Jørn Riel, “La Vergine Fredda” (Iperborea)

Jørn Riel viene considerato da molti l’Arto Paasilinna danese, per aver scritto molte storie di tipo assimilabile a quelle del più celebre autore finnico, e in effetti i due hanno condiviso anche un’esistenza particolare, con esperienze che, leggendone i libri, risultano certamente importanti per la creazione degli stessi: Paasilinna è stato guardiaboschi, mentre Riel ha fatto il cacciatore in Groenlandia, e infatti è questo lo scenario delle storie di La Vergine Fredda (Iperborea, con traduzione di S.L.Convertini), che comprende otto racconti narranti episodi di “vita quotidiana” di un gruppo di cacciatori artici dispersi in diverse stazioni sulla costa nord-orientale della Groenlandia, i quali diventano di questo e di molti altri volumi di Riel i personaggi fissi di una specie (mooolto particolare) di “telenovela artica”, divisa in tanti episodi, appunto, di forma letteraria che in Scandinavia viene chiamata skrøne. Gli skrøner sono racconti mai troppo lunghi che, in pratica, mirano attraverso una particolare narrazione a rendere credibile ciò che altrimenti potrebbe facilmente non esserlo: sono una forma letteraria tipicamente nordica, certamente derivante dalle grandi saghe del passato, e lo stile comune nel mondo letterario scandinavo e, in genere, iperboreo si presta assai bene a riuscire in tale impresa. Riel, in più, sceglie un’ambientazione e dei personaggi la cui esistenza sperduta tra le rocce e i ghiacci groenlandesi non può che essere movimentata dalla sua altrimenti inevitabile piattezza da episodi non comuni, che sovente tali diventano proprio per la loro rarità – come, ad esempio, l’arrivo nel porto della zona della nave dei rifornimenti, solo due volte all’anno, e ogni volta col suo carico di novità, accadimenti dal resto del mondo, nuovi visitatori, nuove occasioni di fare e parlare d’altro che non sia la sempre uguale normalità quotidiana.
Dunque, come per Paasilinna, storie di gente normale e di vita ordinaria, per e nella quale succedono cose “straordinarie”: il confronto a questo punto diventa quasi obbligato (e buon metodo di indagine letteraria, per chi abbia letto entrambi), anche per come ho citato venga definito Riel proprio rispetto al collega finlandese; tuttavia molte sostanziali differenze emergono dalle due produzioni, pur in una consonanza di stile e di idea narrativa basilare: se Paasilinna infatti, dietro le sue bizzarre e divertenti storie, pone sempre un senso “morale” (il termine non è dei migliori, ma lo si intenda comunque totalmente distante da “moralista”) che scaturisce e si definisce nel procedere con la lettura, in Riel questo mi sembra mancante o, in ogni caso, assai meno evidente e sicuramente meno profondo. I personaggi di Riel sono sostanzialmente “normali” per ciò che sono, ma diventano “particolari” per l’ambiente in cui vivono, per l’esistenza che lo stesso li costringe a vivere e per ciò che devono fare per vivere; da bravi cacciatori solitari nel nulla artico, esprimono la propria natura umana e i propri sentimenti portandoli al loro estremo, risultando perciò piuttosto duri, rozzi, a volte crudeli, freddi come il ghiaccio in certe situazioni ma in altre quasi commoventi, e quasi sempre rifuggendo tutto ciò che viene dal “mondo normale” quasi per istinto più che per scelta, dando l’impressione di sentirsi abbandonati e dimenticati dalla civiltà ma in fondo ricercando una tale condizione, quasi sentendo che sia l’unica per la loro natura umana, ovvero la sola che possa far emergere sentimenti, emozioni e volontà nella forma più pura e genuina, quindi meno contraffatta da elementi esterni.
Tra racconti quasi truculenti ed altri assai spassosi (cito tra tutti, per l’uno e l’altro “tipo”, El Dedo del Diablo e il conclusivo Il Prete Infernale), l’opera di Riel risulta probabilmente un poco prevedibile e meno fantasiosa di quella di Paasilinna, ma di contro lo sfondo delle storie narrate è assai povero di elementi – un pugno di uomini, le loro case, la Natura intorno – il che rende quasi inevitabile una tale caratteristica; peraltro ciò offre l’occasione a Riel di tracciare meglio i ritratti dei personaggi, e meglio evidenziare quella loro umanissima ambivalenza fatta da una parte di rudezza, insensibilità e di asocialità, ma dall’altra anche (quando serve) da un’apertura di cuore e d’animo grande come solo chi vive per scelta una vita difficile può e sa manifestare. Questa è forse la cosa più bella che la lettura di La Vergine Fredda offre: la conoscenza, racconto per racconto, degli individui che ne sono protagonisti e delle loro singole caratteristiche umane, un interesse crescente che rende il libro piacevole e godibile, dunque consigliabile, nonostante possa prevedere che la sua lettura non risulterà così appagante per tutti. Ma per chi ricerca qualcosa di particolare, o per chi vuole godere della fortuna che regalano i libri di penetrare, col volo della mente tra le loro pagine, in mondi insoliti e diversi dal nostro usuale, La Vergine Fredda credo sarà una interessante e fors’anche intrigante scelta di lettura.

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