La (inderogabile) battaglia “politica” per la lettura, secondo Nicola Lagioia

Qualche giorno fa è uscito su La Repubblica un articolo di Nicola Lagioia dal programmatico titolo La battaglia (politica) per la lettura e le prossime elezioni, col quale lo scrittore barese, attuale Direttore del Salone del Libro di Torino, mette qualche interessante punto fermo in tema di sostegno alla fondamentale pratica socioculturale della lettura da parte delle istituzioni politiche – sempre deprecabilmente distratte verso la cultura in genere – ma pure riguardo il correlato e necessario (dacché al momento pressoché assente) dinamismo da parte delle case editrici, sovente più impegnate a difendere i propri (assai magri, oggi) orticelli piuttosto di fare finalmente fronte comune a difesa della causa dei libri e della lettura, appunto, nonché del relativo comparto economico – ne disquisii qui già tempo fa, di questa cosa.

Vi ripropongo di seguito qualche passo dell’articolo, invitandovi a leggerlo in versione completa qui, dal blog Minima&Moralia (mentre qui trovate tutti gli altri articoli pubblicati nel blog da Lagioia). E’ una riflessione interessante, appunto, anche al di là dell’eventuale accordo o meno con quanto Lagioia sostenga, che sollecita ulteriori proprie ponderazioni sui temi toccati e, più in generale, sulla necessità ineluttabile di costringere la politica, di qualsiasi segno essa sia, a occuparsi veramente e costruttivamente di cultura. Anche perché, inutile ribadirlo di nuovo, non esiste alcuna autentica società priva di cultura. Oppure, non può esistere alcuna autentica politica che non voglia o non sappia curarsi di cultura.

La battaglia (politica) per la lettura e le prossime elezioni

Giuseppe Di Vittorio da adolescente era ancora un semianalfabeta. Quando capì che far valere i suoi diritti in quelle condizioni era impossibile, si procurò un vocabolario. Sono passati anni, ma nell’Italia del XXI secolo l’analfabetismo funzionale che Tullio De Mauro ha combattuto per una vita affligge larghi strati della popolazione, e l’ultimo rapporto Istat racconta un paese di pochi lettori forti contrapposti a una marea di non-lettori in aumento. Nei paesi più evoluti si legge di più. Ma al tempo stesso proprio i paesi in cui si legge molto – e quelli in cui si investe in cultura e istruzione – sono destinati a progredire più degli altri. Tra meno di due mesi si va a votare. Poiché nessuno degli schieramenti politici ha ancora indicato le proprie idee (sempre che ce ne siano) per favorire quella che potremmo chiamare “la battaglia per la lettura” (sempre che chi aspira a governare la ritenga importante), proviamo a dare qualche suggerimento. Anche da questi aspetti sarà possibile capire chi guarda al 4 marzo pensando solo alle prossime elezioni, e chi anche alle prossime generazioni.

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Cominciamo dalle scuole. Le biblioteche scolastiche sarebbero i luoghi perfetti per la promozione della lettura, se solo fossero sufficientemente attrezzate, se fossero attive (in molte scuole ci sono biblioteche dove in un anno non entra un libro), e soprattutto se ci fosse un bibliotecario, cioè una persona il cui compito è promuovere la lettura tra gli studenti, con strategie che variano a seconda del contesto in cui si trova. Attualmente nelle scuole le biblioteche sono affidate al buon cuore dei docenti che se ne occupano tra mille altre cose. La figura del bibliotecario scolastico – presente in quasi tutti i paesi europei – in Italia esiste solo nella provincia autonoma di Bolzano, non a caso una delle zone in cui in Italia si legge di più. Anche prevedere più tempo per la lettura ad alta voce potrebbe essere un’idea. È importante leggere un testo critico sui Fratelli Karamazov, ma se questo impedisce agli studenti anche solo di iniziare a leggere il capolavoro di Dostoevskij, c’è un problema.

Nei luoghi dove ci sono più librerie e più biblioteche pubbliche si legge di più. Non è solo la domanda che genera l’offerta: spesso accade il contrario. In paesi come la Francia o la Germania ci sono misure a sostegno delle librerie meritevoli (la manovra di dicembre introduce il credito d’imposta, ma è solo un inizio, bisogna fare decisamente di più) che ne fanno dei modelli esemplari. Per ciò che riguarda le biblioteche: esclusi i casi virtuosi (uno su tutti: la Sala Borsa di Bologna) le biblioteche oggi occupano uno spazio marginale nelle pratiche culturali degli italiani – prive di mezzi, drasticamente sotto organico, specie al sud, sono il settore per la promozione della lettura dove il margine di miglioramento è maggiore.

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Il paesaggio è cultura (R.I.P. Galasso)

La divisione tra l’ambito dei beni culturali e quello di beni ambientali è, indubbiamente, artificiosa come e più di quella tra paesaggio e urbanistica. Mi sono sempre chiesto, di fronte a quel ‘miracolo’ (come lo definiva D‘Annunzio) del Duomo di Orvieto, assiso come si sa su una rupe di più che dubbia stabilità, che ha destato e deve sempre destare grandi preoccupazioni, come si faccia a distinguere l’ambientale dal culturale, il monumento dal paesaggio, il paesaggio dal terreno. E questo non è affatto da ritenere un caso-limite. Nella famosa, anzi famigerata Valle agrigentina dei Templi la situazione è almeno per alcuni versi la stessa.

(Giuseppe Galasso, La tutela del paesaggio in Italia, Editoriale Scientifica, 2007.)

Un piccolo omaggio allo storico napoletano, scomparso ieri, che nella citazione lì sopra, rimarcando l’illogicità della divisione tra beni culturali e beni ambientali, sancisce un concetto che personalmente trovo fondamentale non solo per qualsiasi attività di studio, esplorazione e gestione del territorio, ma in senso generale per la stessa concezione culturale (anzi, sarebbe più corretto dire socioculturale) del paesaggio. Ovvero, appunto: il paesaggio è cultura. Non considerarlo tale, cioè non considerare il territorio e l’ambiente degli elementi culturali, priva la nostra concezione del paesaggio dell’essenziale valore antropologico, dunque pure della sostanza di elemento identitario culturale che ci definisce nei confronti del territorio stesso in cui viviamo e col quale interagiamo. Da ciò ne deriva che ogni sfregio al paesaggio non è soltanto un’azione contro l’ambiente ma, per certi versi ancor più, un atto di barbarie antisociale. Un principio che – come ben ricordato dal sito Mountcity, dal quale ho tratto anche la citazione – Galasso mise alla base della Legge n.431 del 1985 a tutela dei beni paesaggistici e ambientali, da allora conosciuta come “Legge Galasso” e considerata tra le migliori del panorama normativo nazionale.

Viaggiare è una fatica (Carlo Mauri dixit)

“Viaggiare è una cultura, una fatica, un mestiere e non un’evasione, una vacanza, ma una invasione di un’altra conoscenza […] Sta in me, ora, spostarmi, mutare terreno e andare a cibarmi altrove.”

Carlo Mauri

Ha ragione, il grande alpinista ed esploratore lecchese. Viaggiare diventa un piacere solo dopo che si è affrontata la sua “fatica” – la fatica del dover necessariamente conoscere, intesa come la responsabilità di entrare veramente a fondo (Mauri usa “invasione” da in-vàdere, “andare dentro”) in un luogo, nella sua essenza, nella sua cultura e nella conoscenza che da ciò scaturisce, anche per poter dire di stare viaggiando sul serio. Duri poi un giorno, una settimana o anni interi, il compimento del viaggiare deve avere la stessa valenza del fare un mestiere grazie al quale si vive: e poche altre cose come la conoscenza – nel senso più pieno del termine – derivante dal viaggio possono rendere una vita veramente viva.

Ma quali politici e musei d’Egitto!

Bene, benissimo! Finalmente la politica si occupa di cultura, e lo fa da par suo, con la mirabile “cognizione di causa” che essa sola possiede sul tema, in ItaGlia!

Ora, però, per coerenza ci si aspetti, ad esempio, che il Castello di Sammezzano venga traslocato fuori dai confini nazionali in quanto edificato in stile moresco ovvero architettonico islamico ergo contrario alla nostra “gloriosa” tradizione italico-cristiana, o che la stessa sorte tocchi alla Basilica di San Marco di Venezia, che assomiglia vergognosamente troppo alla Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli – l’ignobile capitale dell’impero islamico ottomano! – oppure che la torre del paese fantasma di Consonno venga abbattuta in quanto terroristicamente denominata il minareto. Inoltre, che si faccia subito chiudere il Palazzo del Quirinale, che ebbe la sfrontatezza di ospitare, nel 2015, una mostra sull’arte della Civiltà Islamica.

(Christian Greco, foto di Nicola Dell’Aquila tratta da http://www.artribune.com)

Eppoi, ben fa la politica a mettere in luce una tale assurdità: come si può nominare a capo di un museo italiano un direttore specializzatosi in una disciplina come l’egittologia, innegabilmente araba?! Solo perché il museo in questione si chiama “Egizio”? Non è forse l’Egitto un paese di cultura arabo-islamica?

Anzi, diciamocela tutta: cos’è tutta questa cultura tra i piedi del paese? Tutti questi musei, le istituzioni culturali, le mostre, i teatri, e pure i libri e la lettura, la musica colta, il cinema di pregio… per non dire di quei degenerati degli artisti! Tutti elementi nocivi, pericolosi, sovversivi, da eliminare quanto prima! Di sicuro la politica ne è ben conscia, dimostra di esserlo quotidianamente, e altrettanto sicuramente agirà in tal senso con fiera risolutezza italica!

(A tal punto si raccomanda di cantare l’Inno di Mameli, facendo consueta attenzione a storpiarne il testo e, naturalmente, a omettere del tutto le strofe successive alla prima.)

P.S.: per chi non capisse il senso idiomatico del titolo, legga qui.

Woody Allen, “Rivincite / Senza Piume / Effetti Collaterali”

P.S.I. (Pre-Scriptum Inevitabile): ho cominciato a leggere questi libri prima che anche Woody Allen venisse coinvolto nella bufera dello scandalo molestie sessuali che sta scuotendo Hollywood e non solo. Vorrei mettere in chiaro che tutto quanto leggerete a proposito dei libri di cui dirò vuole e deve essere totalmente svincolato da qualsivoglia giudizio relativo alle vicende citate. La giustizia faccia il suo corso e lo faccia nel modo più equo e giusto, qualsiasi esso sia; il resto è altra cosa e non può/non deve esserne parte.

Ridere è una delle cose più intelligenti che si possano fare. Sono profondamente convinto di questa (mia) verità, così come sono certo che, in base allo stesso principio, la risata più autentica debba essere sempre e comunque basata su guizzi d’intelligenza, anche quand’essa abbia parvenze molto più leggere. Quando si riesce a ottenere ciò, veramente la forza della risata non conosce limiti, e quel noto motto bakuniniano (o presunto tale) “Una risata vi seppellirà” può diventare strumento rivoluzionario totale ovvero ben più ampio e concreto, nei suoi effetti, di quanto si potrebbe immaginare.

Woody Allen ha dimostrato in modo del tutto chiaro questa cosa. Con il suo umorismo totale, appunto, è riuscito non soltanto a far ridere tre generazioni, non solo a ironizzare su qualsiasi cosa – da Dio al sesso – in modo sempre acuminato e inesorabile, ma ha pure saputo generare un originale e illuminante storytelling dell’ultimo mezzo secolo di storia occidentale, americana e non solo. Forse la stagione d’oro del suo umorismo è proprio quella messa nero su bianco e inclusa nel cofanetto Woody Allen. Rivincite / Senza piume / Effetti collaterali (Bompiani, 2008, prefazione e cura di Daniele Luttazzi), tre volumi che raccolgono buona parte dei suoi testi degli esordi, quelli grazie ai quali prese a calcare i palcoscenici dei teatri newyorchesi a metà anni ’60 e poi a scrivere per le migliori riviste culturali dell’epoca, nonché alcuni di quelli che poi confluirono nelle sceneggiature dei suoi primi leggendari film []

(Leggete la recensione completa di Rivincite / Senza Piume / Effetti Collaterali cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)