solo sull’autoreferenzialità dei proponenti o sulla matrice “colonialista” della mera fruizione consumistica del territorio, è meglio che muoiano con i loro ultimi abitanti e amen. Meglio che chi può andarsene se ne vada, senza mettere in scena la retorica di una finta “resilienza” che tale non è perché in verità ha già il destino segnato (dunque è pura e semplice agonia), e senza subire ulteriori offese da parte di certe iniziative di marketing copia-incollato come le citate case sfitte poste in vendita a un Euro o di certo “neo-ruralismo” invero assai modaiolo di chi si fa abbagliare dal citato immaginario distorto sulle campagne e sulle montagne ma di contro non è in grado di contemplare alcuna pratica che renda i suoi esponenti parte viva della comunità residente.
Ma se la visione di Anna Rizzo prende le forme di una contestazione tanto energica quanto drastica, che in numerosi tratti assume i connotati di una vera e propria denuncia, di un J’accuse rivolto ad un sistema-paese che tale in effetti non è da troppo tempo – e in fondo non è nemmeno “paese”, per come si presenti così disequilibrato e frammentato – certamente il libro è pure ciò che il sottotitolo preannuncia al lettore: un manifesto sentimentale nei confronti di quell’Italia derelitta ma bellissima autentica, profonda, potente, che in quanto tale è bellissimo da leggere anche perché scritto dall’autrice quasi in forma di diario, riportando molte delle sue esperienze personali nei luoghi descritti, offrendo sempre al lettore la prospettiva del proprio sguardo di persona, di essere umano intensamente senziente ancora prima che di rigorosa studiosa il quale ha di fronte altri esseri umani ovvero una specifica dimensione di umanità che abbisogna di una basilare e consona “biosfera” per vivere almeno dignitosamente, cosa che a sua volta spesso manca e senza contare tutto il resto di necessario. L’immagine nelle prime pagine del libro della vecchia donna che Anna trova in una casa del Cilento, abbandonata nello squallore domestico indicibile di un alloggio la cui porta d’ingresso viene mantenuta sempre aperta, anche in pieno inverno, per fare in modo che chi passa possa verificare se la donna sia ancora viva, è profondamente emblematica della realtà italiana descritta nel resto del libro: uno stato di indigenza umana ancor prima che economica e sociale, generato da una carenza di tutto, di beni, servizi, comodità minime ma soprattutto di umanità e di socialità. Esattamente come accade a molti paesi delle aree interne italiane, appunto, mancanti di troppe cose e abbandonati dalla politica, dei quali si attende solo lo spopolamento finale e dunque la morte definitiva, come fossero qualcosa di cui disfarsi e cancellare dalla storia al più presto, oppure della cui indigenza urbana si approfitta per avviare predazioni d’ogni genere, speculazioni edilizie, il consumo di suolo, la banalizzazione del paesaggio ad uso del turismo massificato, eccetera.
Naturalmente non mancano gli esempi positivi, invece, di chi sta operando per un’autentica rinascita di quei luoghi altrimenti “invisibili”: l’autrice racconta nel libro di alcune di queste iniziative la cui valenza esemplare sarebbe quanto mai importante da far conoscere e magari duplicare, contestualizzandola ai luoghi di potenziale proposizione. D’altro canto pensare che l’immaginario dei piccoli paesi possa restare ancorato alle superficialità mediatiche al riguardo è cosa a dir poco insensata oltre che – ormai è palese – pericolosa: se una via di salvezza per essi e per le loro comunità ci può essere, è proprio quella della fuga non dai luoghi ma da certi stereotipi soffocanti, da certe tradizioni ormai fuori dal tempo e per ciò nefaste, da tutto ciò che non contempli l’autentica geografia umana di questi luoghi nel suo complesso e la riponga al centro della politica, intesa in questo caso proprio con la gestione della cosa comune ovvero comunitaria e democratica, il controllo del proprio destino sociologico e antropologico, ovviamente con il supporto di quelle tante nuove esperienze che si sono dimostrare valide nel riattivare l’ecosistema sociale e umano dei luoghi proprio perché mirate a diventare parte della geografia antropica locale. Non serve molto, in effetti – cioè nulla di così impossibile o insormontabile – a partire dall’elaborare un nuovo immaginario per i nostri borghi e paesi, finalmente obiettivo, autentico, consapevole, appassionato, sentimentale e, ovviamente, dotato di valenza politica dacché capace di generare ricadute concrete e benefiche nei territori.
In tal senso, se non serve molto per attivare quanto sopra, non serve proprio nulla (salvo recuperare il libro) per cominciare questa rinascita proprio con la lettura de I paesi invisibili, un testo – ribadisco – bellissimo da leggere, sincero, schietto, intenso, illuminante, ispirante, bello anche per lo stile coinvolgente con cui Anna l’ha scritto. Sarebbe un primo prezioso passo, ne sono certo, verso una nuova Italia, molto meno provinciale e molto più protesa verso un futuro più luminoso e desiderabile.