Arto Paasilinna, “Sangue caldo, nervi d’acciaio” (Iperborea)

cop_sanguecaldo-nervidacciaioPremessa a cui tengo molto – forse già fatta in passato, nel caso la ribadisco: la considerazione personale di Arto Paasilinna è tale che ogni volta che mi reco a Helsinki vado in “pellegrinaggio” presso la WSOY, la sua storica casa editrice, e a volte acquisto uno dei suoi libri in lingua originale. Lingua che ovviamente non capisco affatto (se non per tre parole in croce), ma li compro per il puro e semplice gusto di possederli, come se così potessi in qualche modo possedere un po’ dello spirito di fondo o della materia prima culturale delle opere del più celebre scrittore finnico contemporaneo, vero e proprio simbolo di un mondo letterario e di uno stile narrativo, quello nordico/scandinavo, che trovo tra i migliori in assoluto oggi leggibili sul pianeta.
Detto questo, nella cospicua e peculiare produzione letteraria di Paasilinna, Sangue caldo, nervi d’acciaio (Iperborea, 2012, traduzione di Francesco Felici, postfazione di Goffredo Fofi; orig. Kylmät hermot, kuuma veri, 2006) rappresenta un’opera assolutamente particolare. Quando altrove a reggere le avventure sempre un po’ bizzarre degli strampalati personaggi paasilinianni, perfetti rappresentanti di un popolo e di una cultura speciale come quella finlandese ma pure sovente simbolo di certe caratteristiche del comune vivere contemporaneo, c’era una massiccia dose di puro e sublime humor nordico – raffinato, distaccato e mai sopra le righe eppure sempre divertentissimo e assai tagliente – qui la vicenda narrata è soprattutto storica, e il pur presente humor diventa semmai uno strumento di alleggerimento narrativo al fine di costruire un testo che sia impegnativo ma al contempo non professorale, e dunque comunque coinvolgente, non noioso.
Mi spiego meglio, ovvero riassumo in breve la storia narrata: Sangue caldo, nervi d’acciaio racconta in buona sostanza vita e opere di Antti Kokkoluoto, uomo destinato fin da subito ad un’esistenza gloriosa e importante per sé stesso e per la propria nazione, nato nel gennaio del 1918 dunque all’inizio di quello che sarà il periodo più drammatico e travagliato della storia della Finlandia. Tra eccentriche vicissitudini familiari, il sostegno di una levatrice/sciamana che gli predirà il futuro infallibilmente (o quasi), gavette professionali molto formative e a volte poco legali e una Studebaker – auto statunitense del primo Novecento – praticamente indistruttibile, Antti Kokkoluoto attraversa il “secolo lungo” finlandese e la storia veramente travagliata e per certi versi incredibile di un paese che oggi è sovente ai primi posti delle classifiche sulla qualità della vita, ma che ha dovuto conquistare tali posizioni in modo tribolato e parecchio tragico. Paasilinna costruisce in pratica la vicenda personale del protagonista del romanzo in modo da poterla calare nella storia nazionale finlandese dello scorso secolo, vero soggetto della sua narrazione. Antti subisce lo scontro tra fascisti e comunisti susseguente alla Prima Guerra Mondiale, la guerra civile che ne segue in cui combatte con valore per poi diventare addirittura un eroe di guerra nella Seconda contro i russi, e tutto il clima costantemente teso e oscuro che staziona sul paese nordico, determinato soprattutto dal durevole timore di un’invasione dello scomodo vicino sovietico e dalla necessità di essere sempre inevitabilmente pronti a una tale evenienza – e, intendo dire, pronto tutto il popolo finlandese, uomini, donne vecchi e bambini.
Proprio la narrazione di una storia nazionale così complessa e per molti versi significativa risulta la peculiarità più affascinante del romanzo: Paasilinna non ha mai inserito in modo così cospicuo la realtà storica del proprio paese in una sua opera, ma il fatto che sia egli stesso a narrarcela senza togliere quasi nulla al peculiare stile di scrittura da sempre utilizzato – al di là che poi qui, lo ribadisco, il clima generale risulti inevitabilmente meno allegro e scanzonato del solito – ce la rende in qualche modo ancora più interessante e significativa. Come avrete intuito, conosco abbastanza bene la Finlandia e ho potuto più volte apprezzare l’alta qualità civica che la società finnica presenta; non posso dire di conoscere a fondo il carattere distintivo del suo popolo, ma sicuramente ho potuto rimanervi a contatto abbastanza da coglierne le caratteristiche principali: per tutto questo, personalmente trovo le vicende storiche del Novecento finlandese particolarmente sorprendenti e significative, e si resta quasi sgomenti nel constatare che un popolo che appare così antropologicamente e culturalmente coeso solo pochi decenni fa si sia sparato addosso e si presentasse spaccato in modo a dir poco illogico. D’altro canto è ad esempio interessante conoscere il “senso” finnico dell’essere di destra o di sinistra, ovvero fascisti e comunisti, parecchio diverso dal nostro anche se in certe cose assimilabile (almeno a livello di basi ideologiche e culturali): in verità il tipico “fascista” e il tipico “comunista” finnici novecenteschi erano molto più vicini e reciprocamente simili che altrove, entrambi patriottici e piuttosto nazionalisti, entrambi consci dei valori civici fondamentali del proprio popolo seppur poi declinandoli in modi diversi, entrambi provenienti da un’origine comune, separati poi più per ideologie esterne penetrate nell’opinione pubblica locale che per reali assimilazioni intellettuali a certe dottrine ideologiche altrove radicate. In tutto ciò Antti Kokkoluoto – come altri personaggi di Sangue caldo, nervi d’acciaio, anche di matrici opposte – rappresenta perfettamente il finlandese novecentesco d’azione, per così dire: uomo di sinistra ma prontissimo a difendere la propria patria dalla minaccia d’invasione sovietica, attivo nel cercare di suturare prima e guarire poi ferite sociali e civiche altrimenti infette, altrettanto pronto nello spendersi per il progresso e il futuro del proprio paese in modo disinteressato e costruttivo, anche al di là dei propri convincimenti politici ma restandovi nell’intimo sempre fedele. Esponente tipico di un popolo che preferisce i fatti alle parole, che ha saputo e sa restare unito attorno alla propria cultura senza trasformarla in “valori” da imporre ed eleggere a icone – cosa, questa, che inevitabilmente finisce per creare tensione politica e sociale – ed orgoglioso di appartenere alla propria nazione senza per ciò atteggiarsi da becero patriottardo.
Insomma, un libro, questo Sangue caldo, nervi d’acciaio in qualche modo anomalo, lo ribadisco, nella produzione letteraria di Arto Paasilinna, e pur tuttavia forse più importante di altri per capire perché Paasilinna scriva ciò che scrive e per come lo fa, nonché per analizzare la realtà storica recente di un paese dal quale – ne sono più che convinto – noi qui avremmo moltissimo da imparare.

P.S.: ovviamente qui nel blog tra le Recensioni trovate tutte quelle che ho dedicato ai libri di Arto Paasilinna.

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