Kari Hotakainen, “La legge di natura” (Iperborea)

20150716150309_250_cover_altaLa civiltà umana, al fine di reggersi, evolvere con ordine e strutturarsi in società, si è dotata fin dall’antichità di ordinamenti legislativi. Prima che accadesse ciò, i rapporti tra le persone erano governati dalle convenienze del caso ovvero, in senso generale, dalla Natura stessa (la scrivo sempre con la N maiuscola, sì), alla quale gli uomini erano sostanzialmente soggetti e ad essa dipendenti, quando non succubi. Poi ci sono stati millenni di evoluzione (almeno così ci hanno insegnato e convinto, facciamo che sia effettivamente tale!) e si è giunti fino ai giorni nostri, ma fin dall’inizio c’è stata, e c’è, una differenza fondamentale tra i due ordinamenti suddetti, la legge degli uomini e quella della Natura: la prima è sancita dall’uomo stesso che poi spesso è il primo a non volerla rispettare, la seconda è al di fuori di qualsiasi controllo umano ma ben più che la prima all’uomo tocca rispettarla, dacché non può fare altrimenti.
Ovvero: la prima, soprattutto in ambito fiscale, è quella che Jussi Rautala, il protagonista de La legge di natura di Kari Hotakainen (Iperborea, 2015, traduzione e postfazione di Nicola Rainò; orig. Luonnon Laki, 2013) non ha quasi mai rispettato nella sua vita di piccolo e scaltro imprenditore; la seconda è quella che lo stesso Rautala si ritrova a dover inesorabilmente rispettare dopo un terribile incidente stradale dal quale ne esce vivo per miracolo ma alquanto conciato, e quindi bloccato per una lunga convalescenza in un letto d’ospedale. Un letto che alla collettività costa un sacco di soldi ma per la cui eventuale necessità lui, da incallito evasore, non ha mai contribuito.
Kari Hotakainen è uno dei più sagaci scrittori finnici contemporanei, sempre impegnato nell’esplorazione, nei suoi romanzi, dell’altra faccia della società di cui fa parte ovvero delle piccole/grandi devianze che caratterizzano la vita quotidiana di chi ne fa parte, dei conformismi, delle cose più bizzarre e grottesche, delle minime (ma spesso tragiche) ipocrisie, delle ansie, delle alienazioni – di tutte quelle peculiarità, insomma, che fanno della gente comune (dunque di tutti noi) un insieme a volte un poco (!) sconcertante. Rautala, non più giovane ma ancora rampante imprenditore che ha fatto dell’evasione fiscale una precisa strategia finanziaria, appunto, è vedovo, padre di una figlia con la quale non ha un buon rapporto e che sta per donargli il primo nipotino, e figlio a sua volta di due genitori molti anziani e afflitti da diversi acciacchi senili. Il ritrovarsi con un piede nell’aldilà, e quindi bloccato in un letto d’ospedale – un non luogo inevitabile, per così dire, la cui sterile e asettica atmosfera (nonché i farmaci lì in uso, certamente) sembra fatta apposta per tirar fuori la parte più recondita degli individui, come se la convalescenza e la guarigione divenissero anche un processo di liberazione dalle proprie piccole/grandi stranezze – costringe inesorabilmente Rautala a riflettere, sulle persone che ha intorno, sulla figlia che sta per diventare madre, sui vecchi genitori e, più in generale, sulla sua vita non sempre così “nobile”. Si ritrova, in buona sostanza, a dover contemplare l’indiscutibile ciclo della vita che scorre spinto dall’irrefrenabile motore del tempo e alle cui leggi inderogabili – fatte di vita, di morte, di rispettive tangenze e inopinate adiacenze, di imprevisti, di coincidenze, di concomitanze e di inesorabili fatalità – nessuno sfugge, appunto. Per di più non basta a Rautala il nipotino partorito dalla figlia: d’improvviso nella sua vita arriva pure un “figlioccio” spuntato dal nulla – o meglio, arrivato dalla Sierra Leone, ove Rautala lo manteneva tramite un programma di aiuto internazionale. E lui? Pure lui fa parte di quelle leggi di Natura a cui tutti si deve sottostare? – troverà a chiedersi Rautala, e a cercare una buona risposta, ancora una volta, nelle mille pieghe della sua esistenza.
La legge di natura è un romanzo che, per certi aspetti, presenta un approccio quasi filosofico, legato peraltro a un periodo di riflessione che certamente Hotakainen s’è ritrovato a fare in una circostanza simile a quella raccontata nel testo: un grave incidente dal quale si è rimesso con parecchie difficoltà. L’autore usa dunque Jussi Rautala come una sorta di io narrante dislocato per indagare (non solo ma anche autobiograficamente, come detto) il rapporto tra le cose umane e terrene e ciò che invece, nella vita di una persona comune, rappresenta la parte più imponderabile: tra quanto gli uomini possono fare e controllare, insomma, e quanto sfugge invece al controllo non solo della loro volontà ma pure dell’intelletto, fino a riuscire a influenzarne la sorte nei modi più imprevedibili. Per tale esigenza tematica e narrativa (e posta la sua similare esperienza) Hotakainen sceglie la staticità scenografica di una stanza d’ospedale – oltre che più avanti, nella parte finale del romanzo, la casa di Rautala – la cui piatta routine, variata solo un poco non tanto dalle pur palesi stranezze degli altri degenti ma dalla crisi esistenziale di Laura, una delle infermiere in servizio nel reparto: una necessità tecnico-scenica, appunto, che tuttavia toglie non poco dinamismo alla narrazione e rischia, così, di rendere fin troppo “statica” anche la conseguente lettura. Ma in fondo un po’ tutta la storia sembra risentire di quella sensazione di sospensione apparente tipica dei luoghi di cura, quasi di separazione dal mondo reale, di dissociazione dalla quotidiana normalità (ciò che si deriva dalla norma cioè dalla “legge” – si ritorna ancora qui, alla fine): come se Hotakainen abbia voluto rimarcare, in riferimento all’iniziale “dicotomia giuridica”, la sostanziale evanescenza delle leggi umane rispetto a quelle di Natura, la loro inefficacia di fronte all’inesorabilità delle seconde ovvero, in ultima istanza, il senso stesso della vita quotidiana la quale, dagli uomini assoggettata alle loro (nostre) leggi, finisce sempre per sfuggire verso il caso e la fatalità, che siano essi elementi positivi oppure no.
Meno incisivo di Via della Trincea, simile sotto molti aspetti a Colpi al cuore ma non così originale, La legge di natura è un’opera più riflessiva, quasi intimista, certamente legata all’esperienza personale dell’autore e più mirata verso orizzonti metafisici, al punto da risultare quasi, in diversi passaggi, metaletteraria di conseguenza. Si legge con gusto ma deve probabilmente trovare il lettore che quel gusto lo sappia intercettare, ovvero che sappia comprenderne la non consueta e piuttosto particolare natura – ma si sa che i gusti non si discutono, sono dipendenti dalla propria personale natura ergo non si possono nemmeno “regolamentare”. Ecco, appunto!

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