Passi (ne “La Città della Simulazione”…)

Passi (cliccate sull’immagine per vederla in un formato più leggibile) è uno dei componimenti di The City of Simulation | La Città della Simulazione: 14 poesie audio-visuali su CDr, un progetto di Luca Rota e Tiziano Milani prodotto da Setola di Maiale e pubblicato nel 2010 – ma assolutamente attuale nelle sue tematiche e nelle visioni offerte, siano esse in forma sonora o letteraria.

14 poemi audio-visual, intorno e dentro il concetto di città. 14 Mp3 e 14 Jpeg, che vanno a formare un tutt’uno, suono/testo. Oltre tre ore di musica, ed infinite letture/riletture che s’interrogano sulla valenza della forma città odierna. (…) Opera coraggiosissima, di elevata qualità, e inusuale concezione. Potrebbe esser additata da esempio nel futuro.
(Marco Carcasi, Kathodic, 07/12/2010)

Potete leggere QUI tutte le informazioni in merito, oppure visitare il sito del progetto e, se lo ritenete meritevole, acquistare il CD direttamente dal sito di Setola di Maiale, una delle migliori etichette indipendenti italiane, in campo artistico/musicale e non solo.

Annunci

Lasciate ogni speranza, o voi che… votate!

La differenza tra Democrazia e Dittatura è che in Democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una Dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo andando a votare. (Charles Bukowski)

Sebbene le elezioni politiche in Italia siano vicine ma non così imminenti, ancora, già circolano parecchi appelli all’andare alle urne, a fronte del potenziale astensionismo che tanti dichiarano constatando la inopinata bassezza e indegnità della classe politica attuale, da qualsiasi parte la si guardi.
Li capisco, tali appelli, e sotto certi aspetti li apprezzo pure. Ma non posso accettare una delle principali motivazioni sulle quali si basa tale appello, che più o meno recita ciò: visto che in Italia non serve la maggioranza assoluta per eleggere un governo, e visto che tutti gli scagnozzi degli attuali politicanti andranno di corsa alle urne, al fine di mantenere tutti i loro biechi privilegi oltre al solito sistema “all’italiana” – raccomandazioni, bustarelle, inciuci, magnamagna e via di questo passo – non andare a votare significa lasciare a quelli via libera più di prima, cioè mantenere tale status quo con una sorta di silenzio-assenso. Di principio ciò è vero, lo ribadisco, e soprattutto è vero se al non voto corrisponde il menefreghismo civico, cosa che purtroppo gli italiani dimostrano spesso di saper praticare bene.
Tuttavia vi chiedo di rispondere alla seguente, semplice domanda: se entrate in un negozio di scarpe nel quale ve ne trovate 100 paia, uno più brutto dell’altro, vi sentire comunque costretti a comprarne uno solo perché ci state dentro?
Io, a tale domanda, rispondo: no, e vado a cercare un negozio che abbia scarpe più belle. Ovvero: non voto e impegno civico. Ovvero ancora: rifiuto di tale sistema di potere in essere, e di chi lo persevera per propri meri interessi, e ricerca di un sistema nuovo, nel quale la consapevolezza civica comune possa finalmente essere degnamente rappresentata. Ecco.
Il non voto non deve essere gesto sterile, ma segno di rifiuto netto del sistema politico vigente: in sé, quando supportato da un buon e consapevole senso civico, nella situazione in cui versa l’Italia può essere il gesto più politico che vi sia. E se è “ufficialmente” vero che anche senza maggioranza assoluta un governo è legittimato a governare, è eticamente insostenibile che tale governo possa decidere per tutti quando sia ratificato da solo – ad esempio – un terzo dell’elettorato. E il resto non che abbia votato la parte avversa, in tal modo comunque legittimando il sistema di potere nel quale tutte le parti sono coinvolte e del quale sono “figlie”, ma ben più fortemente non lo abbia voluto legittimare. Insomma: è la rivendicazione del proprio diritto di non essere costretti a girare con scarpe orribili – per tornare all’esempio della domanda di prima – quando vi è altrove un negozio con scarpe più belle. Ripeto: mi pare la cosa più consapevolmente politica che una cittadinanza avanzata e civicamente attiva possa fare. Il cittadino deve essere libero (già, libertà… Bukowski aveva proprio ragione!) e sottolineo libero, di rifiutarsi di legittimare ciò che palesemente lo porta – e porta il paese intero – verso un buio declino politico, culturale, morale ed etico. E deve (in senso di dovere, qui) impegnarsi a cambiare una così grave situazione: perché la vera democrazia è questa, mentre quella che i miserrimi, biechi politicanti che comandano ora è proprio quella così efficacemente tratteggiata da Charles Bukowski, o altrettanto ben rappresentata da quel genio ironico di Woody Allen:

I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale.

Ma su certe questioni mi viene da citare pure un altro grande personaggio – in senso intellettuale, oltre che letterario: ovvero Giosuè Carducci, dal Melzi definito “Il pagano e titanico poeta della Terza Italia”. Leggete questa sua lettera di rifiuto netto e stizzito riguardo una sua possibile candidatura come deputato in parlamento, che traggo dal bel blog di Combray:

Lucca (campagna), 24 agosto 1882.
Caro Signore, ricevo oggi qui la pregiata sua del 22 corrente. Ringrazio; ma, risolutamente fermo a non volere essere deputato, prego sia messo da parte ogni pensiero di candidatura mia. Né con ciò faccio torto a quei benevoli cittadini i quali si compiacquero di ricordare che io nacqui, poco bene e poco male, fra loro.
È vero: io mi lascia portare (come dicono) altre volte e quando ero certo di non arrivare: arrivato per disgrazia una volta, aspettai tanto ad entrare che mi fosse chiusa la porta in faccia. È proprio che io non voglio essere deputato.
Fare il deputato a Roma e l’insegnante a Bologna, onestamente non posso. Potrei essere tramutato di cattedra a Roma. Fu fatto per altri. E fu chi ne parlò anche con me. Ma se io soltanto permettessi che la collazione degli offici pubblici servisse a’ comodi miei per fini e maneggi di parte, mi reputerei quel che i nostri vecchi avrebbero detto un simoniaco e un barattiere e io dico un ribaldo e una canaglia. E poi io non mi sento d’accordo con nessuna delle sètte nelle quali si distingue e si confonde la Camera d’oggi e si distinguerà o confonderà probabilmente la Camera di domani. E fare il singolare e l’originale non voglio, né voglio sommettere l’ombrosa selvatichezza del mio pensiero o fors’anche i miei capricci e le mie passioni ai dispotismi, ai capricci, alle passioni altrui personali. Saprei, nella suprema necessità della patria e in certi casi, metter via questi scrupoli. Per ora sto meglio fuori che dentro del Parlamento; e credo che fuori, elettore e sovrano, sovrano senza costituzione, di tutto il mio, compirò meglio i doveri di cittadino e d’italiano.
Giosuè Carducci.

Ecco. Qui sopra, con la arguta chiarezza di un grande letterato, ciò che ho voluto similmente e certo più dozzinalmente esporre in questo post.
Se poi riterrete di trovare per gran miracolo, in mezzo alla marmaglia politicante attuale, qualcuno effettivamente degno di meritare il vostro voto, beh, siate fieri e onorati di votare. Altrimenti, tenete bene a mente quanto sopra riportato, e cercatevi un altro negozio di scarpe!

Elegia Inutile (la razionalità fa’ schivare i colpi di fulmine…)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

Francesco De Girolamo, “Colpo di fulmine a ciel sereno”, 1999.
Quando la vide, da lontano entrando dalla porta, laggiù dietro il bancone, fu come entrare nella sala d’un museo che custodisce la più grande opera d’arte del mondo – e la si vede laggiù, in fondo, lontana ancora e ancora vaga, indeterminata, sì che l’impressione derivante sia quasi di indifferenza… Poi prese ad avvicinarsi, lei sistemava qualcosa dal bancone nei ripiani sottostanti, la figura che si piegava e si distendeva, movimenti limitati e fluidi, non lo guardava ancora, la capigliatura d’un tono così particolare – i colori che si fanno più nitidi e luminosi ad ogni passo, le forme, i tratti, e una certa sensazione d’armonia sembra cominciare a venire da quell’arte, dolce, sublime, ad aprire la mente e il cuore verso quel dono di bellezza imminente. Levò gli occhi, quasi nascosti sotto la frangetta cadente dalla chioma ne rossa e ne arancione, così particolare appunto, si distese, sorrise luminosamente, uscì dal banco – azzurrissimi, quegli occhi – si fece incontro d’un passo o due, sembrò portarsi appresso tutto il mondo che aveva intorno ponendosi in centro ad esso come elemento armonizzante – un’armonia che egli recepì come un qualcosa di enigmatico, ovvero di enigmaticamente dolce, sublime. Le fu davanti, chiese, lei rispose, si dissero ciò che l’occasione imponeva, vicini – lui a lei, lei a lui – ora come unico elemento del mondo, compendiatosi nella visuale fissata sulla sua figura e su quanto di essa, e tutto il resto evanescente intorno, come se un’unica luce illuminasse lei e solo lei, e ne svelasse finalmente il segreto meraviglioso – l’opera d’arte assoluta come unico elemento in quella sala, in modo che ogni cosa tendesse ad essa e dunque si annullasse in essa, in quel luogo e in quel momento unica cosa esistente e importante, e niente altro a poter confrontarsi: tutto il mondo lì, in sostanza, e nulla più.

Aveva le gambe fasciate in jeans attillati, lunghi fino in terra, dal cui orlo sfilacciato sbucava la punta di scarpe dal tacco verosimilmente vertiginoso, che le stagliavano la figura in un paradiso estetico per il quale ogni settimo cielo non era che un basso, lontano e gretto secondo regno – e il sedere piccolo e sodo che reggeva un busto esemplare, quale metro di paragone anatomico d’una nuova razza esteticamente superiore, nel quale la vita minuta pareva esaltare oltre ogni pensabile limite di voluttà la forma del seno rendendolo persino esuberante, con quella maglietta leggera che riprendeva il colore della capigliatura, stretta, aderente, aperta senza indecenza alcuna sul decolleté ma ancor più sulla schiena, a scoprire una pelle di velluto roseo mossa appena dalle scapole, fin dove il contegno e la galanteria speravano fortemente vi fosse l’elastico del reggiseno, appena sotto il punto dal quale la stoffa della maglietta riprendeva a coprire quell’epidermide, e a mantenere vive e attive quelle virtù di cavalleria altrimenti in pericolo di svanire e mutare in pura concupiscenza… Ma il suo viso, peraltro, così dolce, tranquillo, delicato nei tratti, così illuminato da quel sorriso rifulgente e sereno incorniciato da labbra sensuali perché lussuriosamente pudiche, da quegli occhi ad ogni istante più azzurri, profondi ed espressivi, faceva di ogni possibile concupiscenza un desiderio di sublimità, plasmato dalle sue mani, dalle affusolate dita, dalle unghie curate e colorate d’avorio, dalle movenze sinuose, delicate, euritmiche alla sensualità più elevata, come leggiadri movimenti d’una danza ammaliante che il suo corpo eseguiva con la naturalezza d’un angelo che avesse rubato l’arte dell’incanto al diavolo più tentatore elevandola, al sommo apice di fascino e seduzione. Un’opera d’arte totale, definitiva, insuperabile, assoluta, per quel luogo, per quel momento, per quel contesto: la bellezza nella sua forma più pura e inauditamente perfetta.

Ed improvvisamente egli sentì il bisogno indispensabile di essere illuminato dalla sua luce, come se d’un tratto il suo corpo fosse mutato in penombra bisognosa di quel bagliore per non lasciare che la tenebra vincesse sulla luminosità vitale; e sentì che la luce da lei emanata era purissima energia, ne sentì la vibrazione provenire dalla sua meravigliosa figura come se ne sfolgorassero scintille infinite che lo avvolgessero e lo penetrassero nel loro fascio voluttuoso inebriandone i sensi, e scuotendone il corpo come se colpito da una scarica di immensa potenza sessuale…

Il colpo del fulmine d’amore? E cos’è, il cosiddetto e così bramato da tanti colpo di fulmine, se non un singolo istante di totale irrazionalità che storce improvvisamente l’intera vita fino ad avvilupparla attorno ad esso, ovvero causando l’opposto di ciò che dovrebbe essere? Ed esiste veramente, in fondo, o è soltanto l’abbacinamento d’un solo, unico attimo dell’intelletto che perde la propria ordinaria razionalità il tempo sufficiente a credere in ciò che mai avrebbe creduto senza quel lapsus? Un varco rabbrividente si spalanca all’improvviso, come se dal proprio punto vitale, da un istante all’altro, comparisse attorno a sé l’Universo intero in una forma che non potrebbe che apparire incredibile, impossibile, e parimenti ammaliante, irretente; e ogni varco invita al transito immediato, o all’arretramento altrettanto immediato, dacché aperto nell’istante presente e forse già svanito in quello appena successivo: è nel punto di giunzione e separazione tra quella irrazionalità che gode dell’abbacinamento e la razionalità che lo rifugge per mantenere la migliore visuale in fronte a sé, che si decide il transito o l’arretramento, e in cui si genera la voluttà o il dolore, la delizia o il rimpianto, la follia o il senno, un nuovo orizzonte vitale o un velo scuro che ne limiterà una parte e inviterà a voltarsi altrove…

La salutò, privo d’ogni altra parola e altro pensiero; lei gli rispose, illuminò nuovamente il suo viso con quello splendido sorriso, coi suoi denti bianchi e perfetti, coi suoi occhi iridescenti, piegando leggermente in avanti il corpo e incrociando le mani davanti all’inguine, così stringendo inconsapevolmente con le braccia convergenti il seno, che gli parve per un attimo aumentarsi in modo inconcepibile, tremando per un attimo la frangetta di quel colore indefinibilmente unico davanti agli occhi e poi, come in un ultimo fremito di voluttà, tutta la sublime figura, come per avviare l’ultimo, definitivo incantesimo. E gli sguardi, fissi l’uno all’altro, si scambiarono un’estrema, languida lusinga.
Uscì quasi affrettando il passo, dicendosi che era meglio così, e rispondendosi subito di quanto fosse stupido a pensarlo, e di come la razionalità, a volte, sia la cosa più irrazionale possibile…

Quando alle “Parole” dovrebbero seguire i fatti – in una Fiera letteraria, e altrove…

Sono reduce – come intuirà chi segue il blog – da La Fiera delle Parole di Padova, e in particolare dalla parte dell’evento dedicata alla piccola e media editoria, nell’ambito della quale esponeva anche Senso Inverso Edizioni, il mio attuale editore. Tale parte è stata ospitata in una location notevole, il Centro Culturale Altinate San Gaetano: veramente un fiore all’occhiello della città e un vanto del suo panorama culturale, peraltro a pochi passi dal centro storico – ovvero dalle vie del più classico passeggio cittadino – e comunque facilmente raggiungibile dai grandi parcheggi ai margini di esso. Un gran bel posto, insomma, per farci una fiera dell’editoria e qualsiasi altra cosa simile.
Posto ciò, lo spazio dedicato ai piccoli e medi editori era ospitato all’interno de La Fiera delle Parole, appunto, rassegna multiforme che ha portato nella città veneta numerosi grandi nomi del panorama letterario nazionale, in diverse location – librerie, auditorium, sale di rappresentanza varie – sparse per il centro. Una manifestazione molto bella, che tuttavia non è riuscita ad evitare l’errore (grave, sotto molti aspetti) di relegare la piccola e media editoria ad evento collaterale – mooolto collaterale! – e sostanzialmente al di fuori del flusso di pubblico attirato qui e là dai vari appuntamento con i grossi nomi. Confinata in un posto bellissimo, come detto, ma in questa caso, nella sostanza, parecchio sprecato, con momenti di assenza di pubblico pressoché totale che una manifestazione del genere non dovrebbe e potrebbe permettersi.
Purtroppo questa è una pecca che ho notato anche in altri eventi di simile genere, con gli stand dei piccoli e medi editori lasciati alla berlina in mezzo a tante altre cose, assai poco considerati dal pubblico e sovente – ben più grave! – dagli stessi organizzatori, dunque con un interesse generale verso di essi che peraltro non giustifica le spese sostenute per essere presenti con i propri libri – e ciò vale per gli editori ma anche per i loro autori. A volte, volendo pensare male, viene il sospetto che il tutto sia stato per così dire agevolato, che si offra lo spazio alla piccola editoria solo per darsi motivo di sostenere che “Visto? Il nostro evento ha dato spazio anche agli editori meno popolari e conosciuti!” per poi, nel concreto, tenerli in disparte, appunto, come qualcosa che non deve troppo interferire con il clou dello stesso evento – con lo scrittore famoso che presenta il suo ultimo libro e per il quale non ci può permettere che l’auditorium che lo ospiterà non sia adeguatamente affollato, ad esempio, o con la grossa (e influente, industrialmente, economicamente e politicamente…) casa editrice che rivendica tempi e spazi consoni al suo bel nome, a discapito di chiunque altro, ovvero, come spesso accade, dei piccoli editori e dei loro autori…
Insomma: posso comprendere che gli organizzatori di un evento letterario che comprenda grossi nomi e al contempo piccoli editori abbiano un occhio di riguardo in più per i primi – dai quali potrebbero giungere gratificazioni e ritorni d’immagine che i secondi difficilmente potrebbero garantire, almeno nel breve periodo. Tuttavia, ancora una volta, si dimentica che molta parte della vera, buona, nuova e innovativa letteratura, quella che magari dopo qualche anno diventa best seller sotto l’ala protettrice del grande editore, viene proprio dalla piccola editoria! L’unica che, per sua natura, può e sa fare ancora un autentico talent scouting (quando ormai i grandi gruppi editoriali mirano quasi solo al soldo, al guadagno immediato, all’operazione commerciale in bieco stile “finanza bancaria”!) e che, altrettanto spesso, pubblica libri di valore letterario eccelso i quali tuttavia pochi potranno scoprire perché il tutto sarà stato funzionalmente messo in disparte e/o nell’ombra dei grandi editori e dei loro showmen della letteratura, oggi sempre più mediatica e mediatizzante (infatti non a caso ho usato quel termine, “showmen”!).
Ribadisco: starò fin troppo pensando male cose sull’argomento, d’altro canto a pensar male si fa peccato ma si indovina, come recita il noto motteggio popolare: e purtroppo, constatando la brutta piega e l’altrettanto bieco modus operandi di buona parte del panorama editoriale nostrano, ultimamente si indovina fin troppo spesso, su queste cose! Peccato: è un’occasione persa, un’altra delle tante nelle quali ci si può imbattere qui in Italia, terra di concorsi letterari, fiere, rassegne ed eventi sovente un po’ troppo di facciata, belli fuori ma parecchio vuoti dentro. E peccato soprattutto perché nuovamente si ignora l’importanza fondamentale della piccola e media editoria per la vita (o bisogna inevitabilmente dire la sopravvivenza, ormai?) del panorama letterario nazionale, per la sua qualità, il suo valore e, ancor di più, per la sua capacità “genetica” di portare la cultura del libro e della lettura dove spesso i grandi editori non arrivano e non vogliono arrivare per mera scelta strategica commerciale. Addirittura “sua maestà” il Salone del Libro di Torino si è pubblicamente impegnato a dare più spazio e attenzione alla piccola e media editoria, drammaticamente assente (o quasi) nell’ultima edizione: ne diedi notizia anche io qui nel blog, all’epoca. Ecco, serve una nuova consapevolezza in tal senso, e forse, una simile consapevolezza, di segno opposto e convergente, sarebbe utile anche negli editori, sì che sappiano vincere l’eventuale propria soggezione e/o l’inevitabile sottomissione al volere di chi è infinitamente più grande e potente e facciano sentire la propria voce, rimarchino il proprio valore e l’importanza che hanno, facciano capire che, senza di loro, il sistema è zoppo, e la zappata sui piedi se la tirerebbero pure i grossi editori, i quali diventerebbero in toto dei venditori di merci e oggetti a forma di libro, non di letteratura. Letteratura, ok? Non si dimentichi che di ciò stiamo disquisendo!
E infatti, ahinoi, il mondo dei libri contemporaneo assomiglia parecchio e ogni giorno di più a quello del più banale – cioè più quotidiano – commercio al dettaglio: ci sono gli immensi ipermercati che offrono di tutto e di più attraverso strabilianti e allettanti promozioni, sconti, reclame patinate che di più non si può per marche e prodotti che lo sono anche di più; ma dove si deve andare per trovare il prodotto di qualità, la specialità sopraffina e di qualità garantita, se non ancora nei piccoli negozi, dove c’è ancora un gestore che tiene alla bontà delle sue offerte come fosse una questione di onore e che ti consiglia (esempio a caso) quel formaggio della piccola e sconosciuta latteria che egli stesso ha provato e consuma, talmente sublime che mai e poi mai la grande industria casearia con gli spot a tamburo battente in Tv potrà eguagliare, nemmeno lontanamente?
La Fiera delle Parole di Padova è una evento molto bello, logisticamente ben organizzato e dall’appeal potenziale veramente grande, ma lo è – diciamo… – al 70%. Poteva esserlo al 100%, e mi auguro che per le prossime edizioni si possa migliorare il più possibile quella percentuale, rimettendo nel giusto ordine di valori le varie componenti, e dunque veramente facendo il miglior servizio possibile alla letteratura, agli editori, ai lettori e ai libri tutti. Non solo ad alcuni, ma a tutti.

Jonathan Lethem, “L’Inferno comincia nel giardino”

Ho cominciato la lettura di Jonathan Lethem convinto di avere (un po’ ottusamente, lo ammetto) a che fare con uno scrittore alla Tom Robbins o alla Tom Sharpe, e invece… L’Inferno comincia nel giardino è una raccolta di racconti (edita da Minimum Fax, con la traduzione di Martina Testa) che appartengono al periodo d’esordio dello scrittore americano, per le cui narrazioni Lethem utilizza l’espediente dell’inserire, in una storia sostanzialmente normale, ovvero realistica e quotidiana, un elemento assurdo, surreale e irrazionale, che distorce quella sensazione di “normalità” altrimenti scaturente dalla lettura per porla in balìa di una dimensione piuttosto inquietante, tanto più perchè, appunto, presente in un ambito assolutamente quotidiano…

Leggete la recensione completa di L’inferno comincia nel giardino cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!