Flemming Jensen, “Il blues del rapinatore” (Iperborea)

Dici Scandinavia, dici letteratura, ed è come se in realtà dicessi “giallo”. La giallistica nordeuropea, inutile rimarcarlo, ha vissuto negli ultimi anni uno sconquassante boom, innescato da alcuni titoli ormai celeberrimi che hanno smosso tutto quel terreno nascondente una torma di altri autori, quasi sempre di buon livello letterario: ne è nata una “scena”, come si direbbe in gergo musicale, ovvero un autentico trademark al quale anche autori non nordici hanno finito per ispirarsi.
Di quella scena scandinava così prolifica, forse il paese che meno ha sfornato autori “gialli” è stata la Danimarca… O meglio: ve ne sono, mi in molti casi si sono messi in posizione un po’ più defilata rispetto al centro della scena, interpretando il genere a volte in modo meno classico e prevedibile. Ottimo esempio di ciò è Il Blues del rapinatore, primo romanzo edito in Italia dell’attore e comico Flemming Jensen (Iperborea, occorre dirlo? Con traduzione di Ingrid Basso): un giallo assai particolare, strano, scritto con tutta evidenza da un autore-non giallista che al genere è arrivato da un’altra strada – quella comica, appunto, la cui vena (di stampo molto nordico) infarcisce l’intera narrazione rendendola parecchio originale, come detto.
Fin dal titolo il romanzo di Jensen è particolare: “blues”, in lingua danese, non indica affatto il genere musicale padre del rock’n’roll, ma significa “provare vergogna, imbarazzo, arrossire”. E’ la vergogna che di certo prova Max, il protagonista principale della storia ma che di essa non ne è il narratore (altra stranezza) dacché questi è un eccentrico rapinatore di banche, molto orgoglioso della propria professione e dello zelo che in essa vi mette, tanto da essere convinto che “quel che fa un rapinatore non è peggio di quel che fanno le banche. Anzi!”. Condivisibile sotto molti aspetti, visto quel che sono e fanno le banche (circa le quali veramente tutto il mondo è paese, a quanto pare), vero? Max invece è lo spin doctor del primo ministro danese, colui che tiene le redini della sua presenza politica pubblica e non, che gli scrive i discorsi, gli suggerisce le risposte da dare alla stampa, lo indirizza nelle decisioni da prendere… Insomma, è a tutti gli effetti chi comanda veramente il paese, e ciò perché Tom, il primo ministro, è in verità un idiota di prima categoria, incapace di far nulla senza i consigli di Max – tant’è che con l’unica decisione che prende di sua iniziativa combina un gran disastro, e un incidente diplomatico con la Turchia… Max fatica sempre più a sopportarlo, finché una notte perde il controllo e lo colpisce alla testa con una solidissima bottiglia di whisky scozzese. Cerca di nascondere alla bell’e meglio il cadavere, crede che nessuno abbia visto quanto accaduto ma invece una testimone c’è: Signe, giovane e ingenua boy scout accampata coi suoi amici lì vicino, che Max – abituato a trattare, convincere, circuire generali dell’esercito, segretari di stato, premier e presidenti di superpotenze – crede di poter manipolare come e quanto vuole, fino a convincerla della sua più totale innocenza e integrità morale. Perché Max è un genio, uno dotato di fantasia incredibile e istinto infallibile, il nostro narratore-rapinatore ne è totalmente convinto e nutre per lui un’ammirazione sconfinata… Tuttavia, non è detto che se una persona sia geniale, non ve ne possa essere un’altra in giro ancora più geniale! – e più scaltra, più furba e anche più cinica… Chi ha realmente ucciso Tom, il primo ministro? Chi sta manipolando chi? E chi deve veramente provare blues, vergogna, alla fine della storia? Forse quelli che erano certi la dovessero provare altri…
Il blues del rapinatore, oltre a essere un giallo così bizzarro – tanto che manca pure di un elemento fondamentale del genere: l’indagine, e un tutore dell’ordine che la porti avanti a colpi di intuizioni: della verità finale veniamo a conoscenza attraverso il racconto del narratore, che peraltro la conosce fin dall’inizio (ulteriore strana variante al genere) e che ce la centellina poco alla volta – è una storia che Jensen costituisce appositamente per renderla funzionale e tagliente arma di sbeffeggio del potere – soprattutto di quello politico e finanziario, e dei personaggi che ne sono protagonisti: “I politici sono come i pannolini. Bisogna cambiarli spesso e per la stessa ragione”, afferma il narratore (applausi a scena aperta dello scrivente!) – nonché lente di ingrandimento e di analisi della società contemporanea, così dipendente (per assoggettamento, certo, ma anche per abulia) da quei poteri e spesso incapace di osservarne la realtà autentica con occhio critico e capacità di discernimento. E, pure, ugualmente incapace di capire che una vera buona vita è da cercare lontana da potere, denaro, politica, influenze sociali e quant’altro, ovvero proprio dalla parte opposta del nostro mondo quotidiano, dove i valori restano tali e non vengono legati a convenienze di potere e interessi di parte ma soltanto, unicamente e virtuosamente a sé stessi.
Con stile frizzante, ritmo abbastanza veloce rotto qui e là dalle eccentriche divagazioni del narratore che ci rende edotti delle sue opinioni su alcuni dei fatti narrati – le quali però a volte piegano il filo rosso della storia in modo che potrebbe farlo risultare un poco confuso – e con una verve di chiara matrice comico-teatrale (che per lo scrittore danese è precipua, come detto) spesso beffarda e acida, Flemming Jensen confeziona una lettura particolare e divertente, che temo non piacerà insuperabilmente ai cultori del “classico” giallo scandinavo ma che di contro regala una variazione sul tema che i non patiti del genere facilmente troveranno simpatica e gradevole.

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