Mark Twain, “Il diario di Adamo ed Eva” (Stampa Alternativa)

twain-diario-copPer ben poche altre realtà letterarie del mondo e della storia si può affermare con simile sicurezza che un autore sia fondamentale per ogni altra opera scritta ad egli successiva come per la letteratura americana con Mark Twain. È quasi una banalità affermarlo, in effetti, ma quanto meno a mitigare tale ovvietà arriva in soccorso un altro pilastro letterario come Ernest Hemingway, il quale a sua volta affermò che «Tutta la letteratura americana moderna deriva da un unico libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn», ovvero il riconosciuto capolavoro dello scrittore ex pilota di battelli sul Mississippi – da cui Samuel Langhorne Clemens derivò lo pseudonimo che lo ha reso immortale.
Altra banalità, ora – d’altronde vien facile formularle, con Twain: i pilastri della letteratura di tutti i tempi si riconoscono anche dal fatto che non solo le loro più famose e celebrate opere sono dei capolavori, ma pure gli scritti minori in un modo o nell’altro lo sono, o quanto meno sanno dimostrare anche in poche righe come il loro talento e l’ispirazione non fosse dovuta a fortunate coincidenze o a congiunzioni astrali favorevoli ma, per così dire, a peculiarità genetica costantemente attiva.
Il diario di Adamo ed Eva (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 1° ed.1999, a cura di Giovanni Sordini, prefazione di Carla Muschio) è un’ottima prova di quanto ho appena scritto. Opera certamente minore nella produzione dello scrittore americano, probabilmente non fondamentale per poter dire di conoscerlo in modo adeguato eppure, nelle sue sole 60 pagine, perfettamente in grado di palesare molte delle sublimi caratteristiche stilistiche, letterarie e intellettuali di Twain.
Il titolo dell’opera è già del tutto esplicativo di quanto offra il testo: le note diaristiche dei primi due abitanti biblici del pianeta Terra – prima quelle di Adamo, poi quelle di Eva – con le quali Twain fa ad essi raccontare non solo i primi giorni di esistenza nell’Eden terrestre e quindi nel mondo terreno, dopo la cacciata divina per colpa del peccato originale in forma di mela, ma in buona sostanza l’intero carattere umano nelle sue due esemplificazioni primarie, la parte maschile e quella femminile. Adamo burbero, piuttosto menefreghista di quanto ha intorno ma altrettanto concreto, nel suo pensiero fisso di costruire la migliore capanna possibile per difendersi dalla natura selvaggia, e fin troppo razionale, al punto da risultare in certi casi quasi tonto; Eva creativa, sensibile e passionale, attratta dalla bellezza del creato ma, per questo, un po’ distratta nei confronti delle necessità più concrete per la mera vita quotidiana. Le due facce della stessa medaglia, insomma, opposte eppure complementari, l’una inevitabilmente bisognosa dell’altra a prescindere da qualsiasi divergenza di carattere, d’idee, d’opinioni e di visioni sul mondo che li circonda.
Da questo punto di vista Il diario di Adamo ed Eva è un sublime e delicato inno all’amore tra uomo e donna ovvero tra gli esseri umani tutti (dacché, ribadisco, è nei due generi della razza umana che Twain identifica la stessa razza nella sua interezza, sia biologica che antropologica: pensare ad una lode al solo amore coniugale sarebbe cosa assai superficiale) tuttavia – anche qui è banale dirlo, disquisendo di un autore multiforme come Mark Twain – nel testo c’è moltissimo di più: c’è una bella presa in giro della teologica seriosità biblica, di contro così considerata (anche oggi) dalla società americana – si pensi al giuramento che ogni nuovo presidente USA deve fare sulla Bibbia, appunto – che richiama il sagacissimo e illuminante anticlericalismo di Twain; c’è il sarcasmo sui caratteri sociali dell’America del suo tempo, in fondo non così dissimile da quella contemporanea (altra forza, questa, delle opere di Twain, “vecchie” di quasi un secolo e mezzo eppure assolutamente attuali); c’è il sottofondo pragmatico, con la messa in luce dell’importanza di elementi quali tolleranza, curiosità e accettazione reciproca, volontà di apprendimento nonché di comune progresso umano ancor prima che tecnologico al fine di poter costruire una vita di amore, pace e prosperità reciproche – alla faccia di quel Dio che invece caccia le sue creature dall’Eden per colpa della mela e del serpente ovvero del “peccaminoso” bisogno di conoscenza, appunto.
E c’è, altrettanto inevitabile in ogni opera di Twain, il suo meraviglioso umorismo: quello, ad esempio, che fa identificare il paradiso terrestre con la zona intorno alle Cascate del Niagara – che Eva subito denomina Parco delle Cascate del Niagara perché assomiglia proprio a ciò, a un parco, pur non sapendo cosa sia un parco, e nel qual parco la stessa Eva celermente vi pone un cartello alquanto significativo: “Si prega di non calpestare l’erba”, cosa che innervosisce non poco Adamo! – oppure della venuta al mondo dei loro figli, Abele e Caino, che inizialmente Adamo crede siano pesci, poi una qualche rara specie di canguro o di orso e solo dopo molti anni si convince che siano bambini – il primo “un buon ragazzo”, il secondo “fosse rimasto orso, forse sarebbe stato meglio”, dice di loro Adamo!
Insomma, di nuovo molto banalmente: Mark Twain è da leggere sempre, nei grandi capolavori così come nei testi minimi e sovente trascurati. D’altro canto, l’ho già detto in altro modo, quando un tale possente “pilastro” mette all’opera, ben difficilmente non viene costruito qualcosa di monumentale – che si tratti di grandi palazzi o di (apparentemente) semplici casette sulla riva del fiume.

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