Federico Ferretti, “Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici” (Edizioni Zero in condotta)

ferretti.reclus-copSe viene normale, a qualsiasi individuo dotato di senso della realtà, chiedersi il perché delle cose che accadono nel nostro mondo, ancor più tali domande vengono da farsi oggi – e intendo nel periodo in cui sto scrivendo la presente – quando una situazione di instabilità geopolitica generale e la presenza di conflitti bellici di gravità già ora notevole e comunque non del tutto comprensibile generano (per l’ennesima volta!) forti dubbi sul fatto che noi umani effettivamente ci si debba considerare così intelligenti come ci siamo autoproclamati d’essere.
Le guerre, appunto, cosa della quale tutt’oggi, nel Terzo Millennio, pare che l’umanità non possa proprio fare a meno: perché ancora scoppiano, si combattono, causano innumerevoli morti e tragedie d’ogni sorta? Cosa c’è, di concreto, che puntualmente rende vana qualsiasi diplomazia e ogni eventuale proposito di pace e fratellanza tra popoli, e fa imbracciare le armi più letali? La sete di potere, di sopraffazione del prossimo, certamente; interessi geopolitici vari e assortiti, altrettanto ovvio, così come scontri razziali, religiosi, etnici e altro del genere. Ma cosa – materialmente intendo – fa da miccia a tutta questa potenza distruttiva? Una potenziale risposta: e se in molti casi fossero i confini dei vari stati, recinti che per il solo fatto di esserci e di “recintare”, per così dire, e dividere un territorio da un altro, generano l’irrefrenabile impulso a scavalcarli per invadere il paese accanto e, appunto, eliminare quel confine ovvero spostandolo più lontano? Un po’ ciò che accade con un divieto, la cui sola sussistenza è motivo per molti per trasgredirlo, o con un muro, che genera inevitabilmente l’impulso a guardare cosa c’è oltre e a scavalcarlo…
Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici, il saggio che Federico Ferretti (Edizioni Zero in condotta, 2007) ha dedicato al grande tanto quanto dimenticato – da noi – geografo francese, è un ottimo testo per indagare e conoscere meglio la questione e trovarvi notevoli spunti a supporto della personale idea sopra espressa nonché di tutta la questione legata agli aspetti e alle ricadute politiche della disciplina che studia nel modo più diretto il nostro pianeta. Ma non voglio soltanto intendere, con “ricadute politiche”, quello che già il titolo del volume segnala, ovvero l’affiliazione di Élisée Reclus al movimento anarchico e al suo attivismo in esso. In verità lo scienziato francese è considerato da molti un anarchico teorico, più che militante, ovvero uno che cercò di posare le idee anarchiche su una solida base scientifica, piuttosto che il contrario, adattando la scienza – spesso con inevitabili forzature – alla suddetta idea politica, quando non ignorandola proprio, in certi casi e per l’attivismo più oltranzista. Semmai Reclus, nello studiare la scienza geografica, si rese rapidamente conto che non si poteva realmente considerare “geografia” una scienza che non inglobasse profondamente in essa i movimenti dei popoli sulla superficie della Terra e la loro storia, e che dunque non dovevano e non potevano essere, molto banalmente ancorché ovviamente, le mappe a rappresentare con la maggior efficacia possibile la realtà fisica del nostro pianeta, ma una geografia evoluta che restasse intimamente legata alla “sorella” storia, che materializzasse le proprie intuizioni in un ambito spazio-temporale, non solo spaziale, e che per questo risultasse alquanto diversa, se non totalmente differente, rispetto alla geografia classica la quale – a suo dire – risolveva tutto il proprio sforzo scientifico nel tracciare banali linee sulle mappe a segnalare i confini dei vari stati, senza nemmeno chiedersi cosa quelle linee dividessero e perché lo facessero. Su tali basi Reclus creò dunque quella che poi venne definita geografia sociale, una geografia fatta dai popoli, appunto, più che dai potenti e dalle loro mire territoriali, dai movimenti di quei popoli sulla superficie terrestre più che dai confini degli stati entro i quali finivano per essere inclusi, una geografia quindi – lo ribadisco – ineluttabilmente legata alla storia di quei popoli, la quale poi effettivamente ha determinato le sorti geografiche (dunque anche meramente territoriali) di tutte le terre emerse del pianeta. Come scrive Ferretti, riassumendo il pensiero di Reclus, “Il mondo è caratterizzato dal movimento e dalle relazioni: rapporti dinamici fra gli uomini e gli ambienti fisici, ma anche mobilità degli uomini sulla superficie della Terra, che tende a portarli dall’interno verso i litorali e a circolare all’interno dei bacini, marini o fluviali, con per risultato un métissage umano che rende vani i dibattiti sull’esistenza di differenti razze umane, e stimola al contrario una riflessione alla scala dell’umanità, intesa nel suo insieme” (pag.8). Il tutto per arrivare ad avere “l’umanità intera liberata dai rapporti di autorità e in armonia con il globo e la natura” (pag.47)
Capirete ormai bene, dunque, che la geografia sociale di Élisée Reclus fu qualcosa di effettivamente rivoluzionario, dal punto di vista politico e non solo, perché ancor prima la ricerca del geografo francese si basò sugli insegnamenti di un altro grande scienziato in materia, Carl Ritter, e sulla cosiddetta Erdkunde, una geografia che poneva in costante comparazione diversi elementi fisici ed umani al fine di trarne un’unica visione tematica, anche in tal caso andando oltre la mera rappresentazione cartografica. In tal modo Reclus – grazie anche alla collaborazione di altri fondamentali studiosi della disciplina geografica come Metchnikoff, Perron e Kropotkin – potè rendere le proprie intuizioni rivoluzionarie anche dal punto di vista fisico: ad esempio intuendo il potenziale motivo per il quale l’emisfero Nord del mondo si è sviluppato più di quello Sud (basta inclinare in modo leggermente diverso il mondo sul proprio asse per rendersi conto che su un emisfero le terre emerse sono ben presenti, mentre l’altro è quasi totalmente occupato dalle acque oceaniche), oppure spostando i “confini” effettivi (ma il termine “confini” è qui usato in modo piuttosto improprio, e solo per meglio esprimere il concetto) tra Europa e Asia più a Est di quelli formalmente e ufficialmente riconosciuti, dal momento che evidenziò come fino ad un tratto di Eurasia tutti i popoli ivi residenti si spostarono nel tempo verso Occidente e il bacino mediterraneo, mentre al di là tutti gli altri popoli si spostarono verso Oriente e i bacini marini del Sud Est asiatico: nessun confine politico, dunque, ma una “zona di contatto” antropologica e storica tra due similari flussi umani, i quali poi concretamente determinarono la geografia politica successiva.
Non solo, ma in tale rivoluzionaria geografia sociale, Reclus poté già inserire elementi di ecologia e di ambientalismo (ante litteram, chiaramente, dacché tali discipline si svilupparono poi compiutamente solo più avanti nel tempo), di razionale pacifismo nonché di fondamentale didattica della geografia, nella considerazione che nessun individuo potrà mai veramente dirsi abitante di una certa parte del mondo senza che la conosca geograficamente, ovvero attraverso nozioni geografiche complete e approfondite, non soltanto limitate alle mappe e ai dati geografici. Ciò peraltro rappresenta un ulteriore aggancio con la dottrina politica anarchica che egli sosteneva, ove essa proclamava e perseguiva la massima diffusione possibile dell’istruzione in ogni strato della popolazione, quale prima e principale arma a disposizione del popolo per difendersi dal potere dominante e per smascherare i suoi inganni (beh, quanto tale proposito dovrebbe essere valido ancora oggi, o forse soprattutto oggi!)
Per concludere (ma ci sarebbe ancora moltissimo da disquisire…), Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici è un volume veramente interessante e sotto molti aspetti illuminante, che in effetti fornisce ottimi spunti per comprendere buona parte dell’evoluzione politica e sociale del genere umano quand’essa sia legata al territorio, e che alla fine – se un messaggio generale si può trarre, dalla lettura del lavoro di Ferretti – lascia la netta convinzione che finché questo nostro pianeta sarà diviso da “confini” – statali, territoriali, politici, ideologici, religiosi e così via – ovvero fino a che non matureremo una razionale consapevolezza di essere tutti quanti – neri, bianchi, gialli, eccetera – parte di una unica entità vivente, la razza umana, lasciando da parte tutti quei diversi colori che sulle mappe identificano e separano i vari stati e vedendoci come abitanti senza effettive differenze l’un l’altro di un unico e nostro mondo, facilmente continueremo a farci del male vicendevolmente, e a rendere quel titolo di “razza più intelligente sul pianeta” francamente ingiustificato.

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7 pensieri riguardo “Federico Ferretti, “Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici” (Edizioni Zero in condotta)”

  1. Ho seguito tutti i tuoi QUI e mi sono ritrovata qui 🙂 Se e’ uno stratagemma per tenerci incollati qui…. per leggere i tuoi post be non e’ necessario, sono cosi’ interessanti che lo faremmo comunque 😉
    Bisognerebbe essere capaci di creare liberi pensieri, educare all’accettazione e il rispetto della diversita’, non e’ un’impresa facile formare “coscienze libere” , e’ un gran impegno.
    Saluti

    1. Mariiiiiii!!!Ti ho scritto di là da te! 🙂
      Per il resto, hai perfettamente ragione: non è semplice formare “coscienze libere”, forse anche perché di libertà, e di autentica conoscenza/consapevolezza di essa, ce n’è sempre meno, in giro…
      Grazie del tuo commento!

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