Giorgio Scerbanenco, “Nessuno è colpevole” (Sellerio Editore)

cop_nessuno_colpevole_ScerbanencoGiorgio Scerbanenco è il giallo italiano. Lo è non perchè l’abbia inventato, o perché abbia creato con i suoi libri uno stile peculiare rispetto ad altri già in uso – in effetti mi pare si sia sempre riferito al modello giallistico deduttivo anglosassone, nella sua scrittura – semmai lo è perché per il giallo italiano egli è stato un vero e proprio leader, una sorta di guida, una figura chiave che è divenuta effigie del genere stesso per la maggioranza del pubblico italiano. Chiunque abbia scritto romanzi gialli in seguito deve qualcosa a lui – e non tanto, lo ribadisco, dal punto di vista stilistico, quanto più per essere debitore dello “spirito letterario” che Scerbanenco ha saputo infondere nella sua opera, peraltro foltissima di titoli e non solo gialli.
Nessuno è colpevole (Sellerio Editore, 1° ed.2009) è senza dubbio un ottimo esempio della scrittura gialla di Scerbanenco: assolutamente ispirato dalla giallistica anglosassone, appunto, e non casualmente, credo, ambientata in una città americana (Boston, guarda caso la città più anglosassone degli USA) quasi a rimarcare la necessità di un richiamo a quella cultura e al mood generale che ne può derivare, ha però al contempo un quid di italianità coeva (siamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale e del regime fascista, quando uscì il romanzo) che è già illuminante su quanto scriverà poi Scerbanenco negli anni successivi, in opere che faranno di Milano il centro del suo mondo letterario, non solo tematicamente ma anche dal punto di vista della rappresentazione sociale (e nell’idea di essa) che dalle storie narrate si può facilmente cogliere.
Tuttavia, forse la prima cosa che resta nella mente del lettore dopo aver finito di leggere Nessuno è colpevole è semmai che l’ispirazione evidente al classico giallo deduttivo anglosassone è utilizzata da Scerbanenco in un modo assolutamente “alternativo”, che già il titolo del romanzo rende evidente. Gli elementi del giallo classico ci sono tutti, e sono palesi fin dalle prime pagine: c’è un omicidio, c’è un colpevole – addirittura reo confesso – c’è un movente del tutto logico e credibile, ci sono persino prove che lasciano poco spazio ad eventuali dubbi… Poco spazio, già, ma non nessuno spazio: è qui che s’infila la curiosità, l’intuito e forse anche la “diffidenza di vita” di Arthur Jelling, il protagonista fondamentale (ovvero più che principale!) del romanzo, che pare ritrovare in tale diffidenza verso la realtà che lo circonda l’unica rivalsa verso la realtà stessa altrimenti opprimente, tanto da renderlo un individuo sostanzialmente mediocre, timido fino al paradosso, banale, che preferisce quasi sempre restare nell’ombra per timore di essere abbagliato dall’eventuale troppa luce. Lo stesso Scerbanenco così descrive il personaggio di Jelling nel secondo dei romanzi della serie a lui dedicata, La bambola cieca:
Arthur Jelling era un uomo che aveva quarant’anni, aveva studiato medicina fino a venticinque anni, s’era sposato a ventiquattro, e altro non aveva fatto di più importante, se non scoprire la trama segreta di alcuni delitti famosi. Ma nella sua vita non era mai entrato il romanzo, se non di scorcio. Scoperto l’autore del celebre delitto, o archiviata la pratica dell’ultimo processo, egli tornava a casa, tra sua moglie e suo figlio, leggeva il giornale mangiando, leggeva un libro a letto, e la mattina era in ufficio, all’Archivio Criminale, come un qualunque impiegato, come il più oscuro degli impiegati, a catalogare interrogatori ed elenchi di referti, o stesure di alibi.
L’unica valvola di sfogo di una vita altrimenti insignificante, insomma, la sola possibilità di ribellione personale verso il conformismo dal quale si è lasciato avvolgere, in fondo legata ad un assioma tanto semplice e banale quanto totalmente dimenticato dalla società (di allora, e di oggi anche di più): non sempre la realtà effettiva delle cose è quella che appare, anche se sembra che tutto lo debba far credere e, forse soprattutto, quando tale apparenza è imposta in modo fin troppo lampante. Proprio come accade in Nessuno è colpevole: William Funt, il “reo”, ha visto con i propri occhi l’amico/rivale Ted Farr cadere ammazzato dal colpo consapevolmente sparato col suo fucile, vendetta bramata da tempo per avergli rubato la donna da sempre amata. Ci può essere una verità più indiscutibile di questa? Sì, ci può essere, c’è sempre, anzi, dacché di verità assolute a questo mondo ce ne sono veramente poche, o forse nessuna, dato che spesso ci convinciamo di certe verità soltanto perché non abbiamo ancora scoperto (o più semplicemente perché ignoriamo) ciò che le può dimostrare false.
Nessuno è colpevole è un romanzo piacevole da leggere, forse un poco troppo dispersivo in certe pagine e forzato in alcuni passaggi piuttosto incongruenti ma, mi pare di capire, necessari per Scerbanenco a mo’ di escamotage narrativi per ben dirigere la vicenda verso il finale – questo ancor più di stile classico, mi viene da dire, con tanto di spiegazione risolutiva di tutta la vicenda e illuminante su cosa sia realmente accaduto. E’ inoltre scritto meravigliosamente bene, con eleganza e finezza – cosa che ho sempre piacere di notare in un libro letto, e che considero fondamentale per il valore dello stesso: si può scrivere in un modo o in un altro, gergalmente o aulicamente, con stile asciutto e minimale o pomposo e magniloquente, ma bene. Sempre, perché la scrittura letteratura non è esercizio da bloc notes, da biglietto per la spesa: è un’azione culturale, e in quanto tale deve essere segno e manifestazione di cultura – certamente letteraria in primo luogo ma non solo.
Nota di merito finale alla postfazione di Roberto Pirani, Scerbanenco e la fine del giallo Mondadori (1941), nella quale si contestualizza storicamente Nessuno è colpevole – ostici tempi di guerra, come già ricordato – evidenziando come lo scrittore milanese dovette subire, insieme a tanti altri, la spaventosa ignoranza del regime fascista nei confronti di certa cultura ritenuta “sovversiva”, che mise sotto rigido controllo tra le altre cose anche la pubblicazione di romanzi gialli, in quanto ritenuti “bassa letteratura imperniata sull’apologia del delitto” e dunque esercitanti “specie sulla gioventù un’influenza negativa, favorendo, in maniera rilevante, la delinquenza minorile.” Altri tempi! – penserà forse qualcuno… Me lo auguro, anche se a volte ho la brutta impressione che una tale mentalità sia ancora presente e viva, in certi personaggi pubblici…

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1 commento su “Giorgio Scerbanenco, “Nessuno è colpevole” (Sellerio Editore)”

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