Gianni Brera, “Il corpo della ragassa”

(P.S./Pre Scriptum: leggete QUI una necessaria nota personale su Gianni Brera e su questa recensione.)

Il_corpo_della_ragassa_copBen pochi non conoscono Gianni Brera come il più grande giornalista sportivo italiano della storia; non molti sanno che egli fu anche scrittore di romanzi e racconti, con una produzione ovviamente non cospicua, dacché ricavata nei ritagli di tempo del lavoro giornalistico sportivo. Eppure, Brera fu uno scrittore prestato al giornalismo, e non viceversa – per la smodata passione che nutrì per il calcio fin da ragazzo, e perché con lo scrivere sui giornali poteva campare negli anni duri del dopoguerra; fu scrittore, appunto, e Il Corpo della Ragassa ce lo rivela grande: semplice nello stile eppure nobile, raffinato ed anche forte nella costruzione narrativa, colmo di senso e sensualità, divertente e malinconico all’occorrenza ma nel modo più aulico possibile… Il Corpo della Ragassa è un tipico romanzo italiano moderno (non contemporaneo, si badi bene!), con la sua storia narrata di Tirisin, giovane e bella contadina che si svincola dal suo povero mondo padano trovando fortuna in città senza tuttavia mai abbandonare le proprie radici, nelle quali vi è in fondo uno dei pochi, veri sensi della vita; lo è – romanzo “italiano moderno” – nel narrare di vite semplici che scorrono di pari passo col tempo che se le trascina dietro un po’ come l’acqua con il Po, il grande fiume che attraversa i paesaggi in cui si svolge la storia; e lo è proprio nel rendere vivo come un macro-personaggio l’ambiente di vita, il piccolo paese di pianura immerso tra le nebbie e i pioppeti, le sue case, le sue rive fiumane, le sue cascine, i suoi campi, la sua gente al di fuori del circolo di personaggi del romanzo: un paesaggio che pulsa di propria vitalità, onnipresente, orizzonte sempre uguale eppure irrinunciabile per quelle vite che lo vivono, e in un modo che il paesaggio stesso, in qualche modo, determina… E’ mirabile anche la costruzione dei personaggi che compie Brera, con diffusi e veloci tratti lungo tutto il romanzo senza mai soffermarcisi sopra con troppa insistenza, eppure permettendo al lettore di conoscere, infine, ciò che conta del tal personaggio.
Lo stile, come detto, è semplice, godibilissimo e, dunque, leggibilissimo, proprio di un grande scrittore nonché finissimo esteta della scrittura, che senza usare pindarici preziosismi rende l’altrettanto semplice storia narrata grondante di aulicità: un maestro, insomma, e chissà se il mondo del calcio capirà mai completamente quanto fu grande l’onore di avere un Gianni Brera che scrisse di palloni, pedate, polpacci e altre amenità oggi così – nel bene e (soprattutto) nel male – volgari
Libro bellissimo e più che consigliabile (molto interessante anche la postfazione, scritta dal figlio di Brera, che illustra concretamente i luoghi e le genti tra cui egli ambientò le sue storie), che quasi impone al lettore di ricuperare e leggere anche gli altri piccoli/grandi gioiellini letterari del Brera scrittore.

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