Francesca Mazzucato, “Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini” (Historica)

cop-frontiera-mazzucatoÈ in senso assoluto una delle voci letterarie italiane contemporanee migliori, ecco.
La rimarco sempre, questa cosa, quando mi ritrovo a disquisire di Francesca Mazzucato: rischio di divenire ripetitivo, forse, ma lo corro ben volentieri quel rischio, come è il caso di fare quando si afferma qualcosa di cui si è fermamente convinti. E non so se alla costruzione così solida di tale mia convinzione abbia contributo non tanto il primo suo libro da me letto – Romanza di Zurigo, per la cronaca – quanto il genere del libro stesso: il resoconto di viaggio, nella forma tanto particolare e originale che è offerta dalla collana dei Cahier di Viaggio di Historica, al quale ovviamente appartiene anche questo Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini (Historica Edizioni, 1a ediz. 2011).
Fin da quella mia prima lettura, appunto, ho goduto della profonda capacità di Mazzucato di cogliere l’anima dei luoghi visitati e vissuti incrociandola di continuo con i propri moti d’animo, ponendoli in dialogo costante, stretto, a volte anche contrastato ma mai interrotto. È proprio così che si vive un luogo: parlando con esso in ogni momento e d’ogni cosa, lasciando che anche il luogo, per così dire, “viva” il suo visitatore, vi entri dentro, ne esplori la mente, il cuore, l’animo, lo spirito – e ovviamente ciò può accadere quando il visitatore si apre al luogo in cui si trova, ricercando una simbiosi che diviene fin dai primi istanti condizione vitale necessaria per essere in quel luogo e non, semplicemente, per “sostare”.
Mazzucato nella zona che è soggetto di Frontiera ci ha abitato, attratta come sua abitudine dalle terre di confine, luoghi giammai di separazione ma sempre di giunzione, correlazione, compenetrazione – in fondo proprio come nel rapporto tra viaggiatore e luogo visitato, che può essere soggiogato ad un “confine”, quello che  impedisce l’instaurarsi del dialogo tra i due elementi (condizione tipica del mero “turista”, e non me ne voglia chi si ritiene tale) oppure che ogni confine annulla per ottenere quanto ho poco sopra detto. Ventimiglia e Mentone sono due città speculari, uguali e opposte, diverse nell’apparire ciò che forse non sono cioè, appunto, una stessa cosa divisa a metà da una decisione politica – il confine, appunto. Semmai, il confine che nel concreto non esiste se non politicamente si fa presente nella visione (indotta) degli abitanti ovvero diventa tangibile per altri eventi esterni alla mera realtà delle due città – ad esempio la contemporanea questione dei clandestini che dall’Italia tentano di entrare in Francia per proseguire verso il Nord dell’Europa.
In ogni caso, a Francesca Mazzucato non importa tanto raccontare delle due città e del confine che le divide, o meglio: quel confine diventa un pretesto perfetto per riflettere su altri lembi o confini, quelli che mettono a confronto, congiungono, separano, dividono o lacerano gli esseri umani, i quali nel principio funzionano esattamente come i confini politici – non a caso, mi viene da dire: in fondo la stessa geografia, formalmente fatta di confini stabiliti nel tempo dal potere politico, appunto, è in verità disciplina assolutamente sociale ovvero fatta della storia e dei movimenti delle persone, come ha ben rivelato fin dall’Ottocento il grande geografo Élisée Reclus. In particolare, Mazzucato disserta su tali temi basandosi ovviamente sulle proprie esperienze personali, narrate in forma simil-diaristica e con sostanza quasi poetica attraverso capitoletti intercalati tra le mere narrazioni riguardo le due città – insieme a citazioni di altri testi che descrivono quel pezzo di mondo o parlano di cose ad esso correlate. Ne esce un racconto intenso ed emozionale ma al contempo indeterminato (per precisa volontà dell’autrice, credo) e forse un po’ disarmonico: in fondo in Frontiera non si riferisce di un viaggio ma di una residenza, di una presenza, dunque con tutte le possibili, quotidiane, viscerali variazioni del caso. Anche la stessa sublime capacità narrativa di Mazzucato resta un po’ bloccata, per così dire, in tale indeterminatezza: è un “confine” anche questo, in effetti, da valicare attraverso una lettura comunque piacevole per chi ama l’autrice, la sua vena letteraria e le scritture in tal senso, oppure da dissolvere con una visita in quel lembo di costa ligure, alla ricerca di ciò che soltanto la presenza in un luogo e il dialogo intenso con esso possono rivelare.

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