Thomas Meyer, “Non tutte le sciagure vengono dal cielo” (Keller)

cop-nontuttelesciagureAh, le donne, capaci di portare gli uomini alla perdizione! Beh, ovvio che non è proprio così, in verità, perché il “merito” di quella perdizione va semmai ricercato nell’ingenuità e nell’ottusità di molti uomini (che ormai “sesso forte” non lo sono più da decenni – e meno male, per certi aspetti). Anzi: e se quella “perdizione” da qualcuno paventata e messa a colpa delle donne non sia invece una visione perbenista se non oscurantista di un buon concetto di libertà, che altrimenti tanti uomini non saprebbero ottenere? Tanto più se si è di sesso maschile e di religione ebrea ortodossa
Mordechai Wolkenbruch è proprio uno di essi, un ebreo ortodosso svizzero residente a Zurigo, ed è il protagonista del romanzo di Thomas Meyer Non tutte le sciagure vengono dal cielo (Keller Editore, 2015, traduzione di Franco Filice; orig. Wolkenbruchs wunderliche Reise in die Arme einer Schickse, 2012): Motti – è il suo nomignolo – studia all’università, per mantenersi lavora nell’agenzia assicurativa del padre ma, soprattutto, è ormai in età da matrimonio – anzi, è già pure in ritardo rispetto ai suoi confratelli coetanei. Dunque la madre, donna di rigidità confessionale e invadenza vitale terrificanti, non fa che organizzargli degli shidekh (termine della lingua yiddish), ovvero degli incontri con ragazze di famiglia rigorosamente ebrea e possibilmente ben vista nella relativa comunità, finalizzati a trovare moglie. Peccato però che nessuna delle ragazze scelte dalla madre piacciano a Motti, il quale invece si innamora perdutamente di una bellissima e spregiudicata compagna di corso dell’università, ovviamente goyete, parola con cui in yiddish si identifica una ragazza non ebrea che può rappresentare un “pericolo” all’integrità morale del giovane ebreo. Restare ligio ai dettami familiari e alla propria fede religiosa, dunque, oppure fuggire verso una libertà piena di inebrianti incognite?
Nell’apparenza di un romanzo teen-romance in salsa kasher (beh, sto enfatizzando fin troppo, sia chiaro!), Thomas Meyer in verità ci accompagna in una riflessione sul senso di libertà e sulla capacità che l’individuo di una società contemporanea emancipata deve possedere per valutare quale livello di libertà sia ideale per la propria vita – dacché, inutile dirlo, non esiste una “libertà” tout court, anzi, essere liberi significa proprio saper determinare quanto lo si vuole essere e, ancor più, quanto lo si può essere, in base a quel noto principio che limita naturalmente la libertà individuale ove comincia quella altrui. Di sicuro, la madre di Motti dimostra di non conoscere il suddetto principio o, nel caso, di disprezzarlo parecchio: la sua “libertà” è soltanto quella concessa dai dettami dell’ortodossia religiosa ebraica, i quali farebbero sembrare liberissimo un canarino in un minuscola gabbia di ferro. D’altro canto, Meyer non rappresenta in modi così teneri nemmeno la comunità ebraica zurighese – certamente emblematica di tante altre simili, in Europa: chiusa, autoghettizzante, legata a stereotipi anacronistici e, oggi, pure piuttosto ridicoli (come l’odio a prescindere per tutto ciò che è tedesco o la scelta di acquistare autovetture solo in concessionarie gestite da ebrei…). Paradossalmente, non trovando in città una ragazza che gli sia gradita, ad un certo punto Motti viene spedito su ordine del rabbino locale a Tel Aviv (per l’unico motivo che lì inevitabilmente ogni ragazza è ebrea, dunque non c’è pericolo di innamoramento per goyete più o meno spregiudicate!) e lì scopre che la società israeliana indigena è infinitamente più aperta, libera ed emancipata di quella in cui è nato, a Zurigo.
Tuttavia, anche nella sua patria religiosa Motti non fa che pensare alla bellissima e disinibita compagna di corso in Svizzera: non solo una donna della quale innamorarsi, ma anche un motivo di scelta e di potenziale sovversione di una vita quotidiana e di una sorte altrimenti già scritte. E’ in fondo questa facoltà di scelta su quale debba essere la nostra vita futura, su che strada intraprendere – e non intendendo solo mere circostanze obbligate quali la scelta degli studi da fare o altro del genere –, su chi essere di fronte alla nostra coscienza ed essenza di esseri umani (e non certo per chi d’intorno ci osserva e giudica) una delle questioni fondamentali per chiunque, che sovente ci si ritrova davanti quando meno la si aspetta e per motivi apparentemente astrusi. Tuttavia, altrettanto spesso ci cade addosso in tutta la sia dirompenza, e con tutti i suoi spigoli appuntiti contro tanti dei quali inesorabilmente tocca andare a sbattere, per poterla risolvere e uscirne fuori: in tale circostanza bisogna gioco forza essere pronti e il più possibile coscienti di ciò che si fa, per non prendere decisioni sbagliate al punto da rivelarsi deleterie per la restante vita. Motti deve in qualche modo allontanarsi dalla comunità – familiare e confessionale – alla quale è rimasto legato (termine del tutto consono!) fino al momento narrato nel libro, e non per mere ragioni di ribellione giovanile ad imposizioni sociali, culturali e religiose, ma proprio per maturare finalmente una propria consapevolezza individuale e intellettuale. D’altro canto, l’eccesiva rigidezza di regole impostagli dalla comunità in cui vive, e in particolare dall’intransigente e impicciona madre, inevitabilmente provoca una reazione opposta, di affrancamento, di fuga verso non solo e non tanto una mera libertà quanto verso un condizione di vita che sia sostanzialmente propria, non decisa e dettata da altri. Una condizione, questa, senza dubbio comune a tantissime vite quotidiane, di tutti noi: solo che non tutti – forse soltanto pochi – alla fine dimostrano di saper veramente prendere in mano le redini della propria esistenza per condurla verso mete liberamente e consapevolmente scelte…
Non tutte le sciagure vengono dal cielo è un romanzo divertente, piacevole da leggere grazie al suo stile leggero, arguto e costantemente ironico, in certi casi spassoso, che conferma l’ottimo fiuto di Keller Editore per una certa narrativa “alternativa” e di ottima qualità, a volte anche eccellente; ugualmente, Thomas Meyer è scrittore che prova l’altrettanto ottimo livello della narrativa elvetica contemporanea, un panorama letterario prossimo a noi eppure per la gran parte misconosciuto. Ma tra vette e ghiacciai, e oltre a formaggi, cioccolato, orologi e qualche conto bancario segreto, gli svizzeri sanno da sempre fare anche ottimi libri.

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