Giulia Martani, “Nero ma non troppo” (Senso Inverso)

Innanzi tutto, premessa necessaria – ma anche no. Non ho mai capito perché la forma letteraria del racconto venga sovente considerata inferiore a quella del romanzo o a quanto di simile. Escludendo che sia per mere ragioni di misura, che sarebbero quanto meno ottuse, ritengo invece il racconto – mia opinione personale, ovvio, ma tant’é – per certi versi anche superiore alla narrativa “lunga”. In primis non è detto che, dacché il racconto si sviluppa su poche pagine, sia più semplice da scrivere: lo è forse dal punto di vista della strutturazione, del progetto narrativo di base, ma d’altro canto impone spesso al proprio autore di condensare in quelle poche pagine sviluppi tematici e narrativi anche parecchio impegnativi, con il rischio di generare un gran caos, se il tutto non viene sottoposto ad una efficace razionalizzazione della stesura. Per tale motivo, quasi paradossalmente data la sua brevità, un racconto può a volte mettere in luce la scarsità di un autore più che un romanzo, e d’altro canto certe forme sperimentali di scrittura (che non è sempre quella che oggi viene definita “creativa”, in molti casi pure a sproposito) sono a volte applicabili solo alla forma-racconto, permettendo dunque evoluzioni letterarie di notevole valore. Infine, il tutto sottostà pure a una semplice regola statistico-matematica: se in un romanzo di – mettiamo – 100 pagine, il 20% di esse sono pessime, facciamo quelle dalla 60 alla 80, lo stesso ha ancora 20 pagine per recuperare credito agli occhi e all’intendimento del suo lettore. Nella stessa situazione, un racconto di 10 pagine che abbia la 6, la 7 e la 8 pessime, ha solo 2 striminzite pagine a sua disposizione per non farsi definire in malo modo. Poco spazio per rifarsi, converrete… Ergo, non si direbbe ma (sempre a mio parere) è più il racconto che deve saper mantenere una qualità costante nella propria narrazione, che l’opera di narrativa lunga. Godendo pure di un considerabile vantaggio donatogli dalla nostra stressante/stressata epoca contemporanea, nella quale la perennemente frettolosa vita quotidiana ruba ahinoi tempo alle buone cose, tra le quali la lettura: e un racconto di poche pagine in effetti lo si può leggere pure sulla metro tra casa e l’ufficio, senza dover subire il fastidio di interrompere la lettura proprio sul più bello, come potrebbe comportare il romanzo… Fine premessa.
Nero ma non troppo è l’opera prima di Giulia Martani per Senso Inverso Edizioni, ed è una raccolta di racconti – credo non avevate dubbi in merito, a questo punto. Composizioni tutte piuttosto brevi – solo la prima, L’Ultimo appello, arriva alle 20 pagine – con le quali l’autrice ci accompagna attraverso le parti più oscure, se non addirittura tenebrose, dell’animo e della vita umana, esplorate da vicende il cui comune denominatore è (inevitabilmente, posta l’oscurità suddetta?) la fatale dipartita. Evento messo sotto tabù da sempre, nella società umana, ma probabilmente ancor più oggi, nell’epoca della bellezza-a-tutti-i-costi ovvero della vita-sempre-al-massimo, ignorando invece quella sua ineluttabilità contro cui vanno spesso a sbattere esistenze in verità insulse, quando non dannose per il mondo nelle quali sono vissute. Tuttavia, le venature noir che i racconti lasciano trapelare – e lo stesso titolo della raccolta pare voler indicare – vengono in realtà svaporate nel loro senso comune da una costante natura metaforica della narrazione, e dunque anche degli eventi infausti che caratterizzano le vicende, la quale natura peraltro dona alla stessa narrazione anche un vago accento sarcastico, quasi beffardo nei confronti di alcuni dei protagonisti dei racconti. Ciò peraltro aiuta pure a non far che la lettura venga inevitabilmente incupita dall’atmosfera certamente non ilare, di sicuro funzionale al senso tematico dei racconti, e forse a tale scopo viene utile anche lo stile che la Martani ha utilizzato per la scrittura di Nero ma non troppo, molto buono, semplice ma mai semplicistico, intenso eppur “quieto” se così lo si può definire ovvero mai sopra le righe, anch’esso funzionale alla scenografia supportante le storie narrate, che l’autrice ricava da quella ordinarietà quotidiana senza dubbio comune a molti lettori, dalla classica vita di tutti i giorni dietro la cui apparente tranquillità si celano spesso i germi della sventura, ineluttabile o meno che sia.
Un appunto lo si potrebbe invece fare per la non cospicua originalità di alcuni racconti, come anche per una certa sensazione di inconcludenza o di inconsistenza (personale, dunque tranquillamente opinabile) che certi finali, seppur tali e in tal modo “attivi”, lasciano. Di contro sono parecchi i brani di buona se non ottima e gradevole lettura – sebbene, sia chiaro, non facile per i temi trattati e le suddette atmosfere oscure: cito ad esempio il prima menzionato L’ultimo appello, Kasa, Il brodo oppure Fermati e ascolta. In ogni caso, presi per ciò che sono, tutti i racconti sono di piacevole lettura, e in considerazione del carattere di debutto che possiede, Nero ma non troppo rappresenta una interessante opera prima, prodromica a futuri e ancor più intriganti sviluppi letterari.

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1 commento su “Giulia Martani, “Nero ma non troppo” (Senso Inverso)”

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