Vi sono delle particolari zone di montagna che potrebbero essere identificate, oltre che dalle rispettive caratteristiche geografiche e antropiche, anche da una specifica figura di autore letterario che, scrivendone nei propri libri e facendone il soggetto geografico principale delle storie narrate, è diventato o diviene per essere il principale “cantore”. Penso ad esempio alla Surselva e a Arno Camenisch, all’Engadina e a Oscar Peer, e penso ormai anche alle montagne del Lago Maggiore e a Alberto Paleari, che da tempo le ha rese protagoniste di molti dei suoi scritti e, ancor più – o, per meglio dire, in quanto – luogo di vita e di vagabondaggi vari e assortiti. Proprio come si può leggere in Narratori delle montagne (Monterosa Edizioni, Verbania, 2023) ultima sua fatica letteraria (e camminatoria, è proprio il caso di dire!) nella quale la relazione che Paleari ha intessuto con questa regione delle Alpi tra Italia e Svizzera, geograficamente assai articolata, che fa da quinta montana al bacino settentrionale del Verbano – dal Mottarone in su e fino a Locarno, per intenderci – diventa manifesta e a sua volta assai articolata, costruita su un palinsesto di diverse percezioni sensoriali e elaborazioni culturali che agevolano a Paleari la creazione del personale paesaggio interiore, riflesso e sviluppo di quello esteriore, la cui presenza nell’intimo segnala la concretezza della relazione con i luoghi vissuti, esplorati e raccontati.
Detto ciò, Narratori delle montagne è parimenti un libro narrativamente “articolato”, innanzi tutto per come rappresenta un compendio di due testi apparentemente diversi nella forma ma assai simili, per non dire complementari e conseguenti, nella sostanza. La prima sezione, dal titolo Sulle colline del Lago Maggiore, vede nelle vesti (doppie) di “narratore delle montagne” lo stesso Alberto Paleari, che racconta autobiograficamente della sua scelta, insieme a Livia e al cane Enea, di ristrutturare un vecchio casolare tra le faggete della riva occidentale del Lago Maggiore per farne un buen retiro dopo la fine dell’attività di guida alpina e al contempo la base di partenza per l’esplorazione di quella regione montana fin oltre il confine svizzero. I cinque “racconti” (virgolette necessarie in quanto il termine è immediato e esemplificativo ma non del tutto corretto) che compongono la sezione riferiscono realmente della tessitura nel tempo del legame tra Paleari e il territorio, anno dopo anno, camminata dopo camminata, tra costanti scoperte di angoli caratteristici e identitari per la zona e un dialogo sempre più articolato con il suo Genius Loci. In tal modo il paesaggio esteriore diventa sempre più immagine di quello interiore piuttosto di viceversa, e la narrazione delle geografie esplorate e (ri)conosciute si fa vieppiù diario personale psicogeografico: come se Paleari scrivesse e raccontasse ai lettori ma ancor più a sé stesso, o come se volesse mettere nero su bianco il racconto di quella relazione con i luoghi e del suo sviluppo per farne innanzi tutto memoria personale, un prezioso archivio di cronache in forma letteraria che da un lato narrano al lettore il territorio in questione e dall’altro sanciscono la suddetta relazione e l’identificazione reciproca tra esso e il suo narratore – per questo ho definito “doppie” le vesti dell’autore.
La seconda sezione del libro è Montagne e narratori della Valmaggia – una delle più ampie vallate del Cantone Ticino nonché tra le più caratteristiche in tema di paesaggio antropico – e in essa al narratore Paleari si affiancano alcuni dei più significativi autori letterari che hanno raccontato nelle proprie opere la Valmaggia, le quali poi Paleari utilizza come guide letterarie per partire all’esplorazione del suo territorio, dai villaggi dei fondovalle fino alle bocchette di collegamento in quota tra le vallate contigue che caratterizzano la geomorfologia dell’alta valle. Questa parte del libro, composta da sette “racconti” correlati l’uno all’altro così che anche qui l’effetto diario, seppur diacronico, prende forma suggestivamente, è alquanto affascinante per come, nella sua narrazione, Paleari incroci le storie tratte dai libri degli autori citati – Plinio Martini, Doris Femminis, Meirad Inglin i principali – con la cronaca delle escursioni effettuate nei luoghi che fanno da scenografia ai libri di questi autori e con gli appunti emozionali raccolti durante le varie camminate. Un po’ come se, di continuo, le storie degli scrittori valmaggesi venissero “proiettate” da Paleari sui luoghi e sui paesaggi rispettivi e, nel frattempo, a tale sovrapposizione fondamentale si aggiungesse quella complementare dello stesso Paleari: un racconto diacronico a più livelli che, per così dire, diventa sincronico direttamente nella mente del lettore oltre che assolutamente evocativo delle montagne narrate, dei luoghi, delle storie umane che li caratterizzano e dei paesaggi – nel senso più compiuto del termine – che delineano la loro identità.
Da segnalare nel libro la presenza vivida ancorché inevitabilmente immateriale di Erminio Ferrari, grande amico di Paleari e a sua volta ottimo autore letterario – spesso proprio insieme al primo – nonché grande conoscitore delle montagne tra il Piemonte, l’alta Lombardia e il Canton Ticino, scomparso in un incidente in montagna nel 2020 e al quale Paleari dedica numerosi passaggi evocativi e toccanti.
Insomma, veramente una bella lettura quella di Narratori delle montagne, che personalmente ho gradito anche per come mi ci sia ritrovato in tante delle narrazioni offerte dal libro: anch’io, ad esempio, sono andato a vivere in montagna a stretto contatto con i boschi e prossimo a sentieri che mi consentono di vagabondare in altura in modo pressoché illimitato, anch’io in questi miei vagabondaggi raccolgo quante più informazioni sensoriali possibili al fine di sentirmi costantemente in relazione con i luoghi e i paesaggi attraversati, e anch’io sovente esploro certi territori seguendo le tracce letterarie degli autori che li hanno narrati e hanno dimostrato con essi la stessa relazione che ricerco per me stesso, come detto. Una consonanza che, al netto delle similitudini reciproche, credo che molti altri lettori potranno ritrovare nella lettura del libro, oltre a ricavarci un notevole piacere di lettura lungo un viaggio letterario sui monti dell’alto Lago Maggiore e tra le loro geografie umane alquanto affascinante.