Francesca Mazzucato, “Bologna segreta” (Historica Edizioni)

cop_bologna-segreta-600x698Può esistere il residente di una città per il quale la città stessa non abbia alcun segreto? Forse sì, ma nel caso sarebbe una condizione piuttosto triste, anche se non mai come la condizione contraria, assai diffusa oggi, ovvero dell’abitante della città (ma ciò vale per qualsiasi territorio più o meno urbanizzato/antropizzato) che da essa è scollato, che in essa vive in uno stato di sostanziale anomia, generando una situazione simile a quella teorizzata da Marc Augé con i suoi ormai celeberrimi non luoghi.
In verità, al contrario, la città è il luogo per eccellenza, ed è a suo modo un’entità viva, una creatura urbana dotata d’una propria personalità, anima, spirito oltre che d’una particolare foggia ed estetica. In quanto tale, è pressoché inevitabile che non conservi nelle sue pieghe architettoniche e urbanistiche, ovvero nella sua storia e pure nella più ordinaria realtà quotidiana, zone segrete che qualsiasi suo vero abitante dovrebbe cercare e trovare, o quanto meno dovrebbe esplorare per scoprire ciò che ancora non sa del luogo in cui vive – il quale, inevitabilmente, dei suoi abitanti influenza anche la personalità, così che una maggior conoscenza dell’ambiente urbano vissuto determina pure una più ampia consapevolezza di sé stessi in esso, oltre che senza dubbio un maggior (e indispensabile) senso civico.
Francesca Mazzucato compie tutto ciò in Bologna Segreta (Historica Edizioni, 2014, collana Cahier di viaggio), tornando nella propria città natale – lei che ora solo saltuariamente ci vive – per ri-trovare ed esplorarne nuovamente l’anima urbana, identificando luoghi, persone, cose e circostanze che più di qualsiasi “ovvio” monumento artistico e architettonico possano non solo tracciare un identikit tanto alternativo quanto approfondito della città, ma rivelandone peculiarità e virtù meno conosciute o più ignorate se non, appunto, segrete.
Francesca Mazzucato, lo sostengo da che la scoprii, è una delle migliori scrittrici italiane (ma riferite questa mia affermazione all’intera categoria, maschi inclusi!) e il fatto di poter scrivere questa volta della propria città aggiunge alla lettura un fascino ulteriore, se possibile. Di contro, ho la vivida impressione che nella propria ricerca della parte più intima e segreta di Bologna, l’autrice non abbia voluto aprire proprio tutte le porte, ovvero non abbia ritenuto di dover svelare proprio tutto, della città, quasi a volerne preservare il nucleo più profondo e interiore, o forse per lasciare nel lettore almeno un poco intatta la curiosità e l’impulso di visitarla per ritrovare i riferimenti citati da Mazzucato nel testo e proseguire autonomamente la ricerca. Anzi, per generare una propria ricerca, perché in fondo la città, come scrivevo poc’anzi, è un’entità con la quale si può tranquillamente instaurare un discorso personale e singolare, forse fatto di ulteriori rivelazioni, forse di meditazioni, forse anche di dissensi – comunque un discorso necessario a rendere viva la città e, viceversa, rendere viventi in essa i suoi abitanti.
Posto ciò, ho affermato che l’autrice abbia fatto in modo ancor più intenso del prevedibile la bolognese doc, e dunque abbia preferito in qualche modo preservare, in una narrazione di segreti qual è quella offerta nel libro, la parte segreta più segreta della città: ciò perché alcune parti del testo ho ritenuto non fare parte di un vero e proprio ambito nascosto e ancora inconfessato di Bologna, semmai ho inteso come una sorta di previsioni scritte su futuri segreti cittadini, tali tra qualche decina di anni se non di più. Mi spiego: il capitolo dedicato alla nuova stazione sotterranea dell’Alta Velocità, ad esempio (che cito al di là di qualsiasi scala di valori relativi, peraltro inesistente), non tratta certamente d’un “luogo segreto” – semmai nascosto dacché ipogeo, appunto, ma non segreto. Una parte che lì per lì, insieme a qualche altra, ho trovato un po’ fuori contesto, soprattutto per il lettore che invece presupponga di leggere il libro e trovare svelati, in esso, veri e propri “segreti” urbani ovvero luoghi cittadini che mai potrebbe pensare di visitare e/o di considerare come significativi per la visita e la conoscenza di Bologna. Sia chiaro, narrazioni del genere ce ne sono, nel libro, così come riferimenti a luoghi per i quali la sola lettura genera fascino e attrattive deliziose e irresistibili. Ma può ben essere, per riprendere e ribadire quanto affermavo poco sopra, che Francesca Mazzucato abbia voluto rivelarci qualcosa che ora come ora non consideriamo la rivelazione d’un segreto, o forse che non sappiamo in tal modo considerare. Come a dire: i più reconditi segreti di una città a volte sono pure nelle cose più nuove, sfavillanti, visibili, vivibili, solo che non sappiamo intuirli e vederli – si veda quanto detto lì sopra sugli stati di anomia diffusa degli abitanti delle città contemporanee, e non perché sia il caso di Bologna ma in senso generale – ergo, serve chi ce li possa indicare, anche nel modo più semplice. Una città, appunto, è fatta (deve essere sempre fatta) di rivelazioni e non solo per il visitatore forestiero, ma lo dovrebbe essere sempre persino per il suo abitante-veterano: ciò non significa che debba continuamente modificarsi – quantunque anche questa cosa potrebbe rappresentare per la città una buona occasione per evolvere, più che per cambiare – dacché a volte pure nelle cose piccole, apparentemente più conosciute, più rinomate, più sentite come proprie, si possono trovare (e magari svelare) nuovi piccoli grandi/segreti. Basta saperli vedere, appunto, e comprendere.
Libro interessante seppur non tra i più riusciti, della Mazzucato – la cui media qualitativa è peraltro assai alta, lo ribadisco. Comunque una bella lettura per chi debba o voglia recarsi a Bologna ma pure per chiunque altro che – contestualizzandola al proprio ambito urbano – voglia capire e trovare lo stimolo per esplorare la propria città e saperne di più su di essa. E su sé stesso, come detto.

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