La resa (coatta)?

Tranquilli, a breve cambierà tutto. Una nuova classe politica e dirigente salirà al potere, fatta di esponenti che parlano quotidianamente di salvaguardia e promozione autentica della cultura, che si vantano di quanti libri di pregio leggano ogni mese e che finalmente promettono di mettere davanti a tutto quanto il paese ha più di tutti gli altri, ovvero il proprio patrimonio artistico e culturale, consci che quel paese che abbia a cuore la cultura è un paese che si garantirà un buon futuro… – insomma, vedrete: le cose verranno sistemate.
Sì, “sistemate”.

Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo.

(Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953.)

P.S.: grazie a Mara della Libreria Maramay per la segnalazione.

La bellezza, e la salvezza

C’è così tanta bellezza assoluta nel mondo, nei suoi vari ambienti, nelle sue forme naturali – nei monti, tra le colline, nei mari, nei deserti roventi e nelle distese ghiacciate, nella volta del cielo stellato – e nel paesaggio che noi vi concepiamo ma che, io temo, troppo spesso non comprendiamo veramente e giudichiamo soltanto per meri “valori” superficiali – bello, non bello, piacevole o meno, caldo, freddo eccetera – che sarebbero ammissibili solo se poi si sapesse andare oltre – e non si fa quasi mai, appunto – insomma, c’è così tanta bellezza al mondo, dicevo, che se avessimo la facoltà e la volontà di comprenderla e di scaturirne una paritetica bellezza emotiva, culturale, intellettuale, antropologica, umana, da introiettarci nel profondo dell’animo e dello spirito rendendola la nostra (cioè di tutti) “psico-biosfera” fondamentale e imprescindibile, be’, credo che buona parte dei mali del mondo svanirebbero di colpo.

Già, subitamente.

Invece no, non ne siamo capaci. Non lo siamo ancora pur dopo millenni di evoluzione anche intellettuale ergo culturale. Continuiamo a restare indifferenti a questa bellezza così infinita, continuiamo a sottovalutarla, a osservarla come fosse qualsiasi altra “cosa” ordinaria, a ignorarla quando, non di rado, a disprezzarla e oltraggiarla. Come fossimo in un meraviglioso museo colmo di preziose, inestimabili opere d’arte e utilizzassimo i suoi spazi per giocare a pallone, con la palla che immancabilmente colpirà e rovinerà di continuo quei capolavori. Alla fine, o di fronte ai danni ormai irreparabili ci renderemo finalmente conto della nostra colossale stupidità ma, appunto, sarà ormai troppo tardi, oppure, per la nota Teoria delle finestre rotte, tutte quelle macerie ci spingeranno irrefrenabilmente a produrne sempre di più, riducendo in macerie anche la nostra essenza umana e condannandoci alla sorte più nefasta.

Ma non voglio affatto essere così catastrofista. Anche perché, affinché con la bellezza del mondo ci succeda quanto ho scritto poco sopra, ci vuole veramente pochissimo. La bellezza potrà veramente salvare il mondo, ma solo se il mondo saprà salvare – e finalmente comprendere – la (sua) bellezza. Un’azione per la cui messa in atto, ribadisco, non occorre quasi nulla: solo un po’ di occhi aperti e intelletto attivo, tutto qui.

Il popolo – siamo noi (Ennio Flaiano dixit)

I nomi collettivi servono a far confusione. «Popolo, pubblico…». Un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece, credevi che fossero gli altri.

(Ennio Flaiano, La saggezza di Pickwick in Diario Notturno, Adelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.101.)

Infatti, sono sempre gli altri a sbagliare. Quando poi ti accorgi che eri tu, il primo a farlo – e gli altri lo sapevano esattamente come lo sapevi tu di loro. Tutti sapevano – tutti sanno tutto degli altri, nella massa confusa, dunque nessuno sa veramente nulla di niente e di nessuno.

Ecco perché è sempre meglio cercare di starsene fuori, da quei “nomi collettivi”. La confusione è sempre nemica della conoscenza e alleata del potere massificante. Sempre.

Scusi, mi dà “Sua Figlia”?

Anni fa – taaanti anni fa, quando ero più giovane e ingenuo, meno disincantato, forse meno folle ma ironico e visionario in modo magari diverso da oggi eppur con simile entità, avevo ideato una fanzine umoristica (voi che non sapete cosa sia una “fanzine” rallegratevi, dacché siete assai giovani!) che si chiamava SUA FIGLIA. Ne avevo persino fatto una sorta di “numero 0”, e ogni uscita avrebbe avuto un tema centrale così che di questo la fanzine sarebbe concretamente stata – in senso espressivo, comunicativo e, ribadisco, umoristico – sua figlia. Ovviamente, m’immaginavo che potesse essere venduta in tutte le edicole come ogni altra pubblicazione, cosicché chi la voleva acquistare sarebbe dovuto andare dall’edicolante a chiedergli, né più né meno: «Scusi, mi dà Sua Figlia?»
Sarebbe stata una pubblicazione tremendamente sarcastica ancora prima di essere acquistata dai suoi lettori, in pratica. Anche nel caso in cui l’edicolante non avesse avuto prole femminea: la morale ordinaria che è attiva in tutti noi, più o meno “controllata” (e controllante), avrebbe comunque ricevuto un sonoro scossone.

Peccato che poi non l’abbia realizzato, quel progetto editoriale. O per fortuna, forse.

(L’immagine che vedete lì sopra è puramente indicativa, eh!)