Ismar Gennari, “Giallo e blu” (Senso Inverso Edizioni)

cop_giallo-e-bluDa sempre sono un convinto sostenitore della forma letteraria del racconto, per i motivi che ho più volte espresso anche qui nel blog (in questo articolo, ad esempio): è un format letterario che può essere ben più potente e intrigante di quanto possa lasciar supporre la sua brevità più o meno accentuata, anzi, proprio grazie ad essa lo scrittore ha l’obbligo e la responsabilità – oltre che dover avere la dote, ovviamente – di condensare senso, sostanza, valore letterario e messaggio così che anche solo da poche righe il lettore possa ricavare dal testo una compiutezza piena e intensa, oltre che gradevole alla lettura.
Della forma-racconto ci offre la personale interpretazione Ismar Gennari in Giallo e Blu (Senso Inverso Edizioni), opera di debutto dell’autore bresciano che di brani (uso questo termine non a caso, visto che Gennari è anche musicista) ne contiene sedici, tutti piuttosto brevi (raramente superano le 5/6 pagine) e in tal modo definiti per una peculiarità che fin dalla lettura dei primi racconti risulta evidente: ognuno è infatti sostanzialmente dedicato a un singolo personaggio protagonista, a una particolare condizione di vita, ad uno stato d’animo, a una vicenda umana a volte più solare e positiva, altre volte assai cupa e amara. Si ha quasi l’impressione di avere a che fare con delle istantanee di natura fotografica ma in forma scritta, descrizioni di istanti, momenti, situazioni a volte brevi e altre volte più dilatate nel tempo ma quasi sempre focalizzate, come detto, su una particolare condizione umana – forse non a caso, mi viene da pensare, il libro ha in copertina un’immagine incorniciata proprio in un obiettivo fotografico. Non solo: lo “scatto” di Gennari non resta in superficie, non ritrae solo la mera oggettività delle vicende e delle cose presenti in esse ma cerca pure di cogliere un’immagine più profonda dei personaggi e delle loro storie, un ritratto sovente più interiore che esteriore il quale, in tal modo, ne possa tratteggiare i moti dell’animo, quasi più che quelli della mente o del cuore. In qualche modo anche lo stile che caratterizza i brani riporta a tali impressioni: i dialoghi sono sovente assenti ovvero parecchio limitati – eccetto che in un solo racconto – mentre costante è l’a capo al termine di ogni periodo, cosa che enfatizza la natura introspettiva del narrato, come se effettivamente si stessero leggendo pensieri formulati dalla mente in modo analitico e senza struttura narrativa “classica”, addirittura in certi passaggi con vaghe apparenze di natura poetica.
D’altro canto queste caratteristiche narrative sono in qualche modo “imposte” dal tema di fondo che lega i racconti del libro: la paradossale condizione di solitudine nel mondo iperconnesso e super-sociale contemporaneo – o meglio, l’isolamento che di frequente esso induce ai propri abitanti, i quali altrettanto spesso sono incapaci di reagire e se ne lasciano avvinghiare, col risultato inevitabile di una decadenza del senso della propria vita e delle relazioni sociali – quelle vere, autentiche, basate sul contatto umano e sull’interscambio esperienziale tra individui, non quelle da social network che invece oggi ci vengono fatte credere come qualcosa di meravigliosamente umano e inesorabilmente cool – fino a ridursi, appunto, in una condizione di sostanziale solitudine, la quale genera pure, come effetto collaterale, la perdita della capacità di cogliere il senso delle cose veramente importanti per la comune vita quotidiana.
Così, è solo il suonatore di contrabbasso che rifiuta il successo e le luci della ribalta perché si rende conto che non sono ciò che veramente conta, per un musicista, ed è solo il sicario che uccide la gente per conto d’altra gente, rinchiusasi nella stanza piccola e buia dell’anelata vendetta; è solo l’operaio il cui lavoro consiste nel restare per lunghe ore davanti a una macchina, ripetendo sempre gli stessi gesti in una routine che inevitabilmente intacca pure l’esistenza al di fuori del posto di lavoro, ed è solo pure il giovane che ricerca il consenso sociale, l’amicizia, le avventure amorose e quant’altro soltanto per avere sempre più occasioni di specchiare il proprio ego. Ma sto citando solo alcune tracce narrative – in modalità random – dei racconti di Giallo e Blu: mi pare che la critica di Ismar Gennari alla vacuità del “socializzare” contemporaneo sia del tutto evidente e peraltro fondata, grazie alle storie narrate le quali, in fondo, risultano assolutamente quotidiane – non c’è da sorprendersi nel ritrovare in esse, insomma, situazioni che chiunque può/potrebbe riscontrare attorno a sé nella propria giornata ordinaria. Non solo: mi pare che l’ultimo racconto, quello che chiude la raccolta e che per questo lascerà l’impressione più “fresca” se non quella più vivida, al lettore, voglia ancor maggiormente sottolineare la suddetta critica: questa volta l’insolito protagonista del brano è un albero, una creatura vivente che Gennari ci rivela sotto molto aspetti ben più sociale, nella sia vita immota eppure fremente in armonia assoluta con la Natura d’intorno, rispetto a quella della saccente, altezzosa, vanagloriosa, ottusa, sbandata, violenta (in senso fisico ma pure etico) razza umana.
Una bella raccolta, ben scritta e intensa, la cui brevità (sono meno di 100 pagine in tutto) rappresenta non tanto un limite quanto invece un elemento esaltatore della generale efficacia narrativa, per di più facendo di Giallo e Blu un’opera dal mood assolutamente contemporaneo.

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