Riccardo Vecellio Segate, “Teneri e precari” (Senso Inverso Edizioni)

cop_Teneri-e-precariChi mi conosce e/o chi segue il blog, saprà bene come io sia un acerrimo e implacabile fustigatore di “poeti” – si notino le virgolette, già, dacché intendo riferirmi ai supposti, presunti, pretesi, quasi sempre autoproclamatisi tali, i quali scrivono cose spacciandole per “poesia” quand’esse sono inopinate e sconcertanti indecenze che in certi casi renderebbero più poetico persino uno scontrino del supermercato – mi scuso per la durezza delle mie affermazioni, ma ormai non riesco più a non fare che siano così (peraltro, tempo fa espressi tale mia posizione anche in chiave ironica, proprio per non passare per ultramassimalista: ma, sia quel che sia, rivendico di esserlo, sul merito!) Il motivo è molto semplice: la poesia è l’arte letteraria per eccellenza, la più alta e nobile, la più intensa, difficile e linguisticamente esigente; non si può pretendere di maneggiarla senza prima averla a lungo studiata, meditata, penetrata nei suoi più reconditi ambiti espressivi, poi compresa e il più possibile assimilata a livello di storia, tecnica, valenza artistica e letteraria. Quelli che chiamano “poesia” semplici testi suggestivamente espressi, solo perché in essi pretendono di rimarcare le proprie emozioni con qualche termine particolarmente ricercato o con troncamenti ed elisioni sparse qui e là ovvero dimostrando palesemente, con la loro scrittura, di non leggere vera poesia – quei testi che io definisco prosa estetizzante perché ciò sono, prosa, giammai poesia! – spiace per loro dirlo, ma stanno soltanto ridicolizzando un’arte che invece richiede, se non impone, una dedizione linguistica quasi ascetica. Oppure, se vogliamo porre la questione in termini più contemporanei e popolari, si può dire che la poesia è la Ferrari della letteratura: data la sua potenza (espressiva) bisogna assolutamente saperla guidare per non rischiare di finire contro un muro appena si pigia l’acceleratore; altrimenti, la si può anche usare a cinquanta all’ora per strade strette e tortuose, ma compiendo in tal caso un autentico sacrilegio nei confronti del valore tecnico del mezzo stesso e delle sue potenzialità. Meglio andarsene in bicicletta, allora!
Bene: filippicamente posto quanto sopra, ho qui davanti Teneri e precari, la silloge poetica di Riccardo Vecellio Segate (Senso Inverso Edizioni 2012, collana OroArgento). Subito, dalla disposizione cronologica dei componimenti – tutti quanti corredati dalla data di stesura – balza all’occhio una delle principali peculiarità dell’autore, ovvero la sua giovane età. Il primo componimento è stato scritto a soli 12 anni, mentre gli ultimi a 18: sei anni fondamentali, inutile rimarcarlo, nella generazione umana e caratteriale di una persona, quelli che trasportano l’individuo dall’adolescenza alla (quasi) età adulta ovvero verso una considerabile maturità – caratteristica che molti non dimostrano nemmeno a 50 anni, altra cosa pressoché inutile da rimarcare. I temi trattati nei componimenti sono quelli tipici dell’età e dell’intelletto in (rapida) formazione che giorno dopo giorno aumenta e acuisce la comprensione del mondo d’intorno e della vita vissuta in esso; tuttavia l’intensità espressiva e la profondità cognitiva che Vecellio Segate dimostra da subito, e via via affina nel corso del tempo e delle scritture, è assolutamente rimarcabile, sovente compiutamente matura, lucida e avveduta. Banalmente, mi viene da dire che se di giovani così in grado di maneggiare – intellettualmente nonché letterariamente – argomenti certamente importanti e spesso gravi ve ne fossero di più, in circolazione, molto probabilmente questa nostra società avrebbe davanti un futuro assai meno cupo di quello verso cui invece si sta dirigendo.
In ogni caso, la presentazione delle tematiche trattate nella silloge è ben svolta nella prefazione di Marco Materassi, critico culturale del quotidiano L’Arena di Verona – terra natia dell’autore. Lascio alla lettura di essa tale questione, dacché per ciò che ho scritto in principio del presente pezzo voglio soprattutto andare alla ricerca del poeta, ancor più e anche prima del letterato e/o del narratore in versi – alla ricerca di quella figura così rara e tanto travisata, appunto, nella letteratura contemporanea. I primi componimenti della raccolta, quelli scritti a 12 anni di età, sono chiaramente ingenui e acerbi nella forma poetica, con il verso lungo di derivazione prosastica, assenza di struttura metrica e di bilanciamento generale del testo; tuttavia, fin da subito è presente una peculiarità poetica fondamentale, la musicalità ovvero l’armonia compositiva, che supporta bene la lettura dei versi e ne alimenta il gradimento. Certamente Vecellio Segate è avvantaggiato in ciò essendo un precoce e apprezzato musicista – il pianoforte è il suo strumento – ma ciò di certo non può sminuire il valore di quanto palesato dai versi. Inoltre, fin dalla lettura delle prime composizioni, cioè dopo le prime tre o quattro, risulta evidente come il processo di affinamento della scrittura poetica si sia già avviato e stia procedendo verso una maggiore definizione tecnica ed espressiva: via via il verso s’abbrevia, diviene più denso di senso letterario, lega sempre più armonicamente con gli altri in componimenti più brevi e intensi, comparendo inoltre sempre più spesso una struttura metrica definita, con rime e alternanze ritmiche di indubbio gusto. A 14 anni trovo il componimento poetico dotato di senso finalmente e compiutamente definito, Perché vogliono volare – compiutezza poetica che s’accresce sempre di più – Fulmine già spento, 15 anni – per conseguire una notevole costanza di rendimento (passatemi la definizione impropria) a 16 anni, con Dentro il silenzio, La tua guerra, Sfumature invernali. Gli strumenti poetici sono ormai affinati, dunque le poesie più mature – si parla sempre di versi scritti a 18 anni, lo ribadisco – possono concentrarsi sullo sviluppo dell’espressività, che a sua volta diviene via via sempre più suggestiva e vivida, compresa in versi per la maggior parte liberi e tuttavia ben controllati, quasi mai lasciati ad uno stato poetico brado o a una forma sbiadita.
Insomma, in soldoni: il poeta c’è, assolutamente, e con potenzialità rimarchevoli, al punto che Teneri e precari, con la sua natura “adolescenziale” – al di là di tutto quanto di pregevole ho rilevato fino ad ora – appare a tal punto quasi come un contenitore poetico inadeguato. Mi auguro di ritrovare e rileggere Riccardo Vecellio Segate lungo nuove “strade” poetiche, possibilmente anche più intense e avanguardiste – perché la poesia, quella vera, è sempre stata e sarà sempre avanguardia letteraria, lo dimostrarono bene quelli del Gruppo 63 e i loro successori, fino ad oggi – al fine di sfruttare al meglio quanto sa fare. A volte si ha la vivida impressione che la poesia sia morta, uccisa anche (o soprattutto?) da molti di quelli che si ergono a suoi paladini; di certo la scelta espressiva che in senso poetico ha compiuto Vecellio Segate, per egli stesso e ancor più a fronte di quel desolante panorama che ho voluto con tanta franchezza tratteggiare in principio di articolo, è parecchio vivificante e necessaria. Perché, lo ribadisco, se vi fosse più poesia – quella vera, autentica, quella che è arte, non altro – in questo mondo, sono certo lo ritroveremmo più bello di quanto invece sia.

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