Mirella Tenderini, “Tutti gli uomini del K2” (Corbaccio)

cop_tutti_gli_uomini_del_k2Certe montagne sono maggiormente popolari presso il pubblico per mere ragioni geografico/scolastiche – ad esempio il Monte Bianco, che ci viene insegnato a scuola come il più alto delle Alpi, o lo stesso con l’Everest, così come molti, anche tra i profani d’alpinismo, ad esempio conoscono il Cervino per la sua caratteristica e spettacolare forma. Certe altre vette sono invece divenute note – almeno tra gli appassionati di montagna – grazie alla fama di chi le ha affrontate e salite: penso al Petit Dru con Bonatti (ma quanti che conoscono Bonatti salitore del Dru sanno dove esso si trovi?), o alle Grand Jorasses con Cassin. Abbiamo poi tutti quanti scoperto che gli 8000 sulla Terra sono 14 grazie alle imprese di Messner, primo salitore di tutti; ma ci sono vette le quali, a prescindere dalle cronache alpinistiche e non che ne hanno parlato, hanno per così dire una personalità montana più spiccata di altre, ovvero un fascino che le ha rese sotto certi aspetti “leggendarie” – e non intendo riferirmi a miti religiosi e/o a tradizione del folclore delle genti che ne hanno frequentato le pendici. Il K2 è certamente una di queste: un immane cristallo che si eleva verso il cielo dalla forma quasi perfetta, lucente di ghiaccio, possente, spaventoso nella sua infinità e altrettanto incantante qualsiasi occhio che l’abbia ammirato. In base a questa personale premessa trovo mirabile l’idea alla base dell’ultimo libro di Mirella Tenderini, Tutti gli uomini del K2 (Corbaccio), uscito in occasione del 60° anniversario della conquista della vetta che i locali chiamano ChogoRi, e l’autrice rivela quella sua idea nei ringraziamenti in coda al testo: probabilmente superfluo scrivere l’ennesima cronaca alpinistica dei tanti che hanno prima tentato e poi salito il K2, più intrigante invece scrivere una sorta di biografia della montagna stessa, e attraverso di essa narrare le vicende degli uomini che l’hanno affrontata. Come dicevo poco fa, il K2 di storia da poter essere narrata ne ha ancora parecchia nonostante la miriade di testi usciti in questi decenni; di contro, Mirella Tenderini è una delle migliori scrittrici di montagna e di esplorazione in circolazione – e non solo in Italia – specializzata in biografie di personaggi che dell’avventura nelle terre estreme hanno fatto la loro sorte – ma non solo, di nuovo – dunque ecco bell’e pronta la miscela ideale per un’opera veramente e profondamente affascinante, sotto ogni punto di vista.
L’autrice parte con la sua narrazione dall’inizio di tutto, ovvero dalla scoperta della vetta chiamata dai cartografi inglesi di stanza in India Karakorum 2 – da cui K2 – per poi illustrarci, in capitoli snelli e ricchi al punto giusto delle nozioni necessarie a comprendere la storia narrata, le vicende dei primi uomini che cercarono di conquistare la vetta della montagna, a cavallo tra Ottocento e Novecento. Pagine, queste, che occupano poco più della prima metà del volume e che ho trovato assolutamente intriganti: in quegli anni, nei quali affrontare un colosso himalayano come il K2 era veramente come tentare di raggiungere la Luna con una mongolfiera – pura avventura con una abbondante dose di follia, insomma! – personaggi d’ogni genere cercarono di salire il più in alto possibile sulle pareti della montagna, vivendo peripezie da brividi. Due esempi tra i tanti di essi ovvero, se così posso dire, i due “confini” di siffatta schiera: da un lato Aleister Crowley, il leggendario occultista (termine assai eufemistico) inglese che sarà stato pure un folle sacerdote di Satana ma al quale si deve l’intuizione della migliore via di salita alla vetta, quella percorsa poi anche dagli italiani nel 1954; dall’altro – e siamo proprio all’estremo opposto – il Duca degli Abruzzi, mirabile esempio di uomo nobile (in ogni senso) e di grande esploratore, che più di ogni altro all’epoca (siamo nel 1909) contribuì a far conoscere la montagna al mondo – anche grazie alle celebri fotografie di Vittorio Sella – concorrendo per primo a far diventare il K2 (almeno da noi) “la montagna degli italiani”.
Quindi, seguendo un filo rosso più o meno cronologico che non dimentica di segnalare anche quanto successe sugli altri 8000 così come su vette meno elevate ma ugualmente famose, Mirella Tenderini dedica la seconda parte del volume alla conquista italiana del K2, ovvero alla controversa spedizione guidata da Ardito Desio con la quale, nel 1954, calcarono per primi la vetta Compagnoni e Lacedelli. Inutile ricordare, qui, tutto quello che ha fatto di tale conquista una delle vicende più ribollenti nella storia dell’alpinismo (e tutt’ora, purtroppo, le acque non sono ancora del tutto quiete…) dacché l’autrice lo fa con grande chiarezza e mirabile equidistanza, mantenendo la narrazione sempre avvincente e coinvolgente nonostante di certe cose se ne sia parlato per decenni interi, appunto, e con non poca confusione. Voglio sottolineare mirabile equidistanza, io, Bonattiano convinto e Cassiniano pure, dunque piuttosto avverso alla figura (in ottica alpinistica) di Ardito Desio e che durante la lettura non ho potuto far altro che apprezzare molto la capacità “diplomatica” (per così dire) che Mirella Tenderini ha usato nella sua narrazione degli eventi. Necessaria, certo, ma niente affatto scontata; d’altro canto non si può non concordare con lei quando mette in evidenza come il lungo strascico polemico successivo alla pur straordinaria conquista della vetta ha purtroppo rischiato di mettere in ombra la luminosità di essa, in modi che con solo due dita in più di senno da parte di molti dei suoi protagonisti potevano essere tranquillamente evitati. Ma, almeno, quella sorta di slogan che con inevitabile campanilismo è rimasto legato alla vetta del K2 e alla sua storia, “la montagna degli italiani”, resta comunque a dimostrare il particolare legame che, nel bene o nel male e nonostante i sessant’anni trascorsi, è rimasto tra la scuola alpinistica nostrana e la montagna, oltre che ovviamente con tutti gli altri giganti himalayani sui quali negli anni l’alpinismo italiano ha scritto pagine a dir poco memorabili.
In tal modo, a volume concluso, resta veramente viva nel lettore l’impressione di non aver letto l’ennesima cronaca alpinistica magari un po’ troppo romanzata o incensante ovvero simile a tante altre (parlo in generale, sia chiaro, dacché di libri di montagna meravigliosi ne ho letti a bizzeffe, negli anni) ma, come dicevo, la storia autentica di una montagna – il più difficile 8000 della Terra, tutt’oggi -, della sua avvenenza e attrattiva, del suo fascino irresistibile e di tutti gli uomini che, facendosi ammaliare da essa, hanno contribuito a farne uno dei più grandi miti – alpinistici e non solo – della storia moderna e contemporanea. Una storia che Mirella Tenderini ha saputo scrivere come pochi altri autori avrebbero saputo fare, ovvero con la sua tipica, esemplare e profondissima leggerezza letteraria che, ne sono certo, saprà ammaliare anche chi, profano di cose d’alta quota, al solo vedere una tozza collina sente le gambe dolergli. Proprio come ha fatto il K2 con decine e decine di uomini, da due secoli a questa parte.

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