Mikael Niemi, “L’uomo che morì come un salmone” (Iperborea)

cop_uomo_salmoneIl paradiso in terra non esiste. Banale dirlo, ma quando poi si constata che anche quelle zone del pianeta unanimemente considerate tra le più avanzate, economicamente, civicamente, socialmente eccetera – tanto da risultare puntualmente ai primi posti delle classifiche con cui i vari istituti di ricerca rilevano tali peculiarità – hanno pure esse qualche scheletro nell’armadio, si resta inevitabilmente sconcertati. Che poi quell’armadio sia mantenuto chiuso da una situazione generale certamente migliore che altrove – in altri paesi si spalancherebbero in men che non si dica – è cosa certamente rimarcabile, d’altro canto non si può non riflettere – altrettanto banalmente tanto quanto realisticamente – che un certo benessere diffuso non basta per annullare elementi di scontro sociale potenzialmente pericolosi. Anche quando essi possano sembrare del tutto trascurabili, come il parlare nello stesso paese due lingue diverse, una nazionale e l’altra nazionalista, se così posso dire.
L’uomo che morì come un salmone, ultimo romanzo edito in Italia dello scrittore svedese Mikael Niemi (Iperborea, 2011, traduzione di Laura Cangemi; orig. Mannen som dog en lax, 2006) affronta proprio questa tematica e lo fa con cognizione di causa, dato che Niemi è parte di quella minoranza svedese di origine e idioma finnico separata dalla madre patria per motivi di guerre e relative spartizioni territoriali geopolitiche, e ambienta il suo romanzo proprio nella sua città natale, Pajala, sita all’estremo nord della Svezia.
Per trattare il tema suddetto, Niemi sceglie di miscelarlo in una vicenda di genere giallo/noir – ma non così simile al celeberrimo giallo scandinavo con il quale numerosi autori soprattutto svedesi sono diventati famosi – dalle tinte vagamente cupe: Martin Udde, un vecchio ex insegnante e doganiere in pensione, viene ritrovato morto, ucciso con una fiocina come lassù si usa fare con i salmoni. Per indagare sul caso, da Stoccolma giunge Therese Fossnes, giovane detective della polizia, per la prima volta in quelle terre settentrionali delle quali fin da subito nota la grande differenza rispetto alla parte del paese più “civilizzata”, e non solo perché lassù vi siano foreste a perdita d’occhio, fiumi e laghi ovunque, renne lungo le strade e zanzare ferocissime. Innanzi tutto vi è una lingua, un idioma stranissimo che non riesce assolutamente a capire: è il meänkieli, sorta di finlandese antico che per i locali di pari origine è una sorta di vessillo pseudo-nazionalista, un gergo gelosamente custodito quasi fosse uno stemma di riconoscimento e di orgogliosa rivendicazione etnologica, mentre per gli svedesi è sempre stato qualcosa da estirpare, un’anomalia linguistica inadeguata all’unità nazionale e potenzialmente sovversiva. Inoltre, i locali risultano a Therese gente strana, taciturna, poco collaborativa, dotata di bizzarri usi e costumi; nonostante tali difficoltà, la detective ritiene di dover concentrare i propri sospetti su uno scontroso giovane locale, tale Esaias, al quale vengono trovati nel baule dell’auto alcuni attrezzi da pesca sporchi di sangue e che rifiuta testardamente di colloquiare in svedese, quando invece l’uomo ucciso era sempre stato uno strenuo propugnatore della lingua nazionale e dell’eliminazione di quel rozzo idioma “straniero”…
Da queste basi Niemi sviluppa una storia che, al di là delle atmosfere e di un certo inevitabile mood narrativo, ha piuttosto poco del giallo classico, anche solo per come il filo logico di essa sia frequentemente interrotto e spezzato da vicende collaterali legate alle questioni linguistiche e alle relative tensioni che nella storia recente e contemporanea si sono manifestate nel Tornedal, la zona della quale Pajala è uno di centri principali. Anzi, quella storia gialla non è difficile da intuire come una necessaria e funzionale intelaiatura narrativa sulla quale Niemi possa trattare e mettere in luce le tematiche relative alle differenze linguistiche ed etnologiche che caratterizzano il Nord della Svezia, una zona dalla storia piuttosto travagliata per vari motivi – storia che poi riverbera e manifesta nel carattere tipico della gente del posto, nel suo sentirsi diversa dai connazionali del Sud, nel voler rivendicare non tanto una qualche concessione politica di natura pseudo-separatista ovvero distintiva rispetto al resto della società nazionale quanto soprattutto un riconoscimento di tipo culturale, e la possibilità di preservare le proprie tradizioni senza per questo essere ghettizzati dal resto della popolazione o senza sentirsi inferiori.
In effetti, è solo dal 1999 che il Parlamento svedese ha riconosciuto gli abitanti delle zone in cui L’uomo che morì come un salmone è ambientato come “minoranza etnica”, e dal 2000 è possibile insegnare nelle scuole la lingua meänkieli e utilizzarla anche a livello istituzionale.
Ribadisco: pare strano considerare questioni del genere in un paese che tutti riconosciamo estremamente avanzato come la Svezia. D’altro canto, proprio tali questioni rappresentano a volte una sorta di cartina tornasole segnalante un disagio latente che poi si manifesta anche in altri modi, quasi sempre celati nella sfera privata degli individui ma non per questo ignorabili – ed infatti Niemi narra anche di cose del genere, lungo il romanzo. Non è dunque L’uomo che morì come un salmone un libro scritto per diventare uno strumento di mera e ribadita rivendicazione di identità e diritti particolari – in qualche modo “autobiografici”, vista la provenienza dell’autore – semmai rappresenta uno sguardo critico e “alternativo” su una realtà meno idilliaca di quanto possa sembrare, e un’analisi solo apparentemente disincantata sul rapporto intercorrente tra una società nazionale, tra le sue forme di configurazione sociologica e di uniformazione etnologica e i suoi abitanti, i cui ambiti privati sfuggono e sfuggiranno sempre da qualsivoglia “regola” sociale, nel bene e (soprattutto) nel male.
Insomma, la vicenda gialla narrata da Niemi nel romanzo, che dovrebbe rappresentarne la peculiarità letteraria principale, finisce inevitabilmente in secondo piano, vuoi anche per i suoi sviluppi non troppo lineari e, in certi passaggi, poco logici. Certamente in Musica rock da Vittula, il romanzo più celebre dello scrittore svedese, la correlazione tra narrazione e tematiche di sfondo risulta maggiore e più fluida, o se preferite meno forzata che in L’uomo che morì come un salmone. Vero è, d’altronde, che in questa opera il tema scelto è più ostico e spinoso, ma da questo punto di vista Niemi riesce a trasmettere al lettore la propria inquieta meditazione su di esso, la quale poi risulta la specificità più interessante del romanzo. Un romanzo che forse risulterà non troppo intrigante per il pubblico italiano – quantunque quella delle differenze linguistiche, in tal caso eminentemente dialettali, sia tematica ben viva anche in Italia – tanto meno a quello appassionato di giallistica nordica, ma che ci permette di osservare il mondo scandinavo da una prospettiva senza dubbio differente e meno ordinaria dal solito.

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