Alla civiltà umana, e al progresso che ne ha contraddistinto fino a oggi la presenza al mondo, si possono ascrivere – come sorta di macro-comportamenti – un grande merito e una grande colpa. Il merito è quello di aver contribuito in molti casi a rendere più bello il mondo, grazie all’intelligenza che l’evoluzione naturale ha donato al genere umano; la colpa è quella di aver contribuito in altrettanti casi (non faccio qui graduatorie su quali siano preponderanti rispetto agli altri) a danneggiarlo, in forza di un comportamento che si è posto al di fuori di quella stessa evoluzione naturale e non solo nella sua manifestazione intellettuale.
Per entrambi i comportamenti, come è evidente, la natura rappresenta l’ambito fondamentale e non solo per ovvie ragioni biologiche e evolutive. C’è una questione culturale parimenti importante da considerare – tanto più in quanto siamo esseri dotati di intelligenza, appunto: ogni volta che l’uomo ha agito consapevolmente o meno in armonia con la natura, ha realizzato cose belle; ogni altra volta in cui invece ha voluto ignorare, trascurare o rompere tale armonia primigenia, ha finito per provocare dei gran danni e non solo al pianeta ma pure a se stesso. In pratica, ciò è accaduto e accade quando l’uomo dimentica di essere natura e la considera come “altro da sé” e rispetto al proprio mondo, il che è a tutti gli effetti un’enorme insensatezza ovvero una inopinata mancanza d’intelligenza. Forse ci disturba ricordare di essere animali, considerandoci così intelligenti e progrediti rispetto a qualsiasi altra razza vivente che abita con noi il pianeta al punto da chiamarsi fuori dalla sua realtà naturale (addirittura, inventando i culti religiosi, autoproclamandoci “figli di dio” proprio per giustificare e rafforzare la nostra arroganza): invece animali lo restiamo in tutto e per tutto, e pensarci fuori dalla natura pretendendo di contro di dominarla rappresenta una sorta di disagio psicologico e antropologico, un’alienazione bella e buona. Una bestialità, ma nel senso più negativo del termine.
Da questo assunto fondamentale e di valore culturale multiplo si articola la riflessione dell’antropologo Andrea Staid in Essere Natura (Utet, 2022), volume dal sottotitolo già assolutamente programmatico: «Uno sguardo antropologico per cambiare il nostro rapporto con l’ambiente». Cambiare, già: qualcosa di assolutamente, palesemente necessario da fare e al più presto, vista la realtà planetaria in divenire, ma che invece riusciamo solo a concepire parzialmente come idea, ancora meno a elaborare come strategia e quasi nulla a mettere in atto come azione concreta, se non in piccole cose certamente importanti ma dagli effetti concreti troppo trascurabili. Una situazione che risulta evidente, ad esempio, dalla scarsa concretezza delle iniziative con le quali dovremmo contrastare la crisi climatica in corso nonostante le continue conferenze mondiali al riguardo e le tantissime promesse e belle intenzioni spese da tutti i governi del pianeta: il risultato fattuale di tutto questo “impegno” globale è pressoché invisibile, come la climatologia e le scienze ambientali dimostrano di continuo. Eppure, di autentici cambi di passo non se ne vedono affatto, anzi, l’opposto: però i “Sapiens” siamo noi, non le bestie con zampe, pellicce e artigli.
Anche per le evidenze appena espresse, la disamina che Staid offre nel libro sullo stato del nostro legame con la natura è assolutamente dura e la critica dei comportamenti umani radicale. Staid snocciola tutte le numerose colpe della nostra civiltà nei confronti del mondo che domina con notevole capacità tanto di sunto (dacché ce ne sarebbero a migliaia di pagine da poter scrivere) quanto di chiarezza espositiva: antropocentrismo esasperato (soprattutto occidentale), colonialismo, estrattivismo, territorializzazione estrema e priva di qualsiasi senno, consumo di suolo, di risorse, di biodiversità ecosistemica, di tempo e, dunque, di futuro. Tutto ciò ha prima determinato il dualismo natura-cultura – perverso, ovviamente, dato che la natura è cultura e viceversa – e poi allontanato sempre più i due ambiti, esattamente come due parole e idee in origine “sorelle”, ecologia e economia (stessa radice οἶκος, “casa”, cioè il nostro stesso mondo) sono state rese antitetiche e conflittuali l’una con l’altra. Un’altra evidente mancanza intelligenza della razza “più intelligente” del pianeta, mi viene da commentare.
Delineata questa oggettiva situazione di fatto, Staid sviluppa una disamina su come provare a sviluppare un approccio differente con il mondo e fa di Essere natura un libro di antropologia militante, ovvero un testo che, restando basato su solide basi antropologico-culturali, intesse una sorta di piano d’azione politico – nel senso più alto e nobile del termine – per declinare da subito nel quotidiano un’idea di mondo veramente e compiutamente ecosistemica, dunque con pure noi umani finalmente dentro – che è però anche un progetto di valore umanistico. Al riguardo così scrive Staid proprio nelle ultime pagine del testo (90-91): «Bisogna pensare a un futuro basato su un nuovo paradigma del vivente, più consapevole della dipendenza ecosistemica e delle responsabilità collettive. Responsabilità collettive in quanto l’ambiente visto come un sistema di relazioni non può essere parcellizzato, l’ambiente osservato attraverso la lente della responsabilità racchiude la consapevolezza della dimensione ecosistemica, partecipatoria, collettiva, insomma delle relazioni. […] Una sfida importante è quella di tornare ad avere capacità immaginativa. Viviamo in una società aggressiva e competitiva, dove veniamo cresciuti fin da quando siamo piccoli a svariate asimmetrie quali uomo/ donna, autoctono/straniero, civilizzato/primitivo, sviluppato/arretrato, asimmetrie che bloccano la nostra capacità di immaginare e di vivere in modo differente. L’immaginazione, per la costruzione dell’avvenire, ha un ruolo fondamentale perché ci aiuta a risolvere problemi, a interpretare dati, a progettare ricerche, a formulare ipotesi, a conquistare nuove conoscenze e a vedere le mille possibilità che abbiamo di vivere in una comunità ecologica e sociale.»
Essere natura è un libro bello, interessante, intenso, a tratti illuminante e persino “irritante” come non può non esserlo, viste certe tematiche e il loro portato: comunque sempre capace di far meditare il lettore su quanto vi trova affermato. E mai come su temi del genere c’è assoluta, urgente, improrogabile necessità di riflettere, tutti quanti noi umani.