Sherwood Anderson, “Molti matrimoni” (Robin Edizioni)

cop_molti-matrimoniSe qualcuno vi chiedesse di citare uno o più grandi nomi della letteratura americana del primo Novecento, credo che il nome di Sherwood Anderson difficilmente vi verrebbe di facile indicazione, a meno di una conoscenza diretta per motivi specifici. Eppure, c’è chi mise lo scrittore dell’Ohio addirittura sullo stesso piano letterario di James Joyce – lui sì, riconosciuto pilastro della letteratura del periodo: “Oggi (la citazione è del 1923), il mondo della cultura è più unito: negli ultimi cinque anni abbiamo visto consolidarsi il successo di due uomini di prima classe, James Joyce e Sherwood Anderson”. E chi scrisse ciò non fu certo uno sprovveduto in tema di cose letterarie, ma un altro pilastro della scrittura, non solo americana: Francis Scott Fitzgerald, che onorò di una personale recensione Molti matrimoni (Robin Edizioni 2011, traduzione di Alessandro di Blasi; orig. Many marriages, 1945), definendolo tra i migliori romanzi mai scritti da Anderson – in verità più apprezzato come autore di racconti.
Devo però subito notare una cosa: definire Molti matrimoni “romanzo” è non poco forzato, per come la sua trama delle 230 e rotte pagine dell’edizione Robin ne occupi non più di una decina, in forza della sua estrema semplicità e – lo dico non certo in senso spregiativo – banalità: un piccolo industriale di provincia (o, con definizione più “europea”, borghese), John Webster, dotato d’una vita quotidiana assolutamente ordinaria, si invaghisce/innamora di una delle sue segretarie, e per via di questo “colpo di fulmine” altrettanto fulmineamente si rende conto di quanto la sua vita sia stata fino a quel punto piatta, monotona, priva di energia, soprattutto per colpa – egli ritiene – di un matrimonio con una donna avvilente, un tempo bella e gradevole ma poi, dopo le nozze, rapidamente lasciatasi andare. Dunque, Webster una notte confessa tutto a moglie e figlia: la figlia comprende, la moglie si suicida, ed egli fugge con la nuova compagna per rifarsi una vita in un’altra città. Ecco, tutto qui.
Su tale mini-trama – forse retaggio della citata produzione principale di Anderson, il racconto breve – l’autore innesta una lunga e sovente macchinosa riflessione sul senso del matrimonio, in primis, nonché più in generale sul concetto di moralità diffuso nella società in cui vive il protagonista, che la narra quasi sempre in prima persona: l’istituzione matrimoniale viene in effetti utilizzata da Anderson come simbolo macroscopico, per così dire, di come il conformismo finisca per inibire la libertà e, ancor più, la vitalità delle persone, le quali invece dovrebbero costantemente ricercare il più proficuo bene per sé stesse ignorando, se non combattendo, tutto il corpus di convenzioni sociali che regge la vita comune, la maggior parte delle quali è ritenuta dall’autore ammorbante, appunto, la società stessa.
Anderson per primo riteneva questo suo romanzo “immorale”, e infatti riscontrò non poche difficoltà di pubblicazione, con dinieghi vari e assortiti da parte di molti editori e il rifiuto di vendita di numerose librerie: l’America del tempo era certamente una società parecchio puritana – in certa parte lo è tutt’ora, come saprete – e peraltro nel libro vi è pure un attacco piuttosto diretto al puritanesimo soprattutto diffuso nella provincia americana, della qual ideologia la moglie poi suicida del protagonista è tremendamente intrisa. Fitzgerald invece ritenne Molti matrimoni non tanto un romanzo immorale quanto “ferocemente anti-sociale”, per come trovò che le elucubrazioni sociologiche e a volte mistiche di Anderson colpissero al cuore, come già rimarcato, la struttura morale della società del tempo.
Dalla mia lettura invece – se posso permettermi di dissentire dall’opinione di Fitzgerald – ne ho tratto una visione opposta o quasi: ho trovato John Webster, il protagonista della vicenda narrata, un personaggio simbolo di un moralismo piuttosto tradizionale che in verità sceglie “a pelle” – ovvero per un colpo di fulmine che in effetti egli stesso mette in dubbio: “Tutto quel che era successo quella notte, a pensarci bene, poteva anche essere stato determinato da una sua violenta ma transitoria crisi di follia.”, pag.228, ma anche in altre parti il protagonista crede di essere in preda a una devianza mentale – sceglie, dicevo, di fuggire quasi impulsivamente da tale gabbia nella quale si sente rinchiuso in un modo tuttavia parecchio superficiale e “facile”, dacché non si pone contro la società e le sue convenzioni, semmai fugge da esse. A ben vedere, non fugge nemmeno da quella stessa istituzione che assurge a simbolo sociale negativo, visto che con la nuova compagna egli pensa di contrarre un altro matrimonio. Certo, lo ribadisco, a quei tempi il divorzio e/o le seconde nozze erano ritenute effettivamente immorali; d’altro canto lo stesso Anderson si poteva dire “esperto” di cose del genere, visto che si sposò ben quattro volte, e non fatico a immaginare che Molti matrimoni fu per il suo autore pure una sorta di sfogo circa quanto vissuto nel suo quotidiano.
Insomma: è difficile sostenere che Molti matrimoni possegga oggi un grande appeal letterario, e non solo perché di questi tempi divorzi e matrimoni multipli siano diventate cosa normale. Al di là della sua esigua trama, risulta interessante la parte “riflessiva” del testo, se non fosse che pure lo stile utilizzato dall’autore è parecchio frammentato, ondivago e in certi passaggi incoerente – se ne lamenta lo stesso Fitzgerald nella recensione citata, quando scrive che la prosa di Anderson “si muove come se avesse una corda legata alla caviglia e un ragazzino birichino all’altro capo della corda” – tuttavia rispecchia di sicuro in modo fedele (inevitabilmente, d’altronde) la moralità diffusa nella società del tempo, e può rappresentare una curiosa lettura d’un testo la cui notorietà resterà sempre parecchio limitata.

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1 commento su “Sherwood Anderson, “Molti matrimoni” (Robin Edizioni)”

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