Rex Stout, “Alta cucina” (Mondadori)

cop_alta-cucinaNella mia pianificata esplorazione del mondo letterario giallo, mi sono appuntato sulla mappa editoriale alcune tappe imprescindibili, e a tale riguardo dopo Agatha Christie era quasi inevitabile incontrare l’alter ego americano della grande giallista inglese: Rex Stout.
Contemporaneo della Christie – peraltro per coincidenza nati e defunti entrambi a distanza di pochi anni – altrettanto prolifico, creatore di uno dei più celeberrimi personaggi della letteratura del Novecento, non solo nell’ambito del genere giallo, come Nero Wolfe, Stout rappresenta in verità l’altra faccia della medaglia del giallo “classico” – quello, per intenderci, che segue più o meno fedelmente lo schema delitto-indagine-deduzione-soluzione – tanto da essere ritenuto, a detta di molti esperti del genere, difficilmente paragonabile alla Christie. Alta cucina (Mondadori, con traduzione di Alessandro Golinelli) è un ottimo esempio del tipico stile dell’autore americano, e delle differenti peculiarità di esso rispetto a quello della scrittrice inglese: ove questa è metodica, elaborata, rigorosa nella stesura della trama, adattando per così dire la forma del romanzo ad un meccanismo preciso come un orologio svizzero – sfrondandola dunque di qualsiasi accessorio troppo fantasioso e creativo ovvero che non sia funzionale allo schema narrativo, generando per questo atmosfere generalmente tese, quasi oscure – Stout è invece più dinamico, brillante, vivace nella narrazione sovente ironica e nel tratteggio dei personaggi, a partire dai due fondamentali protagonisti delle sue storie, Nero Wolfe e Archie Goodwin, e in tale clima ben più “disteso” (se si può usare un tale termine, in tema di narrativa gialla) quasi si stempera la tensione del crimine commesso, del delitto e della ricerca del colpevole.
A ben vedere, però, anche Alta cucina presenta una propria peculiarità, che lo differenzia dal resto delle avventure di Nero Wolfe: al mastodontico detective – sedentario peggio che un blocco di marmo – tocca infatti dare prova del proprio infallibile acume investigativo in trasferta, e più precisamente al convegno dei Quinze Maîtres, i migliori quindici cuochi del mondo, dove è invitato in qualità di cultore della cucina americana – materia in cui eccelle, alla pari che nella passione per le orchidee e nel bere quantità da battaglione di birra. Nonostante le proprie intenzioni di spassarsela nel bellissimo centro termale presso il quale il convegno si svolge, Wolfe dovrà gioco forza impegnarsi a scoprire chi ha ucciso uno dei quindici chef, il più scaltro, antipatico e borioso del gruppo. Non perderà tuttavia la proverbiale sedentarietà: dalla propria camera d’hotel, sguinzagliando al solito a destra e a manca il buon Archie e pure beccandosi una pallottola che lo ferirà di striscio sul volto, saprà smascherare l’assassino con insuperabile perspicacia e riuscendo nel principale intento prefissatosi: no, non risolvere l’enigma e scoprire il colpevole, e nemmeno non perdere l’ultimo treno della sera che lo potrà riportare a New York, finalmente, nuovamente e domesticamente sedentario, ma ottenere da un altro dei cuochi presenti un tesoro a suo modo di vedere inestimabile: la ricetta delle salsicce mezzanotte, uno dei suoi piatti preferiti in assoluto!
Mo non voglio farvi pensare, con questo stringatissimo – e dunque inevitabilmente superficiale – riassunto della trama di Alta cucina, ad un romanzo che viri fin troppo nella commedia: anzi, Stout è un vero maestro della costruzione del “caso” investigativo, del suo sviluppo con il trascorrere delle pagine, della sua logica di fondo dalla quale si generano le geniali deduzioni di Wolfe e della sua risoluzione finale, funzionalmente teatrale. Insomma, il giallo qui è colore pieno, intenso, profondo. Ma oltre a tutto questo, Stout dipinge la trama gialla su una raffinatissima, elaborata, sagace, a volte pure aulica e quasi sempre assai ironica scenografia letteraria – e intendo con ciò ricolma di ingredienti, elementi e sostanze che vanno ben oltre i meri confini giallistici, tant’è che la lettura di Alta cucina può tranquillamente essere svolta su un doppio piano: quello prettamente giallo, e quello più generalmente romanzesco, entrambi potendo e sapendo regalare al lettore impressioni assolutamente piacevoli.
In verità, lo stile peculiare di Rex Stout non concesse (e concede) solo un rimarcabile piacere di lettura: dal punto di vista letterario, lo scrittore americano ha in buona sostanza e meglio di chiunque altro saputo unire il giallo d’azione all’americana – quello che poi in anni più recenti diverrà l’hard boiled – con il giallo deduttivo all’inglese, in questo senso – e forse ancor meglio che Agatha Christe – ha contribuito ad evolvere il genere fino verso i canoni contemporanei, quelli che per intenderci sono tutt’oggi alla base, almeno teoricamente, pure delle serie televisive di genere poliziesco.
Insomma, lo ribadisco: con Rex Stout si legge del gran giallo ma non solo, e si viene coinvolti in una narrazione sagace, raffinata, mai noiosa e molto divertente, tra personaggi singolari tratteggiati con arguzia e un pizzico di sano, realistico cinismo. Una lettura di gusto e valore universale, che se vorrete affrontare almeno una volta (anche non essendo cultori del genere giallo), e ancor più se lo farete con Alta cucina, esempio tra i migliori e più significativi della produzione di Stout, credo proprio vi riprometterete di intraprendere nuovamente.

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