James Joyce, “Gente di Dublino” (Feltrinelli)

cop_Gente-di-DublinoHo avuto l’occasione, di recente, di visitare Dublino: una città nella quale non ero mai stato e che mi ha mostrato una grande personalità urbana, tra i suoi monumenti ricchi di suggestioni, le innumerevoli viuzze su cui si affacciano meravigliosi pub, i parchi verdissimi e tranquilli, i simboli di una storia cittadina alquanto animata, a volte turbolenta, in certi casi contraddittoria ma sempre orgogliosa e consapevole della propria essenza. Ecco, l’essenza delle città, quella che io sempre vado cercando, quella che fa capire meglio di qualsivoglia monumento cosa sia la città, e cosa siano i suoi abitanti: d’altro canto, come sostengo sempre, vi è un periodo in cui sono gli abitanti a fare una città, ma sovente segue poi il periodo nel quale è questa a fare i suoi abitanti, a caratterizzarli col suo stesso spirito, con quell’essenza suddetta.
Dublino è anche, e molto, città letteraria; e se di letteratura vi è da parlare, uno dei primi nomi che balzano alla mente, se non il primo in assoluto, è quello di James Joyce: il che significa Ulisse, e forse anche di più – vuoi solo per il titolo dell’opera – Gente di Dublino (Feltrinelli ed.2014, Traduzione e cura di Daniele Benati, introduzione di Italo Svevo. Orig.: Dubliners, 1914). L’Ulisse lo lessi molti anni fa, e ammetto che non fu uno dei classici che più mi entusiasmò – semplicemente allora preferivo altre scritture classiche, altre atmosfere letterarie; in effetti Joyce è forse uno dei capisaldi della letteratura europea moderna per il quale più di altri la fama raggiunta è inversamente proporzionale al gradimento generale contemporaneo, tuttavia l’essere stato a Dublino mi ha fatto sentire in obbligo, quasi, di leggere quella raccolta di racconti nel cui titolo l’autore ha proprio voluto ineluttabilmente fissare l’importanza della città, e del rapporto diretto e reciproco coi suoi abitanti, ciò anche per cercare di capire ancora più nel profondo l’anima cittadina e fornire prove alle percezioni che avevo raccolto lassù circa i suoi abitanti, e la società urbana che formano.
Gente di Dublino è una raccolta di quindici racconti nei quali Joyce ha compendiato quindici diversi tipi umani con le relative quindici quotidianità, colte in momenti all’apparenza del tutto ordinaria della propria esistenza quotidiana, tra gesti, azioni, dialoghi e costumi normali, ovvi, banali, tuttavia ricercando in essi l’essenza di un’intera vita con tutto quanto di correlato in senso sociologico e antropologico. I quindici racconti formano dunque una sorta di concept storiografico il cui arco di sviluppo temporale è quello di una vita umana ordinaria, dall’infanzia alla morte, di individui che abitano a Dublino e vivono la società dublinese di inizio Novecento, appunto (non così diversa in tante cose da quella attuale, come posso affermare con cognizione di causa), ovvero ne palesano le caratteristiche principali, i pregi, le peculiarità, le contraddizioni, le ipocrisie e quant’altro di elementale. E’ in buona sostanza, Gente di Dublino, un affresco, anzi, una fotografia di ciò che è (era) la società irlandese a quell’epoca, immagine del tutto realistica e dunque sotto certi aspetti dura, fredda, razionalista ma proprio per ciò autentica e fondata. Molto autentica e fondata, tanto che Joyce ebbe non pochi problemi a trovare qualcuno che pubblicasse la sua raccolta, vista come un pamphlet fin troppo critico verso la nazione irlandese e i suoi stessi concittadini.
D’altronde, come cita Daniele Benati nella sua bellissima e preziosissima presentazione dell’opera (mentre l’introduzione prestigiosa di Italo Svevo, che frequentò parecchio Joyce il quale visse per qualche tempo nella sua città, Trieste, è interessante più dal punto di vista storico-letterario, per come Svevo offre un breve saggio dell’opera dello scrittore irlandese per come al tempo veniva intesa) – dicevo, come nota Benati, ottimo conoscitore della letteratura irlandese, Joyce scrive nel DedalusVado a incontrare per la milionesima volta la realtà dell’esperienza e a foggiare nella fucina della mia anima la coscienza increata della mia razza”. Sia chiaro, lo scrittore irlandese era assolutamente fiero di essere tale, di far parte del suo popolo, ma proprio per questo ha voluto cercare di smuovere in qualche modo, con l’analisi a volte spietata di esso dei suoi racconti, una coscienza nazionale considerata prigioniera di “una realtà meschina, chiusa, rachitica e soffocante” – denota sempre Benati. Joyce imputava la responsabilità di tale situazione soprattutto alla Chiesa cattolica, “colpevole di aver atrofizzato la coscienza degli irlandesi, e di averli trasformati in un popolo incapace di concepire la moralità come risposta individuale a problemi di carattere etico” – cito ancora Benati; e si faccia presente che mai e poi mai Joyce rinnegò la propria fede cattolica, cosa che invece fanno spesso i protagonisti delle sue opere. In effetti mi è parso di intravedere il retaggio di questa situazione pure nella Dublino contemporanea, la cui impronta cattolica è parecchio evidente ma, di contro, è visibilmente fratta in una componente prettamente cultuale e in un’altra di natura più “politica”, in base alla quale molta parte della società irlandese si è parecchio sottratta dall’influenza ideologica del clero locale – anche per alcuni terrificanti scandali che sono usciti alla luce del Sole negli ultimi anni, e che come altrove nel mondo hanno rivelato una verità sulle gerarchie ecclesiastiche assai più truce e indegna di quanto pure i peggiori anticlericali potevano immaginare.
In qualche modo Joyce vede una soluzione a questa situazione critica della sua gente proprio nella vita quotidiana più ordinaria – e qui torno a quanto affermavo poco fa sulla sostanza delle narrazioni dei racconti di Gente di Dublino. Come accade anche nell’Ulisse, Joyce chiede e induce la banalità quotidiana a mostrare un significato importante e prezioso per la vita “vissuta”, nella convinzione che ogni obiettivo grandioso dovesse essere ridotto in dimensioni umane, e così reso accessibile e realizzabile. Infatti molti critici hanno visto proprio nella capacità di operare una transustanziazione del banale il vero segreto dell’arte letteraria di Joyce – una capacità che, quel termine aulico lo dimostra bene, viene comunque dal proprio retaggio cattolico, tuttavia ora ripulito di qualsiasi dogmatismo religioso (e clericale) per essere applicato al quotidiano, appunto.
In Gente di Dublino questo accade in maniera evidente, ed è in fondo la chiave più consona alla lettura, alla percezione e alla comprensione dei racconti che formano l’opera, altrimenti lontani da qualsiasi gusto letterario contemporaneo e facilmente considerati come tediosi, se non peggio – come dicevo prima sulla considerazione di Joyce tra i lettori odierni, appunto. A far da sfondo a ciò Dublino c’è, indubbiamente, ma in modo nemmeno così preponderante: anche in tal caso, non è tanto la città con le sue vie e i suoi palazzi a dover essere intercettata, ma la sua anima – ovvero quella del tempo, ma non troppo lontana dall’attuale, ribadisco – e quel rapporto di condizionamento reciproco coi suoi abitanti e con la società di cui fanno parte. Sotto tale aspetto Gente di Dublino è certamente interessante per addentarsi ancora meglio, quantunque in maniera cronologicamente indiretta, nella sua realtà urbana. Non è di sicuro un libro da leggersi per puro intrattenimento, d’altro canto sarebbe un grave errore pretendere di farsene intrattenere: come pensare di valutare a fondo una fuoriserie soltanto osservandone la carrozzeria e tralasciando la meccanica e le prestazioni, insomma.
E certamente, se leggerete Gente di Dublino e poi avrete l’occasione di visitare la città – da viaggiatori consapevoli, non da turisti mordi-e-fuggi, sia chiaro  – avrete modo di formarvi un’esperienza completa e profonda su uno dei più importanti – piaccia o meno – scrittori della letteratura europea moderna e, di rimando, contemporanea.

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